Sessant’anni dalla Sacrosanctum Concilium

 4 dicembre 1963 – Paolo VI promulgava in Concilio la costituzione sulla liturgia «Sacrosanctum Concilium», approvata con un plebiscito, il più elevato numero di consensi fra i 16 documenti conciliari: 2.159 «placet», solo 5 «non placet». Nello stesso giorno Paolo VI annuncia il viaggio-pellegrinaggio in Terra Santa che effettuerà il 4-6 gennaio 1964 fra travolgenti accoglienze

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«Questa discussione appassionata e complessa non è stata senza frutto copioso: quel tema che è stato affrontato, e che nella Chiesa è preminente, per natura e per dignità – la liturgia – è arrivato a felice conclusione, e viene oggi da noi promulgato. Per questo il nostro animo esulta di sincera gioia. È stato rispettato il giusto ordine Sacrosanctumei valori e dei doveri: il posto d’onore va riservato a Dio; noi come primo dovere siamo tenuti a innalzare preghiere a Dio; la liturgia è la fonte primaria di quel divino scambio nel quale ci viene comunicata la vita di Dio, è il primo dono al popolo cristiano, il primo invito all’umanità a sciogliere la sua lingua muta in preghiere sante e sincere».

Sessant’anni fa, il 4 dicembre 1963, Paolo VI promulgava in Concilio la costituzione sulla liturgia «Sacrosanctum Concilium», approvata con un plebiscito, il più elevato numero di consensi fra i 16 documenti conciliari: 2.159 «placet», solo 5 «non placet». In calce ci sono le firme di «Io Paolo Vescovo della Chiesa cattolica» e di tutti i padri, compresa la pattuglia degli irriducibili antagonisti capeggiati da mons. Marcel Lefebvre. Il 4 dicembre di 60 anni fa Paolo VI annuncia il viaggio-pellegrinaggio in Terra Santa che effettuerà il 4-6 gennaio 1964 fra travolgenti accoglienze.

Il documento sulla liturgia avvia la riforma e ne fissa i paletti; definisce la liturgia «il vertice verso cui tende l’azione della Chiesa e la sorgente da cui scaturisce la sua forza»; dopo un proemio si articola in 7 capitoli: principi generali per la riforma e incremento della vita liturgica; mistero eucaristico; altri Sacramenti e sacramentali; ufficio divino; anno liturgico; musica sacra; arte e sacra suppellettile.

La riforma ebbe un forte e coinvolgente impatto nella vita dei fedeli e delle parrocchie. «Partecipazione» è il concetto chiave. Prima il popolo assisteva, era tagliato fuori e non capiva parole e gesti che il prete, spalle al popolo, celebrava da solo in latino e in canto gregoriano, nel silenzio dei fedeli mentre un chierichetto rispondeva per tutti e mentre la gente recitava preghiere o biascicava rosari per proprio conto. La Messa era clericale, ora è popolare. Ora ogni battezzato ha il diritto e il dovere di «una partecipazione piena, consapevole, attiva e fruttuosa». «Prima bastava essere presenti alla Messa, ora dobbiamo partecipare» osserva Paolo VI. La «scoperta della Bibbia» è un altro, straordinario risultato: il popolo di Dio riscopre e conosce la Sacra Scrittura, si riappropria della Parola di Dio, può accedere alle ricchezze dell’Antico e del Nuovo Testamento. La riforma della liturgia è il «grimaldello» del grande rinnovamento ecclesiale grazie alla rilevanza dottrinale, all’ancoraggio biblico, all’orientamento pastorale, al dialogo ecumenico, al bisogno di decentramento e inculturazione.

Abbondanti i frutti: l’uso delle lingue parlate; la partecipazione dell’assemblea; la riammissione dei laici nei ministeri e nel diaconato permanente; il ripristino della preghiera dei fedeli e della Comunione sotto le due specie per il popolo, in uso sino alla fine dell’XI secolo; il rinnovamento della predicazione; il riconoscimento della presenza di Cristo nell’assemblea, nel celebrante, nella Parola di Dio e nell’Eucaristia; l’adattamento all’indole, alle tradizioni, agli usi e costumi di ogni popolo; la semplificazione dei riti e l’abbattimento di quell’aura di mistero che li circondava, senza nulla togliere alla maestosa semplicità della liturgia; la più razionale ricollocazione delle chiese: crocifisso, mensa, sedi, ambone, tabernacolo, battistero, organo, corale, banchi, statue, quadri. Questo anche se, 60 anni dopo, i fedeli sono «muti» quando partecipano, per esempio a un funerale o a un matrimonio.

