Tancredi e Giulia Barolo, la coppia che intuì un sistema di welfare per Torino

“Parla” Tancredi di Barolo – Duecento anni fa a Torino Giulia e Tancredi Falletti di Barolo fondano l’Opera Pia Barolo: si occupano delle fasce meno abbienti, creano scuole professionali per fanciulle povere, ragazze madri, bambini disabili e in difficoltà; si occupano degli appestati e dei colerosi; operano al miglioramento delle condizioni di vita della popolazione carceraria

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I marchesi Giulia e Tancredi Falletti di Barolo

Sabato 17 gennaio scorso, quando le luci dell’attualità si erano ormai spente sull’inaugurazione del monumento dedicato a Giulia di Barolo e si erano invece accese quelle dei lampioni, all’angolo di via Corte d’Appello con via delle Orfane, proprio sotto la nuova opera, collocata sullo storico palazzo di famiglia, una massiccia figura con pastrano e tricorno era ferma ad osservarla.

Per la serie “interviste impossibili” mi avvicinai e senza ombra di dubbio iniziai così la conversazione: «Mi scusi, Marchese, posso farle un paio di domande?».

Carlo Tancredi Faletti di Barolo, marito di Giulia, mi guardò con bonaria rassegnazione e così rispose: «Se proprio insiste, ma fuma an pressa [facciamo in fretta]».

«Non è geloso che la gente si ricordi sempre di sua moglie e quasi mai venga citato lei, che era il vero e proprio Marchese di Barolo?».

«Guardi, Juliette [per tutta la conversazione la chiamerà sempre col suo nome francese] ed io abbiamo sempre fatto tutte le cose insieme e di comune accordo. Ci siamo divisi i compiti, lei dedicata soprattutto alle opere assistenziali, che il cuore le ispirava di volta in volta, e io più concreto, a cercare i soldi e le modalità per realizzarle. Del resto lei mi sopravvisse per quasi trent’anni [Carlo morì nel 1838 e Giulia nel 1864], quindi ebbe modo di fare più cose rispetto a me. Fu lei a fondare quella che oggi è conosciuta come l’ “Opera Barolo”  (anche se fui io a nominarla mia erede universale, una donna sola erede  di un patrimonio nobiliare immenso, fatto inusuale per l’epoca), quindi non sono affatto geloso, ma orgoglioso che venga ricordata con affetto e così, di riflesso, vengo ricordato anche io. Ma non è importante il ricordo fine a se stesso, ma quello che conta è che le iniziative intraprese allora continuino ancora oggi, pur con modalità differenti, dati i tempi mutati».

«Non aveste figli,… ».

«Sì, ma non mi chieda nulla in proposito, Juliette non gradirebbe, come sa è una donna riservata. È arrivata a far bruciare i copialettere [le minute] delle sue lettere personali e parte del suo archivio privato è stato donato ad un suo nipote francese, purché non fosse conservato a Palazzo. Comunque da buoni cristiani a cavallo tra il Settecento e l’Ottocento, avendo attraversato i drammi e le positività di quell’epoca eccezionale, per noi era essenziale condividere parte della nostra ricchezza con chi ne aveva bisogno. Non avendo figli, poi, il nostro patrimonio era più utile così, in opere che allora si chiamavano benefiche, piuttosto farli ereditare a parenti già ricchi di loro».

I marchesi Giulia e Tancredi Falletti di Barolo

«Cosa pensa della proposta, avanzata dall’Arcivescovo, di dichiarare il “Distretto sociale Barolo”, patrimonio dell’Unesco?».

«Mi sembra un’ottima idea che, realizzata o meno, avrà comunque contribuito ad accendere ancora più attenzione su un luogo e su un’epoca di grande solidarietà, iniziative che hanno caratterizzato molti decenni torinesi (e piemontesi) del XIX secolo: due secoli di carità e solidarietà!».

«Senta, poi….»

«Basta parei, le fase tardi [basta così si è fatto tardi]. Data la mia proverbiale riservatezza, ho già parlato fin troppo…».

«Mi permetta ancora una domanda. Sarebbe possibile parlare anche con la Marchesa?».

 «Dovrebbe chiedere direttamente a lei, come ben dovrebbe sapere è una donna indipendente. Provi a sentire l’amico Silvio Pellico, che continua a farci da segretario: è sempre lui che tiene l’agenda. Cerea monsù, ca ma staga bin [Arrivederci signore, mi stia bene]».

Terminata la fantasiosa intervista impossibile, è opportuno aggiungere qualche informazione.

Le attività caritative di Giulia, discendente di Jean Baptiste Colbert che fu ministro delle Finanze di Luigi XIV, e del marito Carlo Tancredi, ultimo esponente del ramo principale della famiglia Faletti di Barolo, una delle più agiate del regno sabaudo, furono molteplici, ma soprattutto orientate al recupero, alla difesa, all’istruzione di donne in difficoltà. Giulia sopravvisse al marito  e continuò ed ampliò i loro progetti fino alla morte ed oltre, a seguito dei suoi lasciti testamentari. Molte iniziative furono avviate in quello che è oggi chiamato “Distretto Sociale Barolo”, un insieme di  edifici di proprietà dell’Opera Barolo, che sono ora a disposizione di realtà ecclesiastiche e civili per realizzare opere assistenziali. Si tratta di un complesso che è situato a Torino all’incrocio delle vie Cigna e Cottolengo. Una delle sue ultime opere fu la costruzione della chiesa di Santa Giulia, completata successivamente alla sua scomparsa, dove le salme di entrambi ora riposano.

Per una serie di originali circostanze, molte opere sociali dei santi piemontesi si svilupparono in una zona ai margini dell’allora piccola Torino, Valdocco, che ancora oggi comprende, oltre al Distretto Barolo, la casa madre dell’opera salesiana e le principali attività del Cottolengo.  È un angolo di città che, negli ultimi decenni, ha visto aggiungersi l’Arsenale della Pace del Ser.mig. Si tratta di un concentrato di attività sociali, assistenziali e caritative in un territorio così piccolo, che – forse-  non ha eguali nel mondo, come ha recentemente ricordato il cardinal Repole.

Rispetto agli altri esponenti della santità piemontese dell’800, Giulia e Carlo, ambedue dichiarati venerabili, hanno caratteristiche uniche: erano molto ricchi (ma misero a disposizione dei poveri una cospicua parte delle loro ricchezze) ed erano sposati (rappresentano un interessante esempio di religiosità e di spiritualità coniugale).

Data la loro complementarietà nel dedicarsi alle loro attività, chissà se qualcuno aveva pensato di raffigurarli entrambi nel nuovo monumento?

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