Sessant’anni fa il celebre discorso del cardinale Pellegrino agli operai

30 aprile 1966 – Sessant’anni fa il discorso che l’arcivescovo di Torino, Michele Pellegrino, tiene in Duomo alla vigilia del Primo Maggio, festa dei Lavoratori, è una bomba: «La Chiesa condanna ogni abuso che minaccia la dignità e la responsabilità del lavoratore. È chiaro che se i diritti dei lavoratori non vengono rispettati, se i tentativi di composizione pacifica non hanno alcun esito, il lavoratore può esercitare quel diritto di scioperare che la dottrina della Chiesa gli riconosce»

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Cardinale Michele Pellegrino, Arcivescovo di Torino dal 1965 al 1977

«La Chiesa condanna ogni abuso che minaccia la dignità e la responsabilità del lavoratore. È chiaro che se i diritti dei lavoratori non vengono rispettati, se i tentativi di composizione pacifica non hanno alcun esito, il lavoratore può esercitare quel diritto di scioperare che la dottrina della Chiesa gli riconosce. Quando la lotta appare come l’unico mezzo a cui il lavoratore può ricorrere per la difesa dei suoi diritti, la solidarietà fra i lavoratori si impone come un dovere. Nessuno ha il diritto di esercitare la violenza e sarebbe egoismo riprovevole mancare di solidarietà con i compagni di lavoro allo scopo di evitare noie, nell’attesa di sfruttare i vantaggi derivanti dai sacrifici degli altri».

Sessant’anni fa il discorso che l’arcivescovo di Torino, Michele Pellegrino, tiene in Duomo il 30 aprile 1966, vigilia del Primo Maggio, festa dei Lavoratori, è una bomba. Il colosso automobilistico, il mondo confindustriale e «La Stampa» portavoce della Fiat di Vittorio Valletta, non gradiscono, masticano amaro e gridano allo scandalo. Nominato arcivescovo il 18 settembre 1965 fa l’ingresso il 21 novembre. Dedica i primi mesi alla conoscenza della comunità e alla diffusione della conoscenza dei documenti conciliari: dal 2 gennaio 1966, ogni settimana, presenta in Cattedrale la costituzione dogmatica sulla Chiesa «Lumen gentium» e il discorso ai lavoratori rientra in questo ambito.

Nella primavera 1966 la città è agitata dalla vertenza per il contratto dei metalmeccanici, primo duro scontro tra padroni e operai dopo la «pax vallettiana». A Mirafiori, la più grande fabbrica d’Europa, anche della Volkwagen di Wolfsburg, da vent’anni regna la pace sindacale sotto il pugno di ferro di Valletta, quello che inventò la filosofia «dalla culla alla tomba» e attuò la politica «del bastone e della carota»: per esempio nel 1956 non ci fu neppure un’ora di sciopero.

Quel sabato 30 aprile 1966, all’ottavo piano di corso Marconi 20, Valletta propone all’assemblea degli azionisti Fiat come suo successore Gianni Agnelli. Dopo 20 anni di regno incontrastato e di pugno di ferro l’ultraottantenne «professore» cede lo scettro al 45enne «avvocato»: il timone torna alla Famiglia. Quel Gianni Agnelli che,  uscendo dall’udienza, un po’ freddina, con Pellegrino, borbotta: «Va bene, ho capito. Io faccio le macchine, lei fa il prete». Erano due neofiti a capo della Chiesa torinese e dell’impero-Fiat. Fino ad allora erano andati vanno a braccetto d’amore e d’accordo. Anche troppo: la Fiat spadroneggia; la Curia, con il cardinale Maurilio Fossati, tace e i cappellani del lavoro aiutano a tenere buoni gli operai e a mantenere il comunismo fuori dai cancelli. Ma con il Concilio Vaticano II (1962-65), con Giovanni XXIII e Paolo VI e con Pellegrino, il tempo delle collusioni è finito. Torino era cresciuta «a immagine e somiglianza» prima dei Savoia e poi della Fiat.

