Suicidio assistito, in Piemonte il no delle associazioni

Regione – Dibattito dopo l’ammissibilità in Consiglio Regionale della proposta di legge di iniziativa popolare presentata dall’associazione Coscioni

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La richiesta di accedere al suicidio assistito è una scelta «di libertà», come viene presentata dai suoi sostenitori, o piuttosto un’opzione dettata dalla disperazione, dalle mancate cure, dai diritti negati e persino dal peso economico della malattia in contesti familiari già fragili? Tutte motivazioni che renderebbero ancor di più la scelta della morte procurata un attacco alla sacralità della vita (argomento proprio del mondo cattolico), ma anche una sconfitta della dignità personale e un’inaccettabile violazione dei diritti fondamentali della persona.

La voce delle associazioni. Il dibattito si è riacceso dopo l’ammissibilità della proposta di legge di iniziativa popolare regionale sul suicidio assistito, promossa dall’associazione Coscioni.

Il testo è approdato in Consiglio regionale del Piemonte; osservatori qualificati del settore invitano a vigilare in modo critico per evitare di dare alibi alla cultura del «piuttosto», come la chiamano gli operatori: «Quell’atteggiamento», spiega Giancarlo D’Errico, presidente dell’Anffas, storica associazione di rappresentanza degli utenti e gestione dei servizi per la disabilità, «per cui le condizioni materiali di mancata assistenza sanitaria o sociale in senso più ampio, dietro le quali c’è una carenza di tutela istituzionale, portano la persona a ‘preferire’ la morte: ‘Piuttosto che così, meglio farla finita’». Anche Marina Chiarmetta, già presidente di Avo Torino, associazione dei volontari ospedalieri i cui soci svolgono da anni attività di presenza, tutela e compagnia agli utenti delle Residenze sanitarie assistenziali, insiste sul punto: «occorre che ai malati siano garantite le cure con la massima qualità e dignità. Con attenzione particolare a quelli completamente soli, per i quali le decisioni sul fine vita diventano ancora più delicate».

Ventisette giorni. Il «Rapporto civico sulla salute 2022» di CittadinanzaAttiva fotografa una situazione di ritardo cronico nell’erogazione delle prestazioni di cura da parte del Servizio sanitario. Più ancora delle visite e degli esami di laboratorio (comunque, fondamentali per le diagnosi tempestive) il dato preoccupante è quello degli interventi chirurgici: «Fino a un anno per un intervento cardiologico e ortopedico; fino a sei mesi per gli interventi oncologici». Dati nazionali generali, che possono avere scostamenti nelle realtà locali, ma che nel complesso restituiscono un panorama di servizi zoppicanti nel quale pare difficile che si possa davvero decidere senza condizionamenti dell’eventuale scelta del fine vita. Che peraltro, è già possibile nella forma della sedazione profonda, che pone la persona in stato di incoscienza fino al momento della morte. La proposta di legge dei radicali non riconosce questo come metodo accettabile, perché troppo lento.

Il testo approdato in Consiglio – senza che ne sia prevista ancora la discussione – fisserebbe invece tempi stringenti, imparagonabili a quelli delle liste di attesa, per la fornitura e la somministrazione a carico dell’Asl del farmaco letale. Secondo la proposta, dopo ventisette giorni dalla richiesta di suicidio assistito, la pratica dovrebbe essere conclusa, al termine di un percorso a tappe forzate che prevede la valutazione di una Commissione medica multidisciplinare dell’Asl sul possesso dei requisiti dei richiedenti, che sono quelli della sentenza Antoniani-Dj Fabo: istanza avanzata da persona pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli, che esprime un proposito di suicidio formatosi in modo libero e autonomo (e qui le riserve dei critici sono massime), affetta da patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili, con trattamenti di sostegno vitale (non è necessario che siano macchinari, contano anche i farmaci).

Cure palliative. Amedeo Prevete, presidente di Uneba Piemonte che riunisce oltre cento enti del non profit socio-sanitario, commenta critico: «Non capisco la ratio di questa proposta di legge. È piuttosto necessario far funzionare ciò che già esiste» e che non funziona a dovere. «Nel panorama regionale e nazionale non esiste un modello di cure palliative sostenuto sia da un punto di vista normativo che economico», osserva Prevete, «sarebbe sufficiente a creare le condizioni per evitare una domanda di suicidio assistito in favore di istanze di accompagnamento verso una fine dignitosa della vita».

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