Suicidi in carcere, il caso delle Vallette

Torino – «Per un’analisi dei suicidi negli istituti penitenziari» è il rapporto elaborato dall’Unità Privazione della libertà in ambito penale presentato il 21 febbraio nella sede della Giunta regionale su iniziativa di Bruno Mellano, garante dei detenuti del Piemonte. Uno studio che parte dalla drammatica situazione del «Lorusso e Cutugno»: 4 detenuti si sono tolti la vita nel 2022

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«Ferragosto. Prima mattina: disteso sul letto non risponde alla chiamata dell’agente. È proprio quest’ultimo a guardare bene all’interno: il detenuto non è reticente a rispondere per continuare il sonno; no, ha un sacchetto sulla testa ben annodato in modo da garantire il soffocamento. Si è suicidato nella notte. Siamo a Torino, ed è il 50° dall’inizio dell’anno. Anche in questo caso una persona molto giovane: 25 anni, entrata in carcere dalla libertà da meno di due settimane. Il reato riportato nella sua scheda è rapina, ma non c’è stato tempo di accertare nulla tanto breve il tempo trascorso tra il suo ingresso nel mondo della privazione della libertà e la sua uscita per decesso. La scheda dice che aveva genitori, una casa: altro non sappiamo della sua vita, ma certamente non possono essere state le condizioni detentive così aspre e spesso disattente alla dignità delle persone, ospitate e ospitanti, ad avere determinato il suo gesto, perché non le aveva ancora sperimentate nei fatti».

Così Mauro Palma, garante nazionale dei diritti delle presone private della libertà personale introduce il rapporto «Per un’analisi dei suicidi negli istituti penitenziari» elaborato dall’Unità Privazione della libertà in ambito penale presentato martedì 21 febbraio a Torino nella sede della Giunta regionale su iniziativa di Bruno Mellano, garante dei detenuti del Piemonte. Uno studio che parte dalla drammatica situazione del «Lorusso e Cutugno»: nel 2022 tra gli 85 detenuti che si sono tolti la vita dietro le sbarre in Italia 4 erano reclusi nel carcere torinese e uno in quello di Saluzzo.

Il 2022 è stato un anno record per questa piaga: era dal 2009, quando i suicidi raggiunsero quota 72, che non si assisteva a una tale strage silenziosa. E il 2023 non fa ben sperare: ad oggi sono già 6 i reclusi che si sono ammazzati in cella. «Un fenomeno che è un’emergenza tragica ed evidente, ma anche di un grido di disperazione e di allarme che non si può non ascoltare» ha introdotto Bruno Mellano. A presentare lo studio, Emilia Rossi del Collegio del Garante nazionale, che ha sottolineato come il mondo carcerario della Penisola stia vivendo un momento di particolare criticità: un problema che non è solo di chi vive dietro le sbarre, ma «una questione sociale che ci coinvolge tutti perchè è la punta di un iceberg di un malessere diffuso, non solo in carcere».

Nel 2022 nei 190 istituti penitenziari italiani dove sono recluse (al 31 dicembre 2022) 56174 persone di cui 2372 donne, i decessi sono stati 214: 93 per cause naturali e 85 per suicidio (80 uomini, 5 donne, 49 italiani e 36 stranieri di cui 20 senza fissa dimora). L’età media di chi si è sono tolto la vita è di 40 anni, 37 tra i 26 e i 39 anni e 10 giovani tra i 18 e i 25.

«Sovraffollamento, degrado, picchi di caldo estivi non sono fenomeni nuovi e ad essi non si può attribuire la causa del picco di suicidi in carcere avvenuti lo scorso anno, salito a 85 da una media di 44 l’anno nell’ultimo decennio» ha detto Emilia Rossi «Lo testimonia il fatto che ben 50 persone si sono tolte la vita entro sei mesi dall’ingresso nel carcere, di cui 10 entro le prime 24 ore, e che non sono rari i casi di suicidio nel trimestre che precede l’uscita dal carcere, dovuto alla mancanza di prospettive e alla paura del futuro».

Ma come mettere fine a questa escalation di disperazione che annienta soprattutto i ristretti «invisibili» quelli che «passano inosservati e non sono ascoltati»? ha domandato Roberto Capra, presidente della Camera penale «Vittorio Chiusano»? Casa e soprattutto lavoro – come hanno rimarcato i garanti intervenuti, tra cui Monica Cristina Gallo del Comune di Torino – sono elementi essenziali, per assicurare il senso della pena, che secondo l’articolo 27 della Costituzione è sempre orientata alla risocializzazione, rieducazione, reinserimento di tutti i condannati. Perché come dimostrano i dati presentati nella ricerca laddove il tempo della detenzione è impiegato per la formazione e il lavoro garantendo una prospettiva per il dopo carcere, la recidiva si abbassa e avere una prospettiva futura allontana il pensiero di gesti autolesionisti che troppo spesso sfociano nel suicidio.

I 25 anni del Polo universitario per i detenuti nel carcere torinese

Formazione, scuola e avviamento al lavoro sono essenziali per garantire opportunità di riscatto e reinserimento dei detenuti una volta scontata la pena. Se ne parla mercoledì 1 marzo dalle 17.30 alle 19.30  a Torino al Polo del ‘900 in via del Carmine 14 durante un convegno promosso dalla Fondazione Nocentini sul tema «Se la cultura entra in carcere». Il Polo Universitario del Lorusso e Cutugno è i primo fondato in Italia. Di seguito il volantino dell’incontro.

Locandina_Se la cultura entra in carcere

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