Siamo la provincia più povera

Ultimi nell’Italia del Nord – L’Istat fotografa l’emergenza delle famiglie insieme all’invecchiamento della popolazione, i veri banchi di prova per la politica nel prossimo decennio. Gli indicatori dell’indigenza nella provincia di Torino e in Piemonte sono tutti inferiori ai valori di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna

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Le tendenze della demografia a Torino e il livello di benessere, la trasformazione del sistema economico e la situazione lavorativa della popolazione. Offriamo qui un quadro aggiornato sulla base di dati Istat e Inps.

Calo demografico. A gennaio 2024 risultano residenti a Torino 846.182 persone, con una leggera prevalenza di donne. I cittadini «stranieri», cioè le persone di cittadinanza non italiana aventi dimora abituale a Torino, sono il 15,4% della popolazione, equamente divisi fra uomini e donne.

Nel corso del 2023 sono stati persi 462 abitanti. Negli ultimi 2 anni la perdita è stata di 1.912 unità, negli ultimi 10 anni di 45 mila unità. Se facciamo il confronto con il 1971, quando Torino registrava una popolazione di 1.162 persone, ne abbiamo perse 316 mila.

Muoiono molte più persone rispetto a quante nascono: nel 2023 i decessi sono stati il doppio delle nascite (10.403 contro 5.204) producendo un saldo naturale negativo di 5.199 unità. Neppure le migrazioni riescono a compensare il calo delle nascite: il saldo naturale negativo di 5.199 unità non è compensato dal saldo migratorio interno (anch’esso negativo, -684) e dal saldo migratorio con l’estero (che è positivo ma non sufficiente: +5411).

Il calo delle nascite è dovuto a numerosi fattori tra i quali:

  • il calo della popolazione femminile in età fertile;
  • la riduzione del tasso di fecondità, sceso a 1,14 figli per donna;
  • l’innalzamento dell’età media del parto, salita a 32,9 anni
  • il ritardo nella transizione delle persone allo stato adulto;
  • i freni persistenti legati al lavoro, all’accesso alla casa e alle condizioni economiche che incidono negativamente sui progetti di formazione della famiglia e di quelli riproduttivi.

Nel 2023, fra le Città Metropolitane del Nord Italia, solo Torino ha perso abitanti. A Milano la popolazione è cresciuta di 13.420 unità; a Bologna di 1.243, a Genova di 747 unità grazie ai saldi migratori, che hanno compensato saldi naturali qui negativi.

Città che invecchia. L’età media dei torinesi è 47anni, un anno in più rispetto al 2019. Al primo gennaio 2023 i giovani di età compresa tra 0 e 14 anni risultano 96 mila, l’11,3% della popolazione totale. Quelli con più di 65 anni sono 221 mila, il (26,1%.

L’indice di vecchiaia della popolazione – che misura il rapporto fra ultrasessantenni e giovani fino ai 15 anni – è attualmente a quota 229,8: vivono a Torino più di 2 anziani per ogni giovane. L’indice è particolarmente accentuato nella Circoscrizione 2 Santa Rita, Mirafiori (275,5), nella Circoscrizione 8 San Salvario, Lingotto, Mirafiori, Borgo Po (254,7) e nella Circoscrizione 3 San Paolo, Pozzo Strada, Cit Turin (254,2).

Per avere un’idea più precisa del rapido invecchiamento della popolazione prendiamo in considerazione l’evoluzione dell’indice di vecchiaia dal 1951 ad oggi. .Nel 1951 l’indice era 64, c’era cioè un anziano ogni 4 giovani. Fino al 1981 questo dato è rimasto sostanzialmente3 stabile. Dopo di allora a cominciato a crescere, arrivando a 202,6 nel 2003 e a 229,8 oggi.

L’invecchiamento della popolazione ha molteplici cause. Fra le più importanti si segnala l’aumento della speranza di vita e la diminuzione della fecondità delle coppie. Nel 1950 la speranza di vita dei torinesi era mediamente di 60 anni. Da allora il livello della salute della popolazione è cresciuto grazie al miglioramento delle condizioni igieniche, al miglioramento della dieta, al progresso nella medicina e all’aumento del progresso economico. Grazie a questi fattori la speranza di vita dei torinesi è oggi di 82,9 anni: 80,9 per gli uomini, 84,9 per le donne.

Livello del benessere. Per misurare il livello del benessere nell’area torinese consideriamo il «valore aggiunto» ottenuto dalla produzione di beni e servizi. È un indicatore della ricchezza prodotta nel territorio: non abbiamo dati specifici sulla città di Torino, ci riferiamo a quelli della Città Metropolitana (l’ex Provincia di Torino).

Nel 2021 (ultimo dato disponibile) il valore aggiunto nel territorio della Città Metropolitana è stato pari a 68,2 miliardi di euro, il 3,9% del totale nazionale. Rispetto all’anno 2020 (pandemia) il valore è aumentato di 6 miliardi di euro.

Il valore aggiunto per ogni abitante è 30.784 euro, il più basso fra quelli delle Città Metropolitane del Nord Italia. A Milano tale valore è pari a 53.816 euro, superiore di due terzi rispetto a Torino; a Bologna è 38.244 euro; a Genova 31.798 euro.

Tra il 2013 e il 2021 il valore aggiunto dei torinesi a prezzi correnti è passato da 26.795 euro a 30.784 euro con un aumento del 14,9%. In termini reali, al netto dell’inflazione, l’aumento è stato del 9,8%.

