Settanta appuntamenti per “imparare ad accogliere”

Un mese e mezzo di incontri – Conclusa la terza edizione del Festival dell’Accoglienza organizzato dalla Pastorale Migranti della diocesi di Torino. Oltre 200 ospiti da tutta Italia e dal mondo. L’Arcivescovo Repole: “i migranti non hanno solo bisogno di una casa e di un lavoro, hanno bisogno di fraternità. È importate che il Festival abbia lanciato con forza questo messaggio”

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Foto Marcos Dorneles - Pastorale Migranti Torino

La terza edizione del Festival dell’Accoglienza «E mi avete accolto» è giunta ormai al termine. Rimane un ultimo incontro, il 15 novembre, nato dalla volontà degli organizzatori di coinvolgere quanti tra i partecipanti degli oltre 70 incontri vogliano contribuire a dare una prima valutazione «a caldo» di quanto si è sentito e si è vissuto nei 48 giorni di manifestazione.

«Il Festival dell’Accoglienza è complesso da rileggere», afferma Sergio Durando, curatore con Walter Vergnano del ricco programma e responsabile della Pastorale Migranti della diocesi di Torino, «e richiederà certamente un impegno di tempo e di strumenti metodologici capaci di andare oltre i dati quantitativi».

Sergio Durando

Il dato di fatto è la costante e significativa partecipazione di pubblici diversificati ai tanti eventi in programma. «Il Festival è nato», ricorda Durando, «per valorizzare la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, la Giornata Missionaria Mondiale, la Giornata Nazionale della Memoria e dell’Accoglienza e la Giornata Europea contro la Tratta, ma anche per essere uno spazio di confronto e di formazione, per dar voce a esperienze più informali, meno conosciute, di incontro e accoglienza nel mondo del lavoro, della scuola, nei territori o nella sanità».

Temi affrontati nelle sezioni del Festival grazie alla collaborazione di persone esperte, come è il caso di Domenico Chiesa, insegnante e già presidente nazionale del Cidi, Centro di Iniziativa Democratica degli Insegnanti, che afferma: «l’accoglienza è alla base dell’esperienza scolastica. Nel Festival è stata raccontata da chi la vive tutti i giorni: i bambini e i ragazzi, raccolti in cerchio nel cortile della scuola Manzoni, i giovani e gli insegnanti dell’Istituto Giulio a ricostruire le loro esperienze per diventare pienamente adulti, ma ancora insegnanti, educatori e volontari a confrontarsi sul senso e sul valore dell’esperienza scolastica all’interno del carcere per persone adulte, per minori e giovani adulti». Secondo Domenico Chiesa «la scuola, quando è veramente scuola, è un tempo in cui ciascuno è riconosciuto e impara a convivere con se stesso e con gli altri».

Foto Marcos Dorneles – Pastorale Migranti Torino

Altro tema che ha suscitato un forte interesse è stato quello dell’accesso ai servizi. «Anche i cittadini italiani hanno problemi a prenotare un esame medico o a richiedere all’Inps l’anticipo del Tfr», afferma Davide Petrini, già docente di Diritto penale all’Università di Torino e moderatore dell’incontro, «figuriamoci quanti ostacoli deve superare chi può trovarsi in difficoltà con la lingua, a utilizzare il web o, peggio, chi vive in una condizione di ‘non regolarità’». E continua: «È drammaticamente emerso da più di un intervento che l’accesso alle Questure vive di incertezze, ritardi, addirittura violazioni di legge, come dimostra un’inchiesta svolta dalla testata Altraeconomia». Per non parlare del servizio sanitario: «nonostante l’impegno messo in gioco da medici e mediatori, è difficile ottenere prestazioni sanitarie, in violazione del fondamentale e universale diritto alla salute», conclude Petrini.

Molti e significativi gli intrecci e le collaborazioni del Festival con altre manifestazioni di cui Torino è ricca: il Festival delle Migrazioni, BallaTorino e le iniziative per il mese Missionario. Questa edizione di «E mi avete accolto» ha coinvolto oltre 200 ospiti, molti dei quali in arrivo da altre parti d’Italia e dall’estero e sicuramente è stato interessante il lavoro di coinvolgimento di altri territori piemontesi, come quello delle diocesi di Alba, Asti e Vercelli. La manifestazione nata a Torino ha in questa edizione allargato i suoi confini poiché «l’accoglienza rappresenta un messaggio evangelico che interessa tutte le nostre comunità», ricorda mons. Marco Prastaro, Vescovo di Asti e incaricato Cep del Coordinamento regionale Migrantes, «quest’anno hanno partecipato altre diocesi del Piemonte coinvolgendo comunità parrocchiali, cappellanie etniche e il variegato mondo del terzo settore per riflettere insieme sui significati del verbo accogliere».

Le sale erano piene, così come le piazze, i cinema, le biblioteche e le tante sedi degli oltre 70 appuntamenti. Gli incontri di approfondimento sono stati partecipati, le domande dal pubblico hanno fatto slittare gli incontri oltre i tempi previsti. «Non ho molti motivi per nutrire speranza in questo periodo, ma aver partecipato alle iniziative che avete organizzato mi incoraggia a pensare che forse c’è un altro modo di stare insieme e di accogliere», scrive al direttore della Migrantes di Asti, Paolo Maccario, che ha preso parte agli incontri in programma in città dal 23 al 30 settembre. «Giro l’Italia incontrando pazzi che credono nella pace, nella difesa degli ultimi, contro le ineguaglianze di un’economia fuori controllo. A Torino sono così pazzi da dedicare all’accoglienza 70 incontri in un mese e mezzo. Ho avuto l’onore di essere con loro», afferma Nico Piro, giornalista e inviato del Tg3 ospite all’incontro «Liberi dal potere». Ribatte il co-curatore del Festival, Walter Vergnano: «con queste parole Nico Piro ha sinteticamente descritto il Festival e lo spirito che ha animato tutti noi. Abbiamo il dovere di continuare ad affrontare questi e altri temi attorno al concetto di ‘accoglienza’».