Si chiede l’arcivescovo in Duomo: «Il cristiano deve sopportare tutti i torti e le ingiustizie? No. Più di uno si è rivolto al vescovo perché dicesse una parola. Ci sono tante componenti nella vita economica, ma c’è una gerarchia di valori: il primo posto non spetta alle azioni né ai dividendi ma ai lavoratori, parte attiva del processo economico, non strumenti in mano ad altri. Se sono ingiustamente oppressi, il vescovo non può non essere dalla loro parte».

La gente percepisce nel vescovo non un intellettuale lontano dalla vita ma il pastore che si lascia interrogare dalla realtà: «Il lavoro è di valore superiore agli altri elementi della vita economica. Non è giusto un sistema economico nel quale il possesso dei mezzi di produzione è unilaterale e nel quale l’economia è rivolta principalmente al profitto. Una concezione umana dell’impresa non può ridurre i suoi collaboratori a silenziosi e passivi esecutori, senza possibilità di far valere esperienza e diritti».

Come documento nella biografia «Michele Pellegrino. L’uomo, lo studioso, il vescovo del Concilio», il discorso-bomba agli operai, «figliuoli carissimi», condanna la violenza e il crumiraggio. E segna una svolta. Gli operai rispondono – dice – «numerosi ed entusiasti all’appello della Chiesa che ci chiama a un rinnovamento spirituale, a una riflessione sulla vocazione cristiana, a un rinnovato e consapevole proposito di orientare la vita secondo il Vangelo. Impegnati in un lavoro spesso rude e faticoso, nello sforzo perché siano riconosciuti i vostri diritti, voi sapete che “non di solo pane vive l’uomo ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Matteo 4,4). Sapete che c’è Uno che ha sperimentato la fatica come voi e ha qualcosa da dirvi e da darvi». Parla di scioperi e «crumiraggio» denunciando «i criminali sabotaggi alle aziende» ed elogia «i gesti degli operai a difesa delle fabbriche». Partiti, sindacati, operai, associazioni avvertono il cambiamento di clima e ne sono, quasi tutti, entusiasti: la Chiesa torinese non è più schierata con i padroni. In un’intervista a «Tv7» del gennaio 1969 aggiunge: «Se l’operaio vede nella Chiesa un centro di potere politico ed economico, è necessario che la Chiesa si liberi da ogni compromesso».

È falso ed è antistorico affermare che Pellegrino «era un comunista». No. Non si staccò mai dall’insegnamento del Vangelo, della Chiesa e del Concilio. Ogni intervento e ogni gesto può essere ricondotto al suo motto episcopale: «Evangelizare pauperibus, evangelizzare i poveri». Su questa frontiera cercò di condurre la comunità cristiana. A rileggerne oggi il discorso si resta stupiti dalla solidità teologica ed ecclesiale del ragionamento, dalla freschezza dell’eloquio e anche dalla lunghezza dell’intervento: cinque fitte cartelle che richiesero non meno di un’ora di lettura.

Un altro esempio segna l’indipendenza alla quale Pellegrino mira. Con i pellegrinaggi a Lourdes la Fiat esercitava sottili ricatti verso le parrocchie. Poiché il pellegrinaggio – è il ragionamento di Pellegrino – è un’attività prettamente relig­iosa ricade sotto la responsabilità dei cappellani e non può essere un organismo aziendale a promuoverlo e organizzarlo. Pone fine a questa invadenza e taglia questa commistione. Invitato da Valletta, aveva presieduto il pellegrinaggio del 1966. Al ritorno, come al solito, la Fiat comprò una pagina del giornale francese locale per pubblicizzare le sue iniziative e autocelebrarsi, strumentalizzano il pellegrinaggio. Per questo l’arcivescovo rompe la collaborazione e i pellegrinaggi passano sotto la gestione diocesana. Valletta reagisce indispettito: «Non c’è in Italia una Madonna da potenziare?». E punta su Loreto.

Pier Giuseppe Accornero

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