Sessant’anni fa il celebre discorso di Montini sull’Unità d’Italia

10 ottobre 1962 – La Provvidenza ingannò tutti. Il testo più pregnante e illuminante di un cattolico sull’Unità d’Italia e sulla questione romana è il famoso discorso che il cardinale arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini tenne sessant’anni fa nella sala degli Orazi e Curiazi in Campidoglio il 10 ottobre 1962, alla vigilia dell’apertura del Concilio Vaticano II

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Il cardinale Giovanni Battista Montini negli anni Cinquanta

La Provvidenza ingannò tutti. Il testo più pregnante e illuminante di un cattolico sull’unità d’Italia e sulla questione romana è il famoso discorso che il cardinale arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini tenne sessant’anni fa nella sala degli Orazi e Curiazi in Campidoglio il 10 ottobre 1962, alla vigilia dell’apertura del Concilio Vaticano II, davanti ai presidenti della Repubblica Antonio Segni, del Senato Cesare Merzagora, della Camera Giovanni Leone, del Consiglio Amintore Fanfani e ai ministri democristiani Attilio Piccioni e Giuseppe Codacci Pisanelli.

Con quel periodare caratteristico, che nell’elaborata complessità delle frasi riflette la complessità dei problemi, l’arcivescovo – che meno di un anno dopo, il 21 giugno 1963, sarebbe diventato Papa Paolo VI – sostenne che il 20 settembre 1870 «la Provvidenza aveva ingannato tutti, credenti e non credenti». Fedele a questa interpretazione Paolo VI fu il Papa che, con le sue radicali e conciliari riforme, diede gli ultimi colpi di piccone a quello che rimaneva del potere terreno e dello sfarzo della Chiesa. La Provvidenza aveva ingannato i credenti, che dalla fine del potere temporale temevano il crollo della Chiesa-istituzione; aveva ingannato i non credenti che quel crollo desideravano e attendevano: «Perduta l’autorità temporale, ma acquistata la suprema autorità nella Chiesa, il papato riprese le sue funzioni di maestro di vita e di testimonio del Vangelo».

Montini ricorda che il giorno dopo «si apre il Concilio Ecumenico Vaticano II, un fatto grande e singolare». La Roma del 1962 è «in condizioni ben diverse dalla Roma che accolse il Concilio Vaticano I. Il confronto fra l’Urbe del 1870 e la città del 1962 sorge spontaneo per rilevare che l’aspetto esteriore è enormemente e splendidamente migliorato. La presenza del Concilio nel 1870 «non valse a placare il fermento politico né a contenere la pressione degli avvenimenti, che portarono alla caduta del potere temporale del Papa e insieme, con la bolla “Postquam Dei munere” del 20 ottobre 1870, alla sospensione e alla fine dello stesso Concilio. Parve un crollo, e per il dominio territoriale lo fu. Parve a molti ecclesiastici e a molti cattolici non potere la Chiesa romana rinunciarvi, si pensò doversi quel potere temporale ricuperare e ricostituire. Ad avvalorare questa opinione – per cui la vita politica italiana fu così travagliata e priva delle più cospicue sue forze, quelle cattoliche – fu l’antagonismo tra Stato e Chiesa. Nell’opinione pubblica era diffusa la convinzione che la secolare istituzione pontificia sarebbe caduta come ogni altra istituzione umana, col cadere dello sgabello terreno sul quale appoggiava da tanti secoli».

«La Provvidenza – ribadisce – aveva diversamente disposto le cose. Il Concilio Vaticano I aveva da pochi giorni proclamata somma e infallibile l’autorità spirituale del Papa (il voto sull’infallibilità avvenne nella quarta sessione il 18 luglio 1870, n.d.r.) che praticamente perdeva in quel fatale momento la sua autorità temporale. Il Papa usciva glorioso dal Vaticano I per la definizione dogmatica delle sue supreme potestà nella Chiesa, e usciva umiliato per la perdita delle potestà temporali. Ma fu allora che il papato riprese con inusitato vigore le sue funzioni di maestro di vita e di testimonio del Vangelo, così da salire a tanta altezza nel governo spirituale della Chiesa e nell’irradiazione morale sul mondo. Oggi ci è difficile e quasi molesto comprendere le passioni che tanto commossero e amareggiarono le vicende di quel tempo. Qualche cosa mancò alla vita italiana nella sua prima formazione, non fosse altro la sua interiore unità, la sua consistenza spirituale, la sua unanimità patriottica e la sua piena capacità a risolvere i problemi di una società disuguale, tanto bisognosa di nuovi ordinamenti, e già attraversata da fiere correnti agitatrici e sovversive».

Guardando agli eventi successivi il cardinale Montini può dire: «Per nostra fortuna abbiamo raggiunto una soddisfacente composizione con la Conciliazione del 1929 e con l’affermazione della libertà e della democrazia nel nostro Paese. Il prossimo Concilio è la dimostrazione della possibilità del Papa di avere rapporti con la Chiesa e con il mondo, la sua capacità di celebrare i più grandi avvenimenti della vita della Chiesa in casa propria; la sua indipendenza, la sua libertà, la sua funzionalità, che costituì il nucleo essenziale della Questione romana. Roma ne gode. Plaudono la Chiesa e il mondo».

«Non diciamo nulla di originale – soggiunge – se ricordiamo che sopravvive un’altra Roma, sopra un altro piano, la Roma della fede cattolica, Roma eterna, non solo quella degli imperatori ma anche quella degli apostoli. La Chiesa di Cristo, collocandosi a Roma, non diventa cattolica e cioè universale ma si ritrova quella ch’essa già è per nativa costituzione, cioè cattolica. Il fatto meraviglioso e misterioso è che il capo degli apostoli, Pietro, abbia scelto per sede del suo ministero di vicario di Cristo la città capitale del mondo civile di quel tempo».

Il futuro Paolo VI conclude con le parole pronunciate da Giovanni XXIII il 4 ottobre da Assisi: «E tu, Italia diletta, alle cui sponde venne a fermarsi la barca di Pietro – e per questo motivo da tutti i lidi vengono a te, che sai accoglierle con sommo rispetto e amore, le genti tutte dell’universo – possa tu custodire i1 testamento sacro che ti impegna in faccia al cielo e alla terra».

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