In Italia si giunse a buoni risultati grazie alla Commissione episcopale per la liturgia, presieduta dall’arcivescovo di Bologna cardinale Giacomo Lercaro, uno dei quattro «moderatori» del Concilio, uno «padri» della riforma: vicepresidente era il torinese mons. Carlo Rossi, vescovo di Biella e il grande segretario generale, il lazzarista mons. Annibale Bugnini. Il 21 dicembre 1964 la Conferenza episcopale emana «le direttive per la liturgia» che introducono, da domenica 7 marzo 1965, i primi spezzoni della riforma: l’italiano nelle letture e in alcune parti della Messa; la recita o il canto tra celebrante e fedeli di «Kyrie, Gloria, Credo, Sanctus, Agnus Dei». Poi le preghiere dei fedeli, le nuove preghiere eucaristiche, i nuovi canti, la Concelebrazione, lo scambio del segno di pace; l’altare verso l’assemblea; la riforma dei Sacramenti, dei sacramentali e della «Liturgia delle ore» (breviario); la riorganizzazione dell’anno liturgico e delle feste del Signore, della Madonna e dei Santi. Anche l’architettura delle chiese, l’arte sacra e la musica conoscono una ventata di novità.

Nel 1969 Paolo VI promulga il nuovo «Messale romano» che recepisce i principi del Concilio, proprio come nel 1570 San Pio V aveva emanato il «Missale romanum» secondo i principi del Concilio di Trento, e lo aveva imposto a tutta la Chiesa ponendo così fine all’anarchia liturgica perché le diocesi seguivano testi, contenuti e riti diversi. In diocesi di Torino il cardinale arcivescovo Michele Pellegrino e i suoi collaboratori sono dei convinti tifosi della riforma liturgica che viene introdotta in tutta la diocesi anche grazie all’impulso dell’Ufficio Liturgico diocesano e del suo impareggiabile direttore don Aldo Marengo.

Ci sono stati eccessi e abusi, esagerazioni e stravolgimenti: ma furono colpa degli uomini e non responsabilità della riforma, per cui è assurda la critica che con la scomparsa del latino e del gregoriano si sia persa «l’atmosfera mistica» perché questa è data non dalla lingua ma dal raccoglimento e dal silenzio, dalla partecipazione dei fedeli. Non ha senso riunirsi in un’assemblea muta e sorda dove uno solo prega e canta per tutti e gli altri fanno da spettatori come belle statuine. Oggi la riforma vive una fase di stanca e ha bisogno di essere rivitalizzata. La Parola di Dio va «proclamata» e non «letta». È giusto considerare la chiesa «casa di Dio e degli uomini», ma non trasformarla in un «mercato» nelle celebrazioni dei matrimoni, delle Prime Comunioni, delle Cresime o nelle interruzioni di ambientalisti, femministe e contestatori vari. In questa materia i media e l’opinione sono ignoranti e sgangherati nel linguaggio. La Messa non «è officiata a cura di…o alla presenza del Papa o del vescovo» ma «è celebrata da…» perché è una vera e propria celebrazione. Non si dice «prendere Messa» ma «partecipare alla Messa». Niente «ha preso i voti» ma «è stato ordinato diacono o sacerdote» e, nel caso di un religioso o di una religiosa, «ha fatto o emesso professione religiosa». Proprio come non si dice «padre» o «don» Enzo Bianchi ma «monaco» o «fratello» perché non è diacono né prete ma monaco.

E Papa Montini annuncia il viaggio in Terra Santa. «…E ora consentiteci un’ultima parola per comunicarvi un proposito che da tempo maturava nel nostro animo e che ci siamo decisi di rendere di pubblica ragione davanti a così eletta e significativa assemblea». Nonostante il discorso in latino di Paolo VI, i padri conciliari compresero che «post maturam rei considerationem et multas preces Deo adhibitas, statuerimus Nosmet ipsos, peregrinatoris in modum, in regionem illam, patriam Domini Nostri Iesu Christi, conferre. Vogliamo recarci, se Dio ci assiste, nel prossimo gennaio in Palestina, per onorare personalmente, nei luoghi santi, dove Cristo nacque, visse, morì, risorse, salì al cielo, i misteri primi della nostra salvezza, l’Incarnazione e la Redenzione».

Pier Giuseppe Accornero

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