Il 25 ottobre, di fronte alla Biblioteca civica Calvino di Torino, si sono dati appuntamento 400 giovani studenti universitari internazionali in un evento del Festival ideato e organizzato per dare il benvenuto alle nuove matricole internazionali. «L’esperienza di studio al di fuori del proprio Paese rappresenta un’occasione di formazione ma anche di crescita umana», afferma Roberta Ricucci, docente di sociologia delle Migrazioni di Unito, «per i diretti protagonisti», spiega, «e per i loro coetanei, italiani o solo torinesi, ma anche per docenti e cittadini, essere parte di contesti che si confrontano con altri punti di vista significa arricchire l’insieme delle proprie conoscenze».

Insomma, molti i temi toccati, e molte le occasioni di incontro e confronto con le comunità straniere come è avvenuto nella sezione di approfondimento sul Corno d’Africa che ha registrato una grande partecipazione delle comunità a Torino di sudanesi, eritrei, etiopi e somali. «Le guerre dimenticate, ignorate da media, opinione pubblica e politici, producono ogni anno decine di migliaia di morti e mettono in moto flussi migratori», afferma Paolo Lambruschi, giornalista e inviato di Avvenire che ha preso parte a questa sezione di appuntamenti, «soprattutto i conflitti africani sono spesso causati dal saccheggio delle materie prime sopra e sotto il suolo, indispensabili per lo sviluppo, ma che vengono sottratte alla popolazione per giunta costretta a fuggire. Sono parte consistente della terza guerra mondiale a pezzi e finché non verranno affrontate in un’ottica di giustizia l’umanità correrà il rischio di incappare in un effetto domino», conclude Lambruschi.

A rimarcare con forza la necessità di fermarsi a riflettere e porsi degli interrogativi è il nostro Arcivescovo mons. Roberto Repole: «credo che anche quest’anno il Festival dell’Accoglienza abbia svolto un servizio di cui la società civile ha urgente e assoluta necessità: far riflettere sulla questione dei migranti andando al di là del clima di permanente emergenza. Si tratta di superare le continue polemiche, che sono sterili. Il Festival l’ha fatto evidenziando le ragioni che spingono milioni di persone a migrare: le guerre, le persecuzioni, la miseria. Come si può pensare che le vittime di queste tragedie non cerchino una vita migliore altrove?». Gli fa eco Morena Savian, direttrice dell’Area Annuncio e Celebrazione della diocesi di Torino: «Il Festival è un’intensa e importante occasione per modificare la narrazione intorno a una realtà come la migrazione, spesso affrontata con miopia e strumentalizzata in modo tale da dimenticare la centralità delle persone, delle loro storie e delle drammatiche situazioni dei loro Paesi di origine».

«Liberi di scegliere se migrare o restare», questo il manifesto della terza edizione del Festival, tema scelto da Papa Francesco per la 109 esima Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato al centro dell’incontro del 30 ottobre al Museo del Risorgimento a Torino. «I due diritti camminano insieme nella storia contemporanea», afferma mons. Giancarlo Perego, presidente della Fondazione Migrantes, «e ciò è ribadito nel Magistero sociale della Chiesa, dalla Rerum novarum (1891) di Leone XIII alla Fratelli tutti di Francesco (2020)». Mons. Perego sottolinea che oggi si è liberi di migrare, di lasciare il proprio Paese, ma non si è poi così liberi di entrare in un altro e, nel momento in cui si riesce, è poi difficile tornare, soprattutto se le condizioni del Paese di origine non sono migliorate.

Mons. Roberto Repole

«Mi rendo conto che non è facile», sottolinea con forza mons. Repole, «ma dobbiamo prendere coscienza del fatto che le migrazioni continueranno a esistere e magari si intensificheranno. Ecco perché il Festival ha posto l’accento sulla ‘qualità’ dell’accoglienza: dobbiamo imparare ad accogliere, un gesto non scontato. Credo che un contributo della comunità cristiana sia quello di ricordare che i migranti non hanno solo bisogno di una casa e di un lavoro: hanno bisogno di umanità, di amicizia e di relazioni buone, hanno bisogno di fraternità. Molto importante che il Festival abbia lanciato con forza questo messaggio».

«Accogliere è più bello ed efficace se lo si fa insieme», dichiarano convinti Monica e Giovanni Belingardi, volontari in un progetto di corridoi umanitari, «non solo abbiamo partecipato a diversi incontri di informazione con oratori di indiscutibile autorevolezza, ma anche alla proiezione di film, a momenti conviviali e di festa».

Il coraggio quando si trasforma in energia provoca cambiamento e questo i coniugi Belingardi lo hanno proprio confermato: «l’esperienza che abbiamo vissuto ci ha maggiormente indicato l’importanza di impegnarci in prima persona». Arrivederci al prossimo anno!

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