L’allarme povertà. Tre pesanti crisi economiche si abbattute sull’Italia negli ultimi 15 anni, producendo sacche di povertà. Secondo indagini del Parlamento Europeo (anno 2022) il 13,7% delle famiglie piemontesi è a rischio povertà, il 3,2% in situazione di grave deprivazione materiale, il 6,7% è in grave difficoltà ad arrivare a fine mese. Il 10,8% si trova in situazione di grave deprivazione abitativa vive cioè in abitazioni sovraffollate o con problemi strutturali dell’abitazione (soffitti, infissi…), che non dispongono di bagno/doccia con acqua corrente o con problemi di luminosità.

La quota delle famiglie in grave deprivazione abitativa è cresciuta negli ultimi 2 anni dall’8,7% al 10,8%. Quella delle famiglie in grave difficoltà ad arrivare a fine mese è passata dal 4,6% al 6,7%.

In Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna i valori di tutti gli indicatori di povertà sono decisamente inferiori. Il divario rispetto al Piemonte risulta particolarmente elevato nel caso delle famiglie in grave deprivazione abitativa: in Piemonte supera il 10%; nelle altre regioni si attesta al 3-4%.

Dall’industria ai servizi. Torino è stata (in parte è ancora) una grande città industriale. In questi ultimi decenni, il contributo dell’industria manifatturiera alla produzione del valore aggiunto si è ridotto in modo consistente; è cresciuto contestualmente il contributo del terziario, un settore eterogeneo che comprende i comparti che non producono beni ma forniscono servizi complementari e in ausilio alle attività del settore «primario» (agricoltura, allevamento, ecc.) e «secondario» (industria manifatturiera, costruzioni, fornitura di gas e acqua).

Nel 1951 l’industria in senso stretto – che comprende le attività manifatturiere, di produzione e distribuzione di energia elettrica, gas e acqua – forniva da sola il 64,4% del valore aggiunto di Torino; il terziario forniva il 28,4%; il settore delle costruzioni il 4,1% e l’agricoltura il 3,1%

Nell’arco di 70 anni il quadro è completamente cambiato, le parti si sono invertite. Nel 2021 il contributo dell’industria è sceso al 24,6%; quello del terziario è salito al 71,7%; il contributo delle «costruzioni» è aumentato di poco (dal 4,1% al 4,6%), mentre quello dell’agricoltura è sceso allo 0,6%,

Lavoratori e disoccupati. Nel 2023 gli occupati nel territorio della Città Metropolitana sono 911 mila, in prevalenza maschi.

Il tasso di occupazione, dato dal rapporto moltiplicato per 100 fra gli occupati e la popolazione attiva di età compresa tra 15 e 64 anni, è 65,7%: 72% per gli uomini e 59,5% per le donne.

I tassi di occupazione crescono con l’età. Lavora infatti il 17,9% dei 15-24enni più impegnati negli studi; il 35% dei 15-29enni e il 75,9% dei 25-34enni.

Il 66,9% degli occupati lavora nel terziario, il 23,7% nell’industria, il 5,3% nelle costruzioni e l’1,2% nell’agricoltura, a conferma dei cambiamenti intervenuti nella struttura produttiva torinese.

Sul fronte della disoccupazione 68 mila persone sono alla ricerca di un posto di lavoro; il tasso di disoccupazione è 7% (7,7% per le donne e 6,4% per gli uomini).

Si deve considerare anche il dato relativo agli «inattivi» in età da lavoro: sono poco meno di un terzo della popolazione in età da lavoro.

Lavoro in ripresa, ma precario. Nel 2023 gli occupati nella Città Metropolitana risultano aumentati di 6 mila unità rispetto al 2022, grazie a un aumento di 20 mila addetti nell’industria che hanno compensato il calo degli addetti nelle costruzioni (-12mila) e nel terziario (-2mila). Nello stesso periodo le persone in cerca di occupazione e gli inattivi sono diminuiti di 4 mila unità

Nonostante questi miglioramenti, rispetto al 2019, l’anno precedente l’inizio della crisi Covid, mancano ancora all’appello 19 mila occupati,

L’occupazione è in ripresa, ma la qualità dei contratti risulta problematica per l’eccessiva precarietà dei posti di lavoro, che riguarda due terzi dei neo assunti e penalizza soprattutto le donne; per la crescita della «sopra istruzione» che coinvolge un quarto degli occupati, soprattutto donne; per le differenze di genere che nonostante i progressi penalizzano ancora e fortemente le donne.

Nella graduatoria stilata dall’Istat sui livelli dei tassi di occupazione dei 15-64enni nelle provincie italiane, Torino con un tasso di occupazione pari al 65,7% figura ancora molto indietro: al 58° posto.

In un’altra graduatoria dell’Istat, che mette a confronto i tassi di occupazione nei grandi comuni, Torino con il 66,7% figura al settimo posto preseduta da Bologna con il 71%, Milano (72,4%), Firenze (71,9%), Venezia Verona e Genova.

La città della Mole non fa una figura migliore se prendiamo in considerazione la classifica delle province che danno più lavoro ai giovani tra i 15 e i 29 anni. In questa classifica il capoluogo piemontese risulta al 60° posto, il livello più basso fra le Città Metropolitane del Nord Italia.

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