Sfuma il Parco della Salute?

Costi alle stelle – Nel 2020 sembrava cosa fatta e invece le imprese di costruzione per il nuovo polo ospedaliero di via Nizza si stanno defilando. Per scongiurare il fallimento del progetto la Regione Piemonte ha sospeso le precedure ci riproverà alla fine del 2023

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L’aumento vertiginoso dei prezzi delle materie prime e dell’energia registrato nell’ultimo anno sui mercati globali e nazionali potrebbe minare alle fondamenta il progetto di un nuovo Parco della Salute e della Scienza per Torino. Rischia di interrompersi, addirittura prima che ne siano stati depositati i documenti, l’iter per la costruzione del polo sanitario e della ricerca che la Regione Piemonte vorrebbe far sorgere nell’area ex Fiat Avio all’ombra del grattacielo di via Nizza, che nel 2023 diverrà sede ufficiale dell’ente. Il quadro economico mette in allerta gli osservatori del settore (sanitari, ma anche politici già in vista dell’ultimo anno di legislatura regionale) che chiedono risposte urgenti all’amministrazione guidata da Alberto Cirio, le cui deleghe in materia di edilizia sanitaria sono affidate all’assessore Luigi Icardi.

Il Presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio

Di sicuro, per ora, c’è la scadenza del bando di gara da 568 milioni di euro fissata a fine novembre, al termine di un complesso iter partito nel 2019 che ha previsto una fase di «dialogo competitivo» tra committente e aziende interessate e si avvia alla presentazione delle offerte. L’esplosione dei costi potrebbe però avere l’effetto di far andare deserto il bando. Nel caso, la Regione potrebbe concedere una proroga di un anno, ma sono pochi a credere che questa mossa consentirebbe di superare lo scoglio dei prezzi, permettendo alle imprese interessate di presentare una proposta che rientri nei limiti di budget del progetto.

C’è chi guarda già oltre questa eventualità. Secondo l consigliere regionale del Partito democratico Daniele Valle, nel caso che non ci fossero proposte di realizzazione dell’opera, «i partecipanti all’iter di gara non avrebbero niente da pretendere. E la Regione potrebbe chiedere al Governo un provvedimento ad hoc per costruire l’infrastruttura in tempi rapidi, con la nomina di un Commissario nella persona del Presidente della Regione». Il modello auspicato dal rappresentante del Pd sarebbe quello della ricostruzione del ponte Morandi di Genova, per un’opera riconosciuta di rilevante importanza. Anche perché, nel frattempo, resta il nodo critico della vetustà degli attuali ospedali della Città della Salute (le Molinette, soggette a periodici, corposi interventi di manutenzione e restauro, sono state inaugurate nel novembre 1935) e di quelle escluse dal Parco (Anni Trenta per il Sant’Anna, Cinquanta per il Regina Margherita). La cifra della precarietà strutturale è cronaca: pochi giorni fa il controsoffitto di un corridoio dell’ospedale Giovanni Battista è crollato, fortunatamente in piena notte.

I soldi ci sono. Secondo osservatori gli ultimi due anni hanno mutato il contesto economico e le risorse destinate alle infrastrutture sanitarie. Oggi i soldi per la realizzazione dell’opera sono nelle disponibilità della Regione da trasferimenti statali, che occorre però attivare. Da qui le pressioni sull’Amministrazione regionale perché metta la realizzazione del nuovo ospedale e del centro di ricerca collegato in testa agli obiettivi di questo ultimo anno di legislatura. Si tratta di andare a intercettare le risorse del programma di «ammodernamento, ristrutturazione e sostituzione di strutture ospedaliere» (legge 67/88), rifinanziato nelle ultime manovre finanziarie, per un importo complessivo destinato al Piemonte di 1 miliardo di euro. Pare allora ipotizzabile quanto proposto negli anni scorsi dai contrari al piano finanziario dell’opera: abbandonare l’attuale formula del partenariato pubblico privato (costi di costruzione dell’opera anticipati dai privati-gestori, rimborsati con gli interessi per 25 anni dalla Regione) con l’intervento diretto dello Stato. Di più. La certezza del finanziamento garantirebbe anche di poter svolgere, con sei mesi in più di lavori per un’opera di cui si discute da oltre vent’anni, il «dibattito pubblico» aperto e trasparente finora mancato sulla grande infrastruttura, ma previsto dalle norme nazionali per le opere di rilevante importanza sopra i 300 milioni di euro.

