Suor Maria De Coppi, “una vita passata tra i poveri”

Mozambico – Suor Maria De Coppi, Comboniana, della diocesi di Vittorio Veneto, 83 anni, è rimasta uccisa in un attacco alla missione di Chipene, nella diocesi di Nacala, rivendicato dall’Isis. Il ricordo di padre Faedi, missionario della Consolata a Tete

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«Quando succedono cose come queste, come la morte di suor Maria De Coppi, rimaniamo un po’ sconvolti, ma dobbiamo sempre ricordare che noi missionari siamo qui perché abbiamo già dato la nostra vita al Signore, la diamo fino in fondo e se poi il Signore ce la chiede in forma violenta speriamo ci dia la forza di sopportare il momento, ma la nostra vita è già del Signore…». Così padre Sandro Faedi, Missionario della Consolata nella diocesi di Tete in Mozambico, che a Torino per 4 anni (2009-2013) ha collaborato con l’Ufficio della Pastorale Migranti seguendo le cappellanie etniche, raggiunto al telefono ci condivide le sensazioni di chi, come la religiosa comboniana di Vittorio Veneto, 83 anni di cui 60 vissuti in Mozambico, uccisa tra il 6 e il 7 settembre nella missione di Chipene nella diocesi di Nacala, opera nel Paese africano per annunciare il Vangelo, promuovere educazione, salute, pace.

Padre Sandro Faedi, missionario della Consolata nella diocesi di Tete

Padre Faedi, 75 anni di età e 50 di sacerdozio, eccetto per la partentesi Torinese, è in Mozambico dal ’98, attualmente è parroco di una nuova comunità a Tete, diocesi nel centro-ovest del Paese: «Sono nella periferia della città dove stanno sorgendo quartieri nuovi, occupati ‘un po’ alla meglio’, a ridosso del fiume Zambesi. Qui stiamo avviando la comunità cristiana su un territorio che raccoglie 40 mila abitanti, 10% cattolici. La zona dove hanno ucciso suor Maria è invece più a Nord, nella diocesi di Nacala, dove i guerriglieri non erano ancora arrivati».  Ed è in questo «non ancora arrivati» che si coglie la preoccupazione per un Paese che il 4 ottobre celebra i 30 anni dalla firma dell’accordo che ha posto fine a una guerra civile con centinaia di migliaia di morti e 3-4 milioni di sfollati interni e profughi nei paesi confinanti, ma che continua ad essere insanguinato dalla violenza, in particolare nel nord, nella provincia di Cabo Delgado, ostaggio di gruppi terroristici che si richiamano allo Stato Islamico e che hanno rivendicato l’uccisione di suor Maria.

«Per capire meglio la situazione», spiega padre Faedi, «bisogna risalire a 5 anni fa. Tutto è cominciato nel 2017, quando nel nord del Mozambico, nella zona chiamata Cabo Delgado, che confina con la Tanzania e che occupa una superficie pari a 3 volte l’Italia, hanno iniziato a verificarsi uccisioni e incendi. Nei villaggi si sono trovate persone decapitate, case bruciate o saccheggiate. Si tratta di una regione depressa, abbandonata, ma è lì che in quegli anni si sono scoperti grandi giacimenti di gas – in terra e in mare – talmente grandi da poter mettere in crisi il mercato del petrolio. Le grandi multinazionali – Eni, Total e altre – si sono riversate sulla regione e hanno creato una grande struttura per lo sfruttamento gas. Sono però giunti nei villaggi anche gruppi armati di matrice islamica che hanno subito dichiarato l’intenzione di far sì che tutta Capo Delgado diventi musulmana cacciando i cristiani e che hanno iniziato le loro incursioni.

