“Senza bambini l’Italia affonderà”

Analisi – Nel 2020 l’Italia ha registrato 746 mila morti e 404 mila nascite. Il saldo negativo è stato pesantissimo: la popolazione è calata di 342 mila unità. «La Voce e Il Tempo» ne ha discusso con Elena Bonetti, ministro delle Pari Opportunità della Famiglia, che spiega le strategie del Governo a sostegno delle nascite

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La crisi demografica, su cui da alcuni mesi si è aperto un ampio dibattito, è uno degli aspetti della crisi del Paese. Che è contemporaneamente crisi economica, sociale e culturale. Si tratta forse del tema più emblematico del sovrapporsi di diversi piani di interpretazione della nostra realtà, che contribuiscono tutti a determinare gravi interrogativi per il futuro.

Non ci sono ricette semplici per costruire una inversione di tendenza al declino demografico. E in ogni caso i tempi per la verifica dei risultati sono molto lunghi. Per la prima volta, tuttavia, con l’approvazione della legge sull’assegno unico per i figli, si imposta una strategia di lungo periodo in linea con le politiche dei più grandi paesi europei. La Fondazione Donat-Cattin ha dato un contributo alla comprensione del problema con una ricerca, commissionata all’Istituto demoscopico Noto sondaggi (il rapporto di ricerca è consultabile sul sito della fondazione). A partire da quel lavoro è stato organizzato di recente a Torino un primo confronto, dal titolo «Culle vuote», per comprendere il fenomeno e costruire risposte adeguate, a cui ha partecipato la ministra per le Pari Opportunità e la Famiglia Elena Bonetti.

Culle Vuote e prospettive per il Paese, come inquadrare il problema?

Il tema della denatalità e la scelta della genitorialità, che purtroppo è sempre rimandata nel nostro Paese, come ci dicono i dati, è il sintomo e una causa di una situazione di difficoltà e fragilità socio-economica del nostro Paese. Il tema della natalità viene spesso guardato per gli effetti negativi che comporta ovvero un Paese che non garantisce forze giovani per lo sviluppo della società, che sono quelle che interpretano l’innovazione e le scelte del futuro, è un Paese che non solo non ha la prospettiva di un welfare sostenibile ma che nemmeno può interpretare quel necessario slancio di rinnovamento che di fatto possa garantire quello che è lo sviluppo per tutta la collettività.

Quali sono i motivi e le cause dei dati allarmanti sulla denatalità in Italia?

Il dato sulla fecondità femminile è preoccupante, il saldo tra nati e morti ha raggiunto una cifra che non si ricorda dai tempi dell’Unità d’Italia e dai primi rilevamenti statistici in chiave nazionale. La pandemia ha aggravato il fenomeno, infatti nel 2020 si è registrato un saldo pari al dato del 1918. La prima causa di questo fenomeno non è un fenomeno di egoismo ed individualismo sul quale per molto tempo ci siamo soffermati, ma piuttosto la mancanza di prospettiva per donne e uomini nel nostro Paese. La scelta della genitorialità è una scelta che colloca in modo irreversibile in una dinamica di tempo futuro avendo la garanzia di poterlo abitare. Oggi non potendo programmare il proprio domani diventa molto difficile il tempo delle scelte e delle responsabilità. Un figlio diventa una barriera dietro la quale non si è in grado di vedere e quindi di fatto inibisce ad aprirsi a questa esperienza fondamentale. Rischiamo in questo modo di avere un Paese che vive eternamente nel presente e di fatto condannato a vivere nel proprio passato.

Le azioni concrete per favorire la natalità messe in campo?

A questo punto la ripartenza e le ingenti risorse del Pnrr sono da utilizzare nell’ottica di una costruzione di un futuro per le giovani generazioni con azioni concrete per restituire alle donne e agli uomini la possibilità di costruire una famiglia e procreare, dare avvio a nuova vita. Sogni e prospettive che devono tradursi in un progetto concreto di vita. Le politiche famigliari e il sostegno della natalità non possono essere affrontate solo con elementi di sussidio ma attivati con riforme strutturali e un cambio di mentalità culturale.

Quali sono i fondamenti dell’Esecutivo e del suo ministero per invertire la rotta?

Il governo ha deciso di investire su più fronti, individuando diverse forme di intervento. Il primo è l’assegno universale per tutti i figli: le famiglie devono poter contare su un contributo mensile che li aiuti nella gestione ed educazione dei propri figli. Vi è poi il sostegno a tutte le spese sia scolastiche sia educative in senso ampio, quindi per sport, musica, teatro, esperienze culturali. Anche per garantire servizi educativi per la prima infanzia e la fascia zero-sei anni su tutto il territorio nazionale. Gli incentivi al lavoro femminile: abbiamo un basso tasso di natalità ma altrettanto basso è il tasso di occupazione femminile. Dobbiamo lavorare in modo integrato su entrambi. Purtroppo, le donne hanno dovuto scegliere tra essere madri e lavoratrici: intendiamo incentivare l’imprenditoria femminile, l’assunzione di donne e promuovere percorsi di formazione in particolare per coloro che interrompono il lavoro per la maternità. E ancora l’aiuto strutturale e continuativo per un processo di autonomizzazione dei giovani, anche per l’acquisto o l’affitto delle prime case.

Famiglia, natalità e servizi: il primo grande obiettivo è sicuramente quello educativo e dell’istruzione…

A settembre dobbiamo garantire la riapertura di tutti i servizi, delle scuole per tutte le fasce di età. Le indicazioni che arrivano dal Comitato tecnico scientifico riprendono i piccoli gruppi per quella fascia d’età: dovessero servire ulteriori risorse, c’è l’intenzione del governo di trovarle. Anche per i bambini più grandi abbiamo lavorato con Comuni e Regioni per individuare le linee guida per riaprire i centri estivi e le esperienze ludiche. Abbiamo voluto investire 150 milioni: 135 milioni per i centri estivi e gli altri 15 milioni per combattere la povertà educativa. È stato anche pubblicato il bando EduCare da 35 milioni per il sostegno all’educazione non formale rivolto a Terzo settore, volontariato e scuole, bando che potrà essere prolungato di sei mesi, quindi per progetti anche autunnali. Il Family Act prevede permessi retribuiti per colloqui scolastici, la riorganizzazione dei congedi parentali, quindi almeno 10 giorni per i padri, e la necessità di condivisione del carico di cura tra donne e uomini.

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