Avviata la Causa di Beatificazione del Vescovo Moietta, “pastore tutto fuoco”

Lamezia Terme – Il 1° aprile scorso, 60 anni dopo la morte, mons. Serafino Parisi, Vescovo di Lamezia Terme, ha annunciato l’apertura dell’inchiesta diocesana sull’eroicità delle virtù del casalese mons. Vittorio Moietta, Vescovo di Nicastro (oggi diocesi di Lamezia Terme), in Calabria, dal 1961 al 1963

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«Stai vicino al tuo vescovo» raccomandò Giovanni XXIII, al termine dell’udienza, nel febbraio 1961, a don Carlo Grattarola, giovane prete casalese, lungo lungo, secco secco, che accompagnava mons. Vittorio Moietta, vescovo di Nicastro (oggi Lamezia Terme): «Frena il suo ardore perché possa durare a lungo». Purtroppo – confida don Grattarola a più di 60 anni di distanza – «né io ebbi l’ardire di moderare il suo entusiasmo, né durò a lungo». Muore stroncato da un brutto tumore il 1° aprile 1963, due mesi prima di Papa Giovanni (3 giugno 1963): «Moietta aveva dell’episcopato e della Chiesa una concezione ardente, operante, conquistatrice, missionaria, irrequieta». Diceva: «Odio l’ordinaria amministrazione, come svuotamento dello spirito e mancanza di passione e convinzione. Il vescovo deve essere un motore che trascina, travolge, segna la strada».

Il 1° aprile scorso, 60 anni dopo la morte, Serafino Parisi, vescovo di Lamezia annuncia l’apertura dell’inchiesta diocesana sull’eroicità delle virtù, «perché se è volontà di Dio e non solo nostro pio desiderio, il suo nome possa assurgere un giorno all’onore degli altari». Annuncio «che ha portato enorme gioia nella comunità dei fedeli e a tutto il clero riunito» scrive «Lametino», giornale di Lamezia. «La Parola di Dio ci fa capire – spiega il vescovo Parisi – l’ispirazione profonda di questo pastore. La vediamo nella capacità del Signore di riunire tutti i popoli della terra, tutti gli uomini con la loro forza e la debolezza, le attese e i travagli, i bisogni, le tragedie».Ricorda Grattarola: «Due anni stupendi. Vivevamo le istanze del Concilio e di Papa Francesco: Chiesa in uscita e missionaria; preferenza dei poveri; spazio ai laici; semplicità di vita». Il 25 aprile 1961, sotto una pioggia battente anche di petali di fiori, il giovane vescovo fa l’ingresso in diocesi: «Vi dò la mia vita. Non vi chiedo nulla. Sono venuto per dare e per portare in silenzio. La nostra sarà una diocesi missionaria. Sono il vostro vescovo, sono venuto a trovarvi perché vi voglio bene». La voce si sparge e il popolo si riversa in strada: «Nessuno resiste quando si prende dalla parte del cuore. Non vengo a cercare onori e gloria vengo a cercare i vostri cuori e null’altro voglio se non salvare le vostre anime». Tra luglio e settembre 1962 accusa i primi sintomi del terribile male che lo porta alla morte.

Precorre il Vaticano II a cui ha partecipa solo pochi giorni. Il Concilio non è un fungo spuntato spontaneamente, è un albero con radici lontane. Il senso di Chiesa come comunione è un concetto molto presente nelle parole e nelle decisioni di Moietta. Chiesa missionaria non attendista e non trionfalista, sono concetti vissuti con convinzione. Spiega Grattarola: «Lo sorreggeva lo spirito di servizio, fa rendere con generosità e coraggio specie ai più poveri. L’ex segretario ricorda: «Una sera mentre cenavamo suonò il campanello. L’ora per una visita sembrava indiscreta. “Chi ci sarà mai?”. Andai ad aprire. Era un parroco della montagna. “Sono di passaggio da Nicastro. So che è tardi ma come potevo passare da Nicastro senza venire a dare un saluto al vescovo?”. Avere cura dei suoi sacerdoti era un fatto estremamente congeniale perché conosceva la strada per giungere al loro cuore».

Nato a Brusasco, l’ultimo paese della diocesi casalese al confine con Torino, come ricorda don Cesare Massa nel libro «Se la vita è fuoco»: «Il Bricco, il borgo della sua infanzia è un piccolo gruppo di case, ada­giate tra il Po e la collina. Si ha la sensazione di entrare in un clima di calma atmosfera contadina. Un grande silenzio, co­me è nelle nostre campagne la più parte delle ore. Qualche grido sull’aia, tramestio delle bestie alla catena nelle stalle, le galline che annaspano tra le stoppie. A tratti il vento tra­sporta la voce del Po, il grande fiume, che appare tra i boschi, appena svoltata la strada all’altezza di una piccola centrale elettrica».