In realtà non sappiamo se la motivazione delle loro azioni sia davvero religiosa o economica, legata allo sfruttamento del gas come molte volte succede… A fronte di questi primi episodi violenti e delle minacce i missionari avvertirono il Vescovo, mons. Luiz Fernando Lisboa, che allertò il Governo. Molte missioni iniziarono a venire assaltate e il Vescovo dovette richiamare i religiosi nella capitale della regione, Pemba. Nonostante le sollecitazioni, il Governo fece prima orecchie da mercante e poi accusò il Vescovo stesso di allarmismo. Mons. Lisboa allora denunciò il Governo di non proteggere il suo popolo e si aprì una forte polemica, con minacce e accuse, che si è poi conclusa con il trasferimento del Vescovo nel suo Paese d’origine, il Brasile».

«Ma la situazione», prosegue, «era ormai destinata a prendere fuoco: le missioni sono state martirizzate. Scuole, centri di salute, chiese distrutti, villaggi completamente bruciati, al punto il Governo ha dovuto mandare l’esercito, che però non è più riuscito a far fronte alla violenza crescente e ha dovuto chiedere aiuto all’estero. Il Portogallo (il Mozambico è una ex colonia) ha mandato rinforzi in armi e persone per addestrare l’esercito locale. Anche Sudafrica, Namibia, Botswana e Rwanda hanno inviato soldati, si sono arruolati anche mercenari russi. Ora questo esercito è al nord dove accerchia i guerriglieri e ogni tanto arrivano le notizie: ‘abbiamo distrutto una base, abbiamo ucciso un gruppo’, ma intanto si sente dire anche che i guerriglieri sono comparsi in un altro villaggio, hanno ucciso, bruciato… Tutti si vogliono dichiarare vincitori sugli altri. Ma mai, prima dello scorso 6 settembre, erano usciti dalla regione (Chipene è al nord, al confine con Cabo Delgado), mai avevano ucciso una suora. Qui le religiose sono considerate sacre, perché la loro vita è tutta spesa per la gente, da sempre.

Le Missionarie della Consolata sono nel Paese dal 1926 e, ad esempio, proprio da Capo Delgado, quando morì suor Benedetta Mattio, Missionaria della Consolata, che chiamavano tutti ‘mamma’, le persone pagarono per poterla riportare nella loro regione e seppellirla vicina ai loro villaggi dove aveva vissuto per anni». Si coglie dalle parole di padre Faedi la preoccupazione e il disorientamento verso un assassinio brutale: «Sono entrati, hanno sparato in faccia a suor Maria, hanno bruciato tutto, ma non hanno fatto nulla né all’altra religiosa, né ai missionari, i padri italiani fidei donum che operano lì, poi hanno trovato altri morti nel villaggio, sgozzati, decapitati…».

Ma esprime anche un’ipotesi che evidenzia la realtà dei guerriglieri: «Forse il colpo contro suor Maria è partito per sbaglio, sono persone spesso drogate, instabili, forse lei ha questionato su quello che stavano facendo. Questi guerriglieri sono giovani arruolati nella zona depressa: gli offrono salari da mille dollari o più al mese oltre alla droga e al lavaggio del cervello, così questa gente che non ha mai visto un centesimo si arruola e il terrorismo avanza…». «Noi missionari», conclude, «siamo avviliti perchè non ci meritiamo questo, la Chiesa cattolica sta con i poveri: una suora come suor Maria ha donato tutto per il Mozambico e la sua gente.

Ma non perdiamo la speranza: la vita continua, cercando di fare come suor Maria che è stata qui ‘un Gesù passato tra i poveri’, facendo solo del bene, dedicando anima e corpo alla Chiesa missionaria». Una vita donata – e che ha dato vita – prendendosi cura di tanti, come simbolicamente le sorelle comboniane hanno voluto testimoniare a Papa Francesco (che ha ricordato la religiosa nell’Angelus dell’11 settembre), facendogli dono attraverso la giornalista Eva Fernández nel volo verso il Kazakistan, di una «capulana», la stola che in Mozambico si utilizza per avvolgere i bambini appena nati o per legarli alla schiena della madre, una volta cresciuti. Un dono «per presentare al Papa la vita del popolo mozambicano che in questo momento ha bisogno di cura, di essere protetta con la capulana della preghiera, della giustizia, della prossimità, della solidarietà».

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