L’esteso blackout elettrico che ha colpito diversi quartieri di Torino nello scorso week-end e nei primi giorni della settimana ha causato gravi disagi nella popolazione, rientrati solo dopo giorni di capillari interventi sugli impianti di distribuzione della società multiservizi Iren, tramite la società controllata Ireti. Risulta che a causare l’interruzione di corrente elettrica nella notte di sabato siano stati ben ventisei guasti alla rete pubblica cittadina, sovraccaricata dal caldo e dalla richiesta di energia per i condizionatori. Si sono aggiunti altri quindici guasti a ripetizione nella giornata di domenica, per un totale di 380 mila torinesi rimasti senza luce.
In alcune aree della città l’elettricità non è tornata prima di nove ore, lasciando – hanno riferito alcuni consiglieri comunali nel corso dell’infuocata seduta di lunedì a Palazzo Civico – cittadini intrappolati negli ascensori, disabili senza apparecchiature mediche e una sessantina di automobilisti bloccati nel parcheggio Santo Stefano di via Porta Palatina.
Durissimo il commento del sindaco Stefano Lo Russo rispetto a Iren. «Si è trattato di una situazione grave e inaccettabile, che non deve ripetersi» ha detto lunedì nelle sue comunicazioni urgenti in Sala Rossa. Lo Russo ha sostenuto senza mezzi termini che «il sovraccarico delle linee per il caldo è una situazione prevedibile e che la causa profonda dei guasti è la carenza di manutenzioni sulla linea, risultato dei disinvestimenti di Iren dell’ultimo decennio».

Parole severe, alle quali è seguita l’intimazione, già comunicata ai vertici della società partecipata e quotata in borsa (a sua volta azionista di una cinquantina di società di servizi) «di rivedere l’intero piano di investimenti per colmare le intollerabili inefficienze».
I toni forti non nascondono purtroppo la sostanziale impotenza della Città – che di Iren è azionista con il 13,8 per cento del capitale sociale, secondo solo al Comune di Genova – nella gestione diretta del servizio elettrico cittadino e nella scelta delle priorità di intervento. La carenza di manutenzioni da parte delle società di diritto privato, che hanno preso in carico i servizi pubblici, è un problema sempre più grave, comune per esempio alla rete delle autostrade.
Un consigliere comunale di maggioranza, chiedendo di restare anonimo, sottolinea proprio «il fatto che le risorse per le manutenzioni torinesi siano finite su altri territori o capitoli di spesa, come ha comunicato il Sindaco: è l’ammissione di una sconfitta dell’amministrazione cittadina. Primo, perché le scelte sulle priorità aziendali non sono decise a Palazzo Civico, ma dai vertici di Iren secondo priorità finanziarie e tecniche; secondo, perché con oltre trecento milioni di utile non c’è ragione di tagliare sulle manutenzioni torinesi».
«Questi eventi mettono in luce la perdita di controllo diretto del settore pubblico sugli aspetti industriali dei servizi essenziali», dice Alessandro Mostaccio, presidente del Movimento Consumatori Piemonte. «Spesso ci si è cullati nell’illusione che fosse possibile dare in gestione i servizi, mantenendone la ‘governance’. Non è così: per esercitare capacità di indirizzo e di controllo c’è bisogno di competenze, che devono rimanere alle dipendenze dirette del pubblico. Dubito ci siano tecnici comunali che hanno diretto accesso alle tecnologie, ai sistemi di rilevazione e controllo di Iren. Chi gestisce diventa, così, anche chi ha la competenza tecnica esclusiva sul servizio».
La questione, aggiunge Mostaccio, riguarda anche i singoli cittadini e la difesa dei loro interessi: «Il codice del consumo e altri strumenti di tutela funzionano bene e danno risultati quando sono attivati sui singoli contratti. Ma dobbiamo recuperare la tutela dell’utente/cliente a monte: attraverso la garanzia che solo il controllo pubblico sui servizi fondamentali può dare».
Per Luca Davico, ricercatore del Politecnico e autore dell’annuale Rapporto Rota, «le società multiservizi hanno un rapporto di difficile equilibrio con le municipalità, dalle quali sono partecipate: attraverso le loro attività, specialmente quelle più redditizie, assicurano utili e quindi risorse fresche per i Comuni. Tuttavia, non è detto che ciò che è più redditizio, sia anche ciò che è meglio in termini di servizio pubblico». Un esempio: «L’attività di incenerimento dei rifiuti del termovalorizzatore di Torino, gestito da Trm, società del gruppo Iren, mal si sposa con una politica capillare di differenziazione, riutilizzo, lotta allo spreco: ridurre drasticamente i rifiuti significherebbe rendere meno consistente la base di partenza per i guadagni della società».



