Strasburgo, strage al mercatino di Natale

Europa in allarme – A Strasburgo, sede dell’Europarlamento, la sera dell’11 dicembre un uomo ha aperto il fuoco al mercatino di Natale, nel centro storico della città, pieno di ristoranti gremiti all’ora di cena. Secondo il bilancio provvisorio fornito dalla prefettura l’attentato ha causato 3 morti e 13 feriti, tra cui anche un giovane giornalista italiano

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Per aver accentuato la «verticalità» del potere emarginando i «corpi intermediari» (sindaci, consiglieri regionali, associazioni e amministrazioni locali) che fungevano da cinghie di trasmissione tra il potere politico e la società, per non aver letto, riletto e meditato il discorso di Abramo Lincoln a Gettysburg, con la famosa affermazione «il governo del popolo, dal popolo, per il popolo», il giovane (40 anni) presidente francese Emmanuel Macron è stato costretto a cedere all’insurrezione dei «gilet gialli», a rompere il silenzio, a fare un’autocritica, quasi un mea culpa, ad annunciare una serie di misure destinate a dare una spinta al potere d’acquisto dei ceti meno abbienti.

In questo clima di agitazione, dopo tre sabati di guerriglie urbane, la Francia martedì sera è piombata nel terrore. A Strasburgo, sede dell’Europarlamento, un uomo ha aperto il fuoco al mercatino di Natale, nel centro storico della città, pieno di ristoranti gremiti all’ora di cena. Secondo il bilancio provvisorio fornito dalla prefettura l’attentato ha causato 3 morti e 13 feriti, tra cui anche un giovane giornalista italiano. Adesso è caccia all’uomo, segnalato come «radicalizzato». La Francia ha innalzato il livello di allerta e intensificato i controlli alle frontiere.

Dopo un altro sabato (il quarto) di guerriglie urbane a Parigi e in diverse grandi città di provincia (Bordeaux, Saint-Etienne, Tolosa, ecc..), di scontri tra manifestanti e polizia, barricate, automobili incendiate, negozi saccheggiati, lanci di sassi e proiettili vari, gas lacrimogeni, idranti, manganelli e salve con micidiali pallottole di gomma, Macron non ha potuto fare altro che un’umiliante marcia indietro. È apparso in Tv, a reti unificate, la sera di lunedì 10 dicembre, e il suo discorso è stato seguito da 21 milioni di telespettatori: tutti i record dell’audience sono stati polverizzati.

Aldilà delle misure annunciate, quello che ha più colpito è stato l’insolito tono del discorso, breve (13 minuti), solenne, denso e al tempo stesso emotivo, quasi umile, come se una volta tanto Giove fosse sceso dall’Olimpo per avvicinarsi ai comuni mortali, e soprattutto esprimere comprensione (e compassione) per i problemi di chi non riesce ad arrivare alla fine del mese, di chi vive in zone dove mancano i servizi pubblici e i trasporti, di chi sopravvive a stento con i magri sussidi di disoccupazione. Parlando della guerriglia urbana che è esplosa per quattro sabati di seguito, Macron ha dovuto ammettere che «la collera è giusta», anche se la violenza è «inaccettabile». Davanti alle telecamere, a chi lo accusa di spocchia e d’arroganza, di essere al servizio soltanto dell’élite, di essere «il Presidente dei ricchi», ha riconosciuto di aver sbagliato e si è detto pronto a rimediare. Non era più accettabile che ogni sabato scoppiasse la rivoluzione.

La settimana prima, il Presidente e il governo avevano rinunciato alla «carbon tax», la tassa sui carburanti che sarebbe dovuta scattare il 1° gennaio per finanziare i programmi ecologici. Proprio il carocarburante era stato la scintilla che all’inizio di novembre aveva acceso la rivolta dei «gilet gialli». Ma non era stato sufficiente per riportare la calma nel Paese, e sabato 8 dicembre la Francia era ripiombata nel caos. Per tentare di spegnere l’incendio, Macron ha decretato «lo stato d’urgenza economica e sociale» e annunciato una serie di provvedimenti destinati ad aumentare il potere d’acquisto delle categorie meno abbienti.

