Tommaso, nostro fratello

Commento alle letture della II Domenica di Pasqua o della Divina misericordia – 7 aprile 2024

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Quella di oggi è notoriamente la domenica della fede o per dirla diversamente la domenica dei dubbi sciolti a Tommaso, l’incredulo. La prima comunità cristiana è già solita ritrovarsi ogni otto giorni per celebrare il primo giorno della settimana, il nuovo giorno instaurato con la Risurrezione di Cristo. Si celebra la fede in Gesù e si condivide la vita nella fede e nella fraternità. Ci racconta il libro degli Atti degli Apostoli che la moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuor solo e un’anima sola però questo cuore e quest’anima sola erano segnati dalla paura dei capi del popolo protagonisti della morte di Gesù. Sono passati due millenni da quei fatti e il cristianesimo si è sparso nel mondo, la fede ha raggiunto miliardi di uomini e donne in ogni angolo della terra ma questo oggi non è più un motivo di vanto tanto meno un merito per le nostre società. Assistiamo ad una regressione progressiva e costante della fede e della pratica religiosa soprattutto nelle società di antica tradizione cristiana. Una cosa però non è venuta meno: la paura. Non è più la paura dei discepoli nell’antico cenacolo ma la paura degli uomini e delle donne di oggi, la nostra paura, di noi alle prese con un mondo che non corrisponde più ai desideri più veri dell’umanità.

La rassicurazione di Gesù nel giorno di Pasqua «Non abbiate paura» sembra già un ricordo lontano e l’evangelista Giovanni colloca l’apparizione del Risorto ai suoi già la sera dello stesso giorno per indicare che hanno bisogno della sua presenza e delle sua consolante parola, prima effusione dello Spirito. In questa comunità con il Risorto al centro la paura scompare ma assieme alla paura scompare uno dei discepoli, il tenero e controverso Tommaso, forse anche invidiato per il modo particolare e privilegiato con cui il maestro lo tratta. Tommaso non è solo il referente degli increduli è anche il referente dei «fai da te» nella fede e nell’esperienza cristiana, discepolo a parole ma nei fatti e nella pratica il simbolo del «mi aggiusto io», «faccio da solo anche nel credere anzi mi gestisco in privato uno spazio sacro in cui credere come meglio mi piace». Dove era andato Tommaso per non essere con i dodici e cosa poi lo ha spinto a tornare e soprattutto a rimanere dopo l’annuncio del passaggio di Gesù riferitogli dai suoi amici?. Tommaso non scappa da nessuno, Tommaso scappa dalle sue paure, dalla paura di fidarsi e soprattutto dal segno distintivo della fede: quello della comunità.

Gli avvenimenti, da ultimo quello della Passione avevano manifestato e reso visibile una comunità piena di contraddizioni e fragilità, di tradimenti e di fughe tutte cose insopportabili per questo discepolo molto silenzioso e composto. Fuori da quel cenacolo Tommaso cerca la forza per resistere allo scandalo della Croce che da lì a poco lo avrebbe travolto personalmente e sempre fuori da quel cenacolo cerca di impostare il proprio credo selezionando da una parte le cose ammissibili del Cristo e dall’altra quelle non ammissibili. È diviso come tutti coloro che ancora oggi pensano «Cristo sì e comunità cristiana anche no», sacramenti poco. La sua forza consiste nel ritornare dopo un periodo di vagabondaggio in sè stesso, di ritornare tra coloro che erano stati con il Maestro e al quale egli aveva voltato le spalle immaginando di trovare il Maestro ad aspettarlo, lui solo in qualche luogo non definito. E invece al centro della comunità ritrova il Maestro che lo invita a credere senza fare troppa selezione, rispondendo punto per punto alle sue richieste: metti il dito nelle mie mani e tendi la tua mano nel mio fianco.

Le mani e il fianco sono le parti piagate della vita di Gesù: segnalano che la fede non corrisponde alla certezza di un lieto fine ma che la fede è l’esperienza di un amore senza limiti che prende forze e vita dalle ferite inferte al Crocifisso che sono gloriose grazie alla Risurrezione. Credere non è fare una prova o avere dimostrato qualcosa, credere è lasciarsi rimarginare le ferite dalla misericordia di Cristo e scoprire che questa misericordia non sta fuori della comunità cristiana ma è legata ad essa ed è per essa. Il nostro buon Tommaso, discepolo simpatico capisce in che situazione si è messo ed esclama: «Mio Signore e mio Dio»… Dove «mio» vuol dire di me e di tutti quelli come me che sono simili a te anzi, come dice il testo greco, sono «gemelli».

padre Andrea MARCHINI 

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