Budget invariato. Torniamo all’allarme costi. L’annuncio delle insorgenti difficoltà dei raggruppamenti di imprese impegnati nella complessa redazione della proposta di progetto per la nuova opera è stato tempestivo, nei giorni dello scoppio della guerra in Ucraina: il 22 e il 28 febbraio di quest’anno le due cordate in lizza per il Parco hanno inviato alla Città della Salute e della Scienza – il committente ufficiale del progetto – note «in cui hanno rappresentato che l’eccezionale aumento dei prezzi delle materie prime e dell’energia ha comportato un notevole incremento, sia dei costi di costruzione, che di quelli di gestione, e hanno richiesto di aggiornare i termini economici e finanziari della gara». La risposta ufficiale delle Molinette e della Regione si è fatta attendere fino a inizio settembre e ha confermato che i termini della gara sono rimasti invariati. L’input viene da Roma: l’Autorità nazionale anticorruzione, informata delle istanze dei costruttori, ha «escluso la possibilità di introdurre nella documentazione di gara clausole che consentano l’adeguamento del Quadro Economico dei costi dell’intervento rispetto all’aumento dei prezzi di mercato, in quanto tali clausole avrebbero come conseguenza quella di modificare i parametri economici della procedura, posti a base di gara fin dalla pubblicazione del bando, e cioè il contributo e il corrispettivo della concessione». Insomma, adeguare le cifre significherebbe scrivere un altro bando e, quindi, ripartire da capo.

Così, nella deliberazione 1222 del 2 settembre scorso il Direttore generale della Città della Salute, Giovanni La Valle, ha «riaperto il dialogo competitivo» tra aziende in corsa e committente, ma non ha aggiornato i valori economici, chiedendo nei fatti alle imprese di rimanere nei limiti di budget fissati. Le conclusioni cui imprese e committente erano giunti fin qui «devono essere riviste a seguito dell’eccezionale aumento dei prezzi», ma diminuendo i costi delle realizzazioni previste e quindi qualità e quantità di quanto previsto, non aumentando le risorse destinate alla nuova infrastruttura. È un percorso sostenibile – si chiedono in molti – per un’opera funzionale? Non si condanna il Parco a nascere già monco?

Parco dimezzato. Non va, tra l’altro, dimenticato, che una pesante incognita grava sul futuro del Parco della Salute, dopo gli annunci – non più tardi dei primi mesi di quest’anno – dell’assessore alla Sanità della Regione Piemonte, Luigi Icardi, che prefigurava lo scorporo dal futuro polo ospedaliero dell’area neonatale, di ostetricia e ginecologia del Sant’Anna, dopo quella data ormai per certa del Regina Margherita, che non entra nel progetto del nuovo Parco. Una modifica in corso d’opera che può esporre l’opera ad una bocciatura del nuovo Parco da parte del Governo e dei Ministeri a causa delle pesanti modifiche al progetto iniziale. Che ora, però, alla luce dei maggiori costi sembrano un problema secondario.

Non esente da pesanti contestazioni da parte dell’Ordine dei Medici della Provincia di Torino, il programma della Regione – ancora a guida Centrosinistra, giunta Chiamparino – prevedeva la creazione di una struttura unica capace di ricomprendere Molinette, Cto, Sant’Anna e Regina Margherita nell’area della ex Fiat Avio di via Nizza. La realizzazione dell’opera prevede due lotti: uno della Sanità e della formazione clinica (127mila metri quadrati per 1.040 posti letto) e un altro – ancora completamente al palo – della Ricerca da 10 mila metri quadrati al quale affiancare gli spazi per la didattica (5.000 studenti) e la foresteria. Numerose modifiche hanno però già segnato il cammino del progetto nascente: il Cto manterrà le attività a media e bassa complessità nell’attuale struttura, il Regina Margherita si è sfilato, sorte cui appare destinato anche il Sant’Anna, per costituire addirittura un’azienda sanitaria a sé stante, dopo l’incorporazione nella Città della Salute del 2012.

L’Anaao Assomed, uno dei principali sindacati dei medici ospedalieri, aveva elencato in una nota prima dell’estate, tutte le carenze dell’iter avviato dalla Regione, paventando l’ipotesi che «il progetto rimaneggiato non sia più appetibile per le imprese costruttrici». Proiezioni che forse si concretizzeranno nella gara deserta, per effetto della proverbiale goccia dell’aumento dei costi, sufficiente a far traboccare il vaso delle offerte economiche per la costruzione.

Lungodgenza e Riabilitazione. Oltre ai «muri», i rappresentanti dei malati chiedono che si apra un confronto pubblico serrato sull’offerta terapeutica del futuro Parco, evidenziando la mancanza di un piano di continuità terapeutica in strutture sanitarie collegate e vicine al nuovo ospedale. Alla diminuzione dei posti letto (pressoché dimezzati nel progetto del Parco rispetto all’attuale dotazione degli ospedali che costituiscono la Città della Salute) si affianca, secondo le associazioni di tutela dei pazienti, l’impossibilità di formare medici e altri operatori sul trattamento dei malati cronici, spesso non autosufficienti, o con necessità di riabilitazione e lungodegenza, anziché di interventi «lampo» di alta complessità. Il risultato di una Sanità pubblica che non contempli questo bisogno (di gran lunga il più diffuso nella popolazione), senza che si provveda per tempo? «È una porta aperta alla totale delega ai privati per prestazioni convenzionate, cioè pagate dall’ente pubblico, sulle quali le Asl hanno dimostrato di non saper esercitare controlli – ammoniscono le associazioni –. Oppure, addirittura, l’abbandono dei malati che hanno necessità di cure prolungate, soprattutto i non autosufficienti».

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