La misura più spettacolare, che riguarda quasi due milioni di lavoratori, è l’aumento di 100 euro del salario minimo (Smic) che arriverà così a quasi 1.300 euro mensili netti. Saranno esonerate dalle tasse e dai contributi le somme percepite per gli straordinari. Annunciato lo stop all’aumento dei contributi per le pensioni inferiori a 2.000 euro. Passo indietro anche per l’aumento delle accise sulle bollette elettriche. E Macron ha lanciato un vibrante appello ai datori di lavoro affinché versino ai loro dipendenti un premio straordinario (pure detassato) insieme con l’ultimo stipendio dell’anno. Non è obbligatorio, ma si può pensare che la maggioranza delle imprese lo farà, in nome della pace sociale.

Basterà per placare la protesta? Sembrerebbe proprio di no: se l’intervento televisivo ha fatto leggermente risalire la stella di Macron nei sondaggi, il movimento dei «gilet gialli» si è ulteriormente radicalizzato e ha annunciato una nuova manifestazione a Parigi (il «quinto atto» della rivoluzione) per sabato 15 dicembre. I «regali» sono insufficienti e soprattutto arrivano troppo tardi, dicono i «gilet gialli» che continuano a chiedere le dimissioni di Macron, un referendum popolare, nuove elezioni e il ripristino dell’Isf, l’imposta patrimoniale che il Presidente aveva abolito subito dopo la sua elezione.

Una tassa sbagliata, che a conti fatti costava più di quanto rendesse (aveva provocato un fuggi fuggi dei ricchi verso paesi fiscalmente più miti, e dato un duro colpo agli investimenti), ma era un simbolo politico e ideologico molto forte, in un Paese che ha l’ossessione dell’égalité e dove la mentalità dei sanculotti è ancora viva.

Quello che è certo è che la rivolta dei «gilet gialli» ha costretto l’inquilino dell’Eliseo ad operare una svolta «sociale», che potrebbe ben essere la svolta del suo quinquennio, e rischia di avere conseguenze incalcolabili. Provvedimenti come l’aumento del salario minimo e la detassazione degli straordinari significheranno per le casse transalpine un autentico salasso che andrà a appesantire (dai 10 ai 15 miliardi di euro) una manovra economica programmata da Macron, che prevedeva già un deficit alzato dal 2,6 al 2,8% ma che con i «regali» ai «gilet gialli» schizzerebbe al 3,3 o anche al 3,5%.

Già nelle scorse settimane si erano alzate negli ambienti vicini al governo italiano voci per denunciare l’atteggiamento di Bruxelles. Perché la Francia, al contrario dell’Italia, può alzare il deficit senza incorrere nelle ire della Commissione europea? Vero è che la Francia ha un debito pubblico e uno spread molto più contenuti. E tuttavia lo scorso 21 novembre, il giorno della bocciatura della nostra manovra, la Commissione europea si era espressa anche sulla francese sollevando non poche perplessità, specie per il probabile aumento del debito pubblico.

Dove andrà il governo di Parigi a reperire le risorse necessarie per colmare il buco aperto dalle misure annunciate da Macron? Alle difficoltà interne potrebbero aggiungersi problemi con l’Europa. Ma davvero Bruxelles, dopo il «caso Italia», avrebbe voglia di aprire un secondo fronte con la Francia? La situazione potrebbe fare il gioco della Lega di Salvini e dei 5Stelle, nel senso che un’Ue meno rigida potrebbe chiudere un occhio per l’Italia come per Parigi. Proprio in questa prospettiva, Salvini ha cominciato a mettere in scena l’ultimo ricatto: «Qualcuno vuole che si ripetano in Italia scene come quelle di Parigi?».

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