All’Angelus, ore 12.35, del 30 marzo 1965 il cardinale Maurilio Fossati si spegne, dopo 67 anni di sacerdozio e 41 di episcopato: mancano 54 giorni a compiere 89 anni. Nella Torino straziata dalla guerra aveva trascorso 1.725 giorni senza lasciare la città offrendo una grande lezione di umanità e di zelo e dando un determinante contributo alla Liberazione e alla salvezza degli ebrei. È tra le forti personalità ecclesiastiche del tempo: i cardinali arcivescovi Ildefonso Alfredo Schuster a Milano; Elia Dalla Costa (Firenze); il gesuita vigonese Pietro Boetto (Genova); Ernesto Ruffini (Palermo); Giacomo Lercaro (Bologna); Angelo Giuseppe Roncalli (Venezia).
Compaesano di Carlo Borromeo, partecipa alla Grande Guerra
Come San Carlo Borromeo, nasce ad Arona (Novara) il 24 maggio 1876, settimo di dieci figli di un dipendente della Società di navigazione del Lago Maggiore; il 27 novembre 1898 è ordinato sacerdote dal vescovo, il torinese Edoardo Pulciano, che lo sceglie come segretario. Poi entra nella Congregazione dei Santi Gaudenzio e Carlo di Varallo, di cui diventa superiore. Durante la Grande Guerra (1914-18) don Maurilio, 40 anni, è chiamato alle armi in Sanità, prete-soldato-infermiere nella caserma «La Marmora» di Torino. Spesso, smessa la divisa e indossata la talare, va a celebrare nelle chiese del centro o a predicare alle suore. Le foto lo ritraggono con due baffoni. Il biografo Stefano Della Sala rammenta: «Una volta fu ripreso da un altro sacerdote-sergente, quando vide quel fante infagottato nella divisa non troppo in ordine e con il toscano in bocca, gli fece una ramanzina con i fiocchi: era don Giovanni Giuseppe Lardone, futuro arcivescovo e nunzio. Durante il militare, iniziò a fumare il sigaro e continuò da arcivescovo, anche se nessuno mai lo vide. Spesso andava in Duomo ad ascoltare il cardinale Agostino Richelmy. Era impressionato dalla sua eloquenza: “Io non avrei mai il coraggio di salire quel pulpito”».
Il 24 marzo 1924 Pio XI lo nomina vescovo di Galtelli-Nuoro in Sardegna dove percorre a dorso di mulo o a piedi monti impervi e vallate desolate e fonda il settimanale diocesano «L’Ortobene». Il 26 dicembre 1929 muore improvvisamente il cardinale arcivescovo di Torino Giuseppe Gamba. Il capoluogo resta vacante per un anno. Da appena 10 mesi (2 ottobre 1929) Fossati è arcivescovo di Sassari e l’11 dicembre 1930 è promosso a Torino. Ha 55 anni: non è mai stato parroco, come i successori Michele Pellegrino, Anastasio Alberto Ballestrero, Cesare Nosiglia e Roberto Repole. Il suo motto è «Gressus meos dirige. Guida i miei passi» (Salmo 118,133).
Regge la diocesi per 35 anni (1930-65), un primato, dalla Conciliazione (1929) al Vaticano II (1962-65) attraverso il fascismo e la guerra, la Resistenza e la Liberazione, la ricostruzione postbellica e l’immigrazione, l’industrializzazione e il «miracolo economico». Torino industriale si sviluppa nelle barriere operaie e raddoppia da 600 mila abitanti nel 1931 a oltre un milione nel 1961.
Appena entrato in diocesi, organizza l’ostensione della Sindone (4-24 maggio 1931) per le nozze del principe ereditario Umberto di Savoia con la principessa belga José di Brabante. In piena dittatura fascista, le cronache riferiscono di pellegrinaggi di «balilla, avanguardisti, ex-combattenti, coorti universitarie». Una seconda ostensione organizza nel 1933 nell’Anno Santo straordinario per i 1900 anni della Redenzione.
Il regime fascista intraprende nell’ottobre 1935 l’avventura coloniale in Etiopia e la Chiesa presenta l’impresa come «crociata per la civiltà cristiana». Il card. Schuster benedice i soldati del corpo coloniale che «a prezzo del loro sangue, aprono l’Etiopia alla fede cattolica e alla civilizzazione romana». Lo stesso succede a Torino con Fossati. Molti parroci suonano le campane. Poiché il bolscevismo è il nemico, la Chiesa sceglie di appoggiare in Spagna il generale-dittatore Francisco Franco contro il governo repubblicano e il fronte popolare: è la posizione dei cattolici, come asserisce la «Lettera al clero e al popolo» di Fossati.
Schiena dritta con il fascismo
Fossati ha fama di antifascista, ma si dice «né fascista né antifascista ma padre di tutti». Non si lascia intimidire, come sostiene lo storico don Giuseppe Tuninetti: «Verso il fascismo tenne la schiena diritta: pur deferente verso le autorità costituite, non fu mai servile e all’occorrenza protestò contro prepotenze e violenze. Il regime volle punirlo per il suo aiuto agli ebrei, arrestando e mandando a domicilio coatto a Cesano Boscone nel 1944 il segretario don Vincenzo Barale». Fossati chiama padre Ruggero Cipolla, cappellano del carcere, e gli regala un busto in bronzo di Mussolini: «Me lo portò il federale da esporre in Curia. Io lo misi in soffitta. Adesso può servire». Padre Cipolla lo fa fondere per il monumento a san Giuseppe Cafasso al «Rondò della forca».
Il cardinale Michele Pellegrino rammenterà spesso quanto il predecessore «ha fatto per gli oppressi; i perseguitati; i prigionieri che ha visitato e ha cercato di salvare; i poveri durante e dopo la guerra; gli ebrei. La sua opera non si è limitata a Torino. Io fui tramite, su suo invito, di soccorsi a ebrei stranieri rifugiati a Fossano. Il cardinale era un uomo coraggioso, dal cuore aperto a tutte le necessità e disposto ad affrontare disagi e pericoli».
I devastanti bombardamenti alleati sconvolgono Torino. Dopo le tremende incursioni, Fossati si fa portare con la vecchia e acciaccata «Fiat 1400» a benedire le salme e confortare i superstiti. Manda a casa i seminaristi, decisione provvidenziale perché gli inglesi riversano sulla città una quantità impressionante di bombe, provocando una strage.
Pier Giuseppe Accornero