È il secondo pastore piemontese, vescovo in Calabria, per il quale si apre la strada della santità dopo Giovanni Vittorio Ferro, venerabile dal 5 luglio 2019. Nasce a Costigliole d’Asti e studia dai Somaschi: emette i voti nel 1920; sacerdote dal 1925; si laurea in Filosofia alla Gregoriana e in Teologia a Torino; durante la guerra salva gli ebrei dai nazifascisti; insegna Diritto Canonico nell’istituto di Corbetta (Milano); è rettore del «Collegio Trevisio» di Casale e poi del «Collegio Gallio» di Como. Parroco di Santa Maria Maddalena a Genova; provinciale dei Somaschi; il 14 settembre 1950 a 49 anni è arcivescovo di Reggio Calabria vive i violenti anni Settanta. Uomo del Nord, capisce e ama il Sud; promuove il Centro volontari della sofferenza, fondato dal beato casalese Luigi Novarese. Si immedesima nella realtà reggina, comprendendo e condividendo necessità e difficoltà, gioie e dolori. Percorre più volte il territorio e visita le comunità, anche nei più piccoli e disagiati centri aspromontani, Le devastanti alluvioni del 1951 portano all’abbandono di molti paesi. Attraverso la radio chiede alla Nazione una gara solidarietà ma il suo appello è ascoltato solo da Pio XII e alcuni vescovi che gli inviano aiuti.

Particolarmente attento ai più poveri e bisognosi, si fa povero fra i poveri. Nella tragica rivolta di Reggio Calabria del 1970-71 – fomentata dai neofascisti del Movimento sociale che guidano la rivolta al grido «Boia chi molla» – per la designazione del capoluogo della Regione Calabria: Catanzaro la spunta. Il vescovo resta vicino alla sua popolazione. I giornali dell’epoca parlano di oltre 10 mila persone che il 4 ottobre 1970 in piazza Duomo gli esprimono affetto. La stessa piazza lo aveva fischiato il 17 settembre quando aveva chiamato «fratelli in Dio» le forze dell’ordine e aveva invitato al dialogo. La sua opera è malvista dai neofascisti che chiedono (vanamente) l’arresto del sindaco e dell’arcivescovo. Mons. Ferro continua la sua opera pastorale dopo i violenti moti e raccoglie l’approvazione del presidente della Repubblica Giuseppe Saragat e della Segreteria di Stato. A 76 anni, il 4 giugno 1977, si dimette. Il Consiglio comunale lo nomina cittadino onorario. Si ritira a Roma, ma i reggini lo vogliono tra loro. Muore a Reggio il 18 aprile 1992.

Sessant’anni fa la morte del Vescovo Moietta 

«È una domenica pomeriggio del dicembre 1962. A Milano si è appena affievolito il movimento. C’è gente per le strade. Le automobili rompono la leggera foschia scesa a inumidire gli alberi e le case. Un tram sferraglia lontano. Tutto è silenzioso in questo luogo. Si ferma un’automobile: l’autista apre lo sportello posteriore; un ecclesiastico scende e sale rapidamente i pochi gradini della clinica a passo svelto; attraversa i corridoi accompagnato da luminari della chirurgia: baciano la mano al cardinale arcivescovo Giovanni Battista Montini, successore dei Santi Ambrogio e Carlo: riveste di discrezione la sua dignità. Brilla il lampo degli occhi quando chiede della salute dell’infermo per il quale è qui».

Il libro «Se la vita è fuoco» (Piemme, 1988) è la brillante cronaca del grande prete giornalista, il vercellese Cesare Massa, sulla vita di mons. Vittorio Moietta: «Il presule attende di visitare l’infermo per mandato esplicito di Papa Giovanni. Gli dicono che bisogna attendere. Fa anche lui l’anticamera del dolore. Porta un rosario, una medaglia del Concilio e una fotografia con firma di Giovanni XXIII. Pensa alla potenza evocativa di queste cose: la Madonna, la Chiesa, il Papa, soprattutto se l’infermo è un giovane vescovo, da pochi mesi consacrato e in “possesso” della sua gente di Nicastro. I due fratelli vescovi si incontrano e parlano con le parole della fede. I loro sguardi sono pieni di speranza. I gesti dicono l’amorevolezza di una comunione, che ha le sue radici nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. L’arcivescovo dice così disegnando a nome del Papa la benedizione della croce. Poi il congedo fraterno».

Il giovane vescovo soffre a «vivere lontano come in esilio dalla mia gente» calabrese. Vittorio Moietta nasce il 7 aprile 1913, 110 anni fa, nasce a Brusasco (Torino, diocesi di Casale Monferrato). Dopo gli studi in Seminario il 27 giugno 1937 è ordinato sacerdote. Viceparroco e poi parroco a Torcello-Rolasco, la parrocchia più povera della diocesi.

