Settimana Sociale, “cosa pensiamo della democrazia”

Analisi – La 50° edizione delle Settimane Sociali dei cattolici italiani – intitolata «Al cuore della democrazia» – ha riaperto mercoledì 3 luglio il grande tema sul rapporto tra i credenti e la democrazia. Occorre ripensare al futuro attraverso la «memoria» e non con la «nostalgia» dei tempi passati, in questi ultimi 20 anni il contesto sociale che è cambiato per sempre

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La 50° edizione delle Settimane Sociali dei cattolici italiani – intitolata «Al cuore della democrazia» – ha riaperto mercoledì 3 luglio il grande tema sul rapporto tra i credenti e la democrazia. Occorre ripensare al futuro attraverso la «memoria» e non con la «nostalgia» dei tempi passati, in questi ultimi 20 anni il contesto sociale che è cambiato per sempre. La comunicazione in rete e la disintermediazione voluta dal populismo, la crisi del logos politico (il ragionamento) e l’esaltazione degli «emotivismi» personali come verità assolute; la crisi del demos (il popolo) sul kratos (il potere), sono solo alcuni esempi di come occorre ripensare la partecipazione. Anche l’Ia, l’Intelligenza artificiale, rischia di imporre nelle democrazie la possibilità di «scegliere» – spesso in forma binaria con un like -, e ostacolare la possibilità di «decidere» che richiede luoghi relazionali, una formazione permanente, principi verso su cui tendere, capacità di mediare e di discernere tra un bene e il meglio.

Padre Francesco Occhetta

Secondo un report dell’Economist dello scorso aprile, su 167 Stati analizzati risulta che solamente 24 Stati abbiano la patente di democrazia completa, in cui i cittadini godono del rispetto delle libertà civili, dell’indipendenza della magistratura e della libertà di stampa. I dati preoccupano se dalla ricerca emerge che le democrazie compiute si limitano all’8% degli Stati analizzati, mentre 59 Stati sono governati da regimi autoritari. Ma c’è di più: rispetto al 2023 i conflitti sono aumentati del 12% rispetto all’anno precedente e del 40% rispetto al 2020.

In un appunto inedito degli anni Trenta del secolo scorso, il giovane Giovanni Battista Montini, il futuro Paolo VI, aveva previsto il pericolo del fascismo, proponendo ai popoli di investire sulla giustizia, prima di parlare di libertà o di forza. Quelli che lo ascoltarono, durante la Seconda Guerra mondiale prepararono il domani; quelli invece che lo sottovalutarono, appoggiarono il fascismo come la soluzione più vantaggiosa anche per la Chiesa. Il primo compito allora è quello di scrutare e leggere i segni dei tempi per riorganizzare una partecipazione attiva e responsabile che ricollochi al centro dell’agire il rispetto della vita umana, il rifiuto della guerra e la costruzione di percorsi di pacificazione, lo sviluppo umano integrale, la giustizia intesa come riparazione, l’uguaglianza sociale. È solo così che si attraversano le nuove e urgenti frontiere della biopolitica e del rapporto tra l’umano e l’Intelligenza artificiale.

Certo il rischio è quello di trasformarsi in una perenne minoranza. E in democrazia sono i numeri che fanno la somma. Ma davvero occorre ridursi a somme svuotate di pensiero? Dall’esperienza di Trieste ci si attende come connettere competenze, mondi generativi e l’esperienza di molti amministratori locali virtuosi ma soli, ma anche idee sulle riforme in campo e di come si vuole costruire l’Ue.

Quest’ultimo è uno dei temi silenti: il nuovo orizzonte culturale e geopolitico richiede di ripensare lo Stato da Bruxelles. Il futuro della democrazia con i suoi elementi costitutivi – centralità del popolo, territorio, sovranità e il rapporto con il mercato globale – passa da un modello tras-nazionale di democrazia in cui Bruxelles è chiamata a diventare la nuova Roma. Attraverso una sovranità integrata occorre costruire e consolidare un livello sovrannazionale – ma non globale – che si collochi tra gli Stati nazione e il fallimento degli organi internazionali come l’Onu.

In questo scenario, ha scritto di recente Gian Maria Flick, «per superare i limiti del mercato unico non bastano più le quattro libertà coltivate sino ad ora: circolazione di beni, servizi, persone, capitali. Occorre aggiungere le libertà relative alla ricerca; al capitale sociale; a cultura, innovazione e istruzione. Occorre più efficienza, non solo più eguaglianza. La guerra e i cambiamenti climatici ci obbligano a ripensare la dignità della persona e i diritti fondamentali nei complessi scenari mondiali, solamente se l’Ue riuscirà a rimanere unita nella sua diversità».

Cosa può fare la Chiesa in questo contesto? Può ricostruire il tessuto sociale allo stesso modo dei monaci che attraverso la spiritualità, la cultura e il lavoro hanno tenuto insieme con ago e filo l’Europa dopo la morte dell’impero romano e la devastazione dei barbari.

Le chiavi ermeneutiche del pontificato di Francesco su cui ripensare una democrazia nuova sono note a tutti: l’ecologia integrale e il principio di fraternità che «ha qualcosa di positivo da offrire alla libertà e all’uguaglianza» (Fratelli Tutti, n. 103). Da questo orizzonte spirituale e antropologico comune nasce sia un nuovo modo di stare insieme nello spazio pubblico sia un nuovo modello da cui far nascere una nuova classe dirigente e promuovere nuove riforme.

In questo tempo l’irrilevanza politico-partitica non sarebbe tanto grave quanto un’irrilevanza prima di tutto d’opinione, di coordinamento e di idee. Occorre però che la Chiesa in Italia superi lo schema diocesano-centrico: esistono movimenti, Ordini e associazioni religiose e molte rappresentanze sociali che si ispirano alla dottrina sociale che sono una ricchezza inestimabile e spesso poco integrate nella vita ecclesiale.

Oggi più che mai c’è bisogno di speranza. Già. Ma di cosa è fatta la speranza? «La speranza è fatta di cose che hanno bisogno di qualcuno che le faccia accadere» suggerisce Cicely Saunders, l’inglese che fu infermiera, medico e filosofa, che da atea divenne cristiana anglicana e che contribuì attivamente alla diffusione degli Hospice, e che, convinta dell’importanza delle cure palliative nella medicina moderna, volle assistere i malati terminali fino alla fine della loro vita nel modo più confortevole possibile. «Far accadere la speranza»: ecco la vocazione sociale dei cattolici in Italia, ora.

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