Sessant’anni fa la nuova Scuola media unica

Dicembre 1962 – Sessant’anni fa, dopo un tormentato iter durato oltre 15 anni, il Parlamento italiano approvava la nuova Scuola media unica, obbligatoria e aperta a tutti, uno dei provvedimenti più significativi della storia scolastica, che parte nell’autunno dell’anno dopo

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Nel dicembre di 60 anni fa il primo centrosinistra raggiungeva due importanti risultati: la nazionalizzazione dell’energia elettrica con la nascita dell’Ente nazionale per l’Energia elettrica (Enel) e – dopo un tormentato iter durato oltre 15 anni e vincendo l’opposizione del Pci e delle destre – il Parlamento approvava la nuova scuola media unica, obbligatoria e aperta a tutti, uno dei provvedimenti più significativi della storia scolastica, che parte nell’autunno dell’anno dopo. Il grande pedagogista astigiano Gesualdo Nosengo annota: «Suona l’ora della scuola media e del grande compito assegnato a coloro che l’hanno voluta». Nel giugno 1944 aveva ideato, fondato e presieduto l’Unione cattolica italiana insegnanti medi (Uciim).

La legge 1859, istituendo la scuola media unificata, applica la Costituzione che prevede otto anni di scuola gratuita e obbligatoria per tutti: scuola media e statalizzazione dell’energia elettrica sono due condizioni programmatiche poste dal Partito socialista per sganciarsi all’alleanza frontista con i comunisti che durava dal 1948 e per varare un governo con la De. Nella fase iniziale della Repubblica, i governi centristi a maggioranza Dc non pensano ad attuare il dettato costituzionale ma cercano di favorire la scuola privata, alla quale si oppongono le forze laiche che difendono la scuola pubblica. L’articolo 34 della Carta afferma l’obbligo di almeno 8 anni, con scuola per tutti fino a 14 anni, il diritto allo studio per i capaci e i meritevoli e l’impegno a rendere effettivo il diritto con forme di assistenza economica.

Votano a favore democristiani, socialisti, socialdemocratici e repubblicani. Votano contro le destre: monarchici, missini, liberali e – con motivazioni opposte – i comunisti. La destra difende la scuola che divide: quella che favorisce le classi medie – con le discipline necessarie per guadagnare e comandare – e quella per le classi popolari che devono prepararsi e allenarsi al lavoro manuale. Vota contro il Pci, anche se nel 1959 due senatori comunisti proposero senza successo la media unica. La legge arriva a fine 1962 dopo tre anni di confronti parlamentare serrati e a volte aspro. Lo Stato si impegna a istituirla, nell’arco di tre anni, nei Comuni sopra i 3 mila abitanti; deve essere unica nel senso di non prevedere precoci canalizzazioni verso un indirizzo di secondaria superiore; deve essere gratuita per consentire anche ai meno abbienti di acquisire l’istruzione e deve «formare l’uomo e il cittadino». La licenza media è un esame di Stato e consente di continuare gli studi in qualsiasi direzione.

Il merito non è solo del ministro democristiano Luigi Gui ma anche dell’accordo di centro-sinistra, fortemente osteggiato dai comunisti. Nell’autunno successivo (1963-64) la scuola media apre le porte a 600 mila ragazzi e ragazze, figli di operai, contadini, artigiani, piccoli commercianti e braccianti, che fino ad allora non erano andati oltre la quinta elementare o l’avviamento professionale. I ragazzi studiano Italiano, Matematica, Storia, Geografia, Scienze, Arte, Inglese o Francese, Ginnastica, Musica; hanno le porte aperte agli studi superiori; fanno almeno un anno di latino, la materia sulla quale si era concentrato lo scontro politica. La riforma, non esente da pecche nell’applicazione, è una conquista storica per l’uguaglianza dei cittadini. I quattordicenni in possesso di licenza media passano in dieci anni dal 46,8 per cento all’82,3; decine cli migliaia di giovani entrano poi nei licei e nelle scuole tecniche-professionali con una più forte cultura di base, avvicinando sapere e lavoro e contribuendo a spingere l’economia e a migliorare agricoltura, industria e servizi.

Cinque anni dopo, con «Lettera a una professoressa», don Lorenzo Milani, fervido sostenitore con i ragazzi di Barbiana, denuncia ciò che ne impedisce la piena applicazione: «Il principale difetto della scuola italiana sono i ragazzi che ancora perde». Come rimedio propone di dare di più a chi parte con meno nella vita, come dice l’articolo 3 della Costituzione: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che, limitando di fatto l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana». Oggi il terribile 18,2 per cento di ragazzi, sempre e solo figli dei poveri, che abbandonano scuola e formazione, dice che l’Italia deve ancora affrontare questa sfida prioritaria; i troppi abbandoni devono diventare un’emergenza nazionale, sostenuta, finanziata e difesa da tutta la comunità. Non è più pensabile tagliare i fondi per la scuola perché si perdono per strada troppi ragazzi. Il pedagogista Gesualdo Nosengo vede nella riforma la risposta alle istanze evangeliche di giustizia e promozione umana e, attraverso l’Uciim, tende a rinnovare la classe docente e ad animare le istituzioni scolastiche, primo nucleo dei «decreti delegati» degli anni Settanta che coinvolgono studenti, inse­gnanti, famiglie e forze sociali.

Il 1962 è dominato dall’indipendenza di numerosi Paesi, che gradatamente entrano nell’Onu: Samoa Occidentali, Burundi, Rwanda, Algeria, Giamaica, Trinidad e Tobago, Uganda. Il Sudafrica razzista arresta e condanna Nelson Mandela. In un carcere di Tel Aviv viene impiccato Adolf Eichmann uno dei principali responsabili della «soluzione finale» e del genocidio degli ebrei. Gli Stati Uniti mandano il primo uomo in orbita nello spazio. In ottobre scoppia la crisi dei missili a Cuba dove Fidel Castro – che era stato scomunicato da Giovanni XXIII – accetta le armi dall’Unione Sovietica. Proprio Papa Roncalli media tra il sovietico Nikita Kruscev e l’americano John Fitzerald Kennedy. Il 6 maggio il Parlamento elegge Antonio Segni presidente della Repubblica; il 16 agosto in Gram Bretagna nascono i Beatles; l’11 ottobre Giovanni XXIII inaugura il Concilio Vaticano II; il 27 ottobre, in circostanze misteriose, precipita a Bascapè (Pavia) l’aereo di Enrico Mattei, presidente dell’Eni.

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