Nel settembre 1945 il vescovo Giuseppe Angrisani lo nomina direttore spirituale nel Seminario maggiore; il 7 ottobre 1950 fonda il Gruppo Missionario sacerdotale Nostra Signora di Crea e il 7 aprile 1956 il Gruppo Missionario femminile. Il 25 gennaio 1961 è eletto vescovo di Nicastro (oggi Lamezia Terme) in Calabria e il 19 marzo è consacrato nella Cattedrale Sant’Evasio a Casale. Fa l’ingresso il 25 aprile 1961. In appena due anni manifesta una straordinaria vivacità: indice la visita pastorale; programma settimane pastorali per il suo 25° di sacerdozio; predica gli esercizi spirituali alle Suore cli Sant’Eusebio a Vercelli; partecipa agli esercizi spirituali con il suo clero a Catanzaro predicati da mons. Angrisani. Il 10 ottobre 1962 celebra la Messa di commiato, in partenza per il Concilio Vaticano II ma 11 novembre 1962 è ricoverato e operato nella clinica «Città di Milano». Il 19 marzo 1963 celebra la sua ultima Messa. Il 1° aprile 1963, dopo soli 23 mesi e 7 giorni di permanenza in diocesi, si spegne serenamente.

La vita eccezionale di un uomo straordinario, purtroppo sconosciuto dall’opinione pubblica, anche ecclesiale. Al suo ingresso a Nicastro, sotto una pioggia battente anche di petali di fiori, il giovane vescovo esclama: «Vi dò la mia vita. Non vi chiedo nulla. Sono venuto per dare. La nostra sarà una diocesi missionaria. Sono il vostro vescovo, sono venuto a trovarvi perché vi voglio bene. Non vengo a cercare onori e gloria; vengo a cercare i vostri cuori e null’altro voglio salvare le vostre anime».

Un vescovo che precorre il Vaticano II al quale partecipa solamente per pochi giorni. Il Concilio non è un fungo spuntato improvvisamente e spontaneamente, è un albero con radici lontane. Il senso di Chiesa come comunione di persone riunite dallo Spirito di Cristo è molto presente nelle parole e nell’azione di Moietta. Persegue una Chiesa missionaria non attendista e non trionfalista. Della dignità vescovile non fa mai un vantaggio personale o per i famigliari. Il principio che lo sorregge è il «servizio» che va reso con generosità e coraggio, specie ai più poveri. Vive un’affermazione basilare del Concilio: «La Chiesa deve fare la scelta preferenziale dei poveri». I biografi ricordano: visita «gli ultimi» nei quartieri più squallidi della città e delle borgate; si impegna a promuovere nuove attività produttive; va a trovare gli emigranti stagionali nei posti di lavoro e li accoglie al rientro in famiglia e promuove incontri formativi in preparazione alla Cresima. Appena giunto a Nicastro percepisce che manca l’impianto stabile del catechismo ai fanciulli e la loro scarsa presenza alla Messa festiva. Convoca i parroci e chiede agli esperti di catechesi e di liturgia di presentare un metodo semplice e fattibile per svolgere il catechismo e programmare la Messa per i fanciulli. Ha la piena rispondenza dei parroci, che sono lietissimi di presentare al vescovo i loro fanciulli preparati. Questo comporta incessanti spostamenti per il vescovo, ma l’incontro con la popolazione è motivo di grande festa. Il cardi nale Marcello Mimmì, prefetto della Congregazione dei vescovi, gli aveva detto: «Stia attento a non essere un generale senza ufficiali», cioè sacerdoti.

Don Carlo Grattarola, sacerdote casalese novantenne, fu il segretario di mons. Moietta e ricorda cosa gli disse Giovanni XXIII: «Stai vicino al tuo vescovo, frena il suo ardore perché possa durare a lungo». Aggiunge: «Purtroppo né io ebbi l’ardire di moderare l’entusiasmo del giovane vescovo, né soprattutto durò a lungo. Anzi, di due mesi precedette nella morte (il 5 giugno 1963) Papa Giovanni il quale comprese appieno la tempra di mons. Moietta e la santità che lo bruciava. Aveva della Chiesa e dell’episcopato una concezione ardente, operante, conquistatrice, missionaria, irrequieta». Diceva l’ardente vescovo: «Odio l’ordinaria amministrazione, come svuotamento dello spirito e mancanza di passione e convinzione. Il vescovo, per me, deve essere un motore che trascina, travolge, segna la strada ed il ritmo». Un ultimo ricordo di Grattarola del vescovo tutto fuoco: «Stava per comperare delle roulottes per trasformarle in chiese mobili e raggiungere le borgate sperdute». Con mons. Moietta la porta era sempre aperta.

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