Torino a 45 anni dalla “Marcia dei quarantamila”

14 ottobre 1980 – Sono passati quarantacinque anni dalla cosiddetta “Marcia dei 40.000” a Torino. Riproponiamo qui uno stralcio di un’intervista al sindacalista Flipot (nome di fantasia), registrata in occasione del quarantennale

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La Marcia dei 40 mila a Torino il 14 ottobre 1980

Sono passati quarantacinque anni, il 14 ottobre 2025, dalla cosiddetta “Marcia dei 40.000” a Torino; riproponiamo uno stralcio di un’intervista al sindacalista Flipot (nome di fantasia) registrata in occasione del quarantennale. Quanto segue non vuole e non può essere la puntuale e rigorosa ricostruzione storica degli eventi di quei giorni, ma è solo l’amaro ricordo di una persona che, in buona fede, partecipò, perdendo, ad eventi che, infine, cambiarono l’Italia (e Torino), forse ben oltre le intenzioni dei loro protagonisti e degli stessi vincitori.

“Mi chiedi di parlare della marcia che cambiò il mondo del lavoro, la Fiat, il sindacato e il PCI? Prima, però, devi ricordarti in quale Italia allora vivevamo. Gli anni ’70 furono terribili e il 1980 non lo era da meno. Il terrorismo rosso non era ancora stato sconfitto. Lo stragismo neofascista imperversava, infatti la strage della stazione di Bologna era avvenuta il 2 agosto dello stesso anno. La mafia uccideva e non si trovavano i colpevoli. Eravamo immersi in un Mediterraneo dove gli altri si combattevano e noi contavamo nulla e pagavamo dazio: ancora oggi sai chi ha commesso la strage di Ustica? La politica, tranne Pertini, era impopolare e incapace: pensa che il governo Cossiga, impotente in quella fondamentale vertenza che era non solo sindacale, ma era epocale, cadde proprio durante lo sciopero, sostituito da un altro guidato, mi pare, da quel grande statista che era Forlani. In Italia si era alla frutta di una politica industriale che non era arrivata neanche all’antipasto. L’industria l’avevano munta tutti: industriali, lavoratori, sindacalisti, politici,… e non c’era più latte. Il sindacato non l’aveva capito, viveva sui fasti dell’autunno caldo del 1969, mentre il mondo era cambiato. La crisi petrolifera del 1973 l’aveva messa in ginocchio: in un giorno quadruplicato il prezzo del petrolio! Patì soprattutto quella dell’auto, anche perché, ogni due per tre, i vari governi aumentavano le tasse sulla benzina. Poi si affacciava la concorrenza giapponese.

La Fiat, vittima anche del gigantismo vallettiano degli ultimi anni, soffriva forse di più di altri: troppo grande per l’Italia, piccola in Europa, inesistente nel mondo. Occorrevano nuovi modelli che consumassero meno, servivano investimenti, ma la Fiat non aveva soldi e le banche erano restie a darglieli;  bisognava recuperare produttività, ma queste grandi fabbriche erano spesso ingovernabili, ricordati che l’omicidio del sindacalista Guido Rossa avvenne a Genova nel 1979: forse solo da quello il sindacato incominciò ad interrogarsi, ma non imparò in tempo per i fatti torinesi dell’anno dopo. La manodopera era troppa per le auto che si vendevano. La Fiat aveva bisogno di nuove regole del gioco, ma a governo tacente e sindacato ostinato, giocò la carta pesante, pesantissima: per aggiustare la baracca sosteneva che bisognava licenziare oltre 23.000 persone. Drammatico! Furono proposti ‘ammortizzatori’ (negoziabili?), che non furono accettati e, su questa decisione, si giunse allo scontro: sciopero e picchetti ad oltranza.

La Fiat ci avrebbe davvero licenziati così in tanti? O, forse, era solo il punto di partenza di una trattativa e si poteva discuterne? Ma, comunque, non si discusse fruttuosamente, anche perché noi sindacalisti torinesi eravamo troppo massimalisti.  A Roma, i nostri non capirono nulla, i politici nazionali pensavano solo ai loro equilibrismi, mentre alla Fiat aveva avuto pieni poteri Romiti che, essendo esterno alla famiglia dei maggiori azionisti Agnelli, aveva le mani più libere per fare il gioco duro. Già, quest’anno [1980] è l’anno in cui non ci sono più né lui, che abilmente si defilò dalla responsabilità della marcia, ma non poteva non sapere, e neanche  Luigi Arisio, il ‘quadro aziendale’ che ebbe l’onere di metterci in prima persona la faccia, anche se la testa fu Callieri, il capo del personale. Insomma, non accettavamo  licenziamenti, quindi lotta dura: risultato fabbrica e città in ginocchio per 35 giorni! Urlavamo davanti a queste porte: ‘Danzica, Danzica’, già perché pensavamo di essere Solidarnosc, ma di fronte non avevamo il feroce comunismo reale, ma un debole capitalismo e una fragile democrazia. Entrò in gioco il PCI e si suicidò. Perché uno intelligente come Berlinguer venne a dirci che sarebbe stato dalla nostra parte, se avessimo deciso di occupare la fabbrica, quasi fossimo nel ‘biennio rosso’  del 1919-21? Secondo me aveva un piano: simulare di stare totalmente e integralmente dalla nostra parte, per proporsi come indispensabile interlocutore nella trattativa industriale-politico-sindacale che inevitabilmente sarebbe seguita, avrebbe così recuperato  lo spazio negoziale che aveva perso col fallimento del ‘compromesso storico’. Ma la realtà lo precedette e non riuscì a combinare nulla. Non stiamo a discutere ancora chi fossero i 40.000 che scesero in strada per chiedere la fine di sciopero e picchetti, non chiediamoci neanche come si fossero organizzati così numerosi: in ultimo erano lavoratori come noi, che non ne potevano più! Noi non avevamo capito che il mondo del lavoro era cambiato! Risultato: sciopero e picchetti subito finiti, accordo fatto e cassa integrazione a zero ore per i 23.000; in seguito occupazione che verrà via via ridotta.

Persa quella battaglia, perdemmo poi la guerra, vedi come si ridusse il sindacato! Ci volle Ciampi per recuperagli un ruolo, pensa un po’! La Fiat vinse (forse al di là delle sue aspettative) e si rafforzò, ma col defilarsi degli Agnelli dalla direzione operativa per lasciarla a Romiti, l’azienda prese una piega meno industriale e più finanziaria, che pagammo tutti col tempo. Il PCI finì lì la sua storia, ben prima del 1989, di Occhetto, della Bolognina e del Muro di Berlino, rivelandosi già inutile in quel tipo di società così complessa. La politica perse quasi tutta, facendo poi vincere Craxi”.

Aggiungiamo una considerazione allora non pubblicata. Mi chiese: “Lo sai A che punto è la notte?”. Si riferiva al giallo di Fruttero e Lucentini. “Fu pubblicato nel’79. Non ti voglio rovinare il piacere di leggerlo, ma non so se coscientemente o no, gli autori dipinsero una Fiat incontrollabile e incapace di organizzare la produzione. Lo fecero per sviluppare una trama delittuosa, ma chissà se avevano scoperto che era un sistema già malato al suo interno?”. Buona lettura!

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