Torino città dell’auto o dei musei?

Analisi – Dalle Olimpiadi del 2006 Torino cerca di presentarsi come una città turistica e spesso ci riesce. Questo anche grazie all’eccellenza dei suoi musei, tra cui il Museo Nazionale del Risorgimento Italiano e il Museo Egizio, che quest’anno festeggia i 200 anni dalla sua fondazione

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Fino a qualche tempo fa (quanto tempo fa?), Torino era considerata una delle capitali mondiali dell’automobile, insieme a Detroit e a Stoccarda e pochi altri siti sparsi nei vari continenti. Questo non solo perché la città era il centro pulsante di un grande gruppo produttivo, la Fiat, ma anche perché, storicamente, aveva visto un susseguirsi di competenze nel settore abbastanza unico al mondo. Tanto per riassumere, sia all’interno dei suoi confini, sia nei suoi dintorni, si erano concentrate una quarantina di case automobilistiche (a partire da fine ‘800 e soprattutto fra le due guerre mondiali), stilisti e progettisti di fama (Pininfarina, Bertone, Giugiaro,…), carrozzieri di qualità (una ventina), indotto e componenti, ecc. Parecchie di queste aziende erano collocate in Borgo San Paolo, allora il quartiere operaio per eccellenza, dove era possibile trovare, quasi ad ogni angolo, sul fronte strada o nei cortili, una boita (una piccola officina). Non possiamo qui ricordare tutte le aziende e, perciò, facciamo solo qualche esempio, oltre alla Lancia, la Stac (Società Torinese Automobili Elettriche), che produceva un’auto elettrica già nel 1905; l’Itala, che con una sua vettura vinse la celeberrima corsa Pechino – Parigi del 1907, e la Cisitalia: un suo modello fu la prima auto esposta al Moma (Museum of Modern Art di New York).

Oggi non è più una capitale (in tutti i sensi), ma appena un capoluogo (neanche più di provincia), quindi sta tentando di capire cosa fare da grande. Da una ventina d’anni, forse da dopo le Olimpiadi del 2006, cerca di presentarsi come una città turistica e spesso ci riesce. Questo anche grazie all’eccellenza dei suoi musei, alcuni mondialmente conosciuti (quello del Cinema alla Mole, il polo di Palazzo Reale, il Mauto,…), altri meno noti, ma ugualmente di valore (la Gam, il Mao, quello della Sindone, quello della Radio e della Televisione, il Museo del Risparmio, il recentemente – parzialmente-  riaperto delle Scienze Naturali,… tanto per citarne solo alcuni) e un cenno a parte merita il Museo Nazionale del Risorgimento Italiano, l’unico che può fregiarsi dell’aggettivo nazionale.

L’eccellenza museale torinese è anche il sito cittadino più visitato ed è rappresentata dal Museo Egizio, che quest’anno festeggia i 200 anni dalla sua fondazione. E’ ritenuto il più importante al mondo, secondo solo a quello del Cairo, e fu il primo ad essere dedicato esclusivamente alla civiltà egiziana. Il piemontese Bernardino Drovetti, nel 1824, offrì al re Carlo Felice la sua collezione di reperti, rifiutata dalla Francia, e questi la accettò. Fu forse una delle poche decisioni giuste di un sovrano poco amato, tanto da essere da chiamato Carlo Feroce per la durezza con cui trattò i ribelli sardi e gli insorti piemontesi dei Moti del 1821. Le collezioni di via Accademia delle Scienze, al centro della città barocca, già da sole meriterebbero il viaggio a Torino, per la loro vastità e per la cura degli allestimenti.

In questo contesto è opportuno pure ricordare i 150 anni trascorsi dall’inaugurazione del Museo della Montagna, al Monte dei Cappuccini, ai piedi del quale si trovavano le Officine Diatto (altro produttore di auto), dove un tempo si arrivava anche con una funicolare e, d’inverno, la collinetta si trasformava in pista cittadina di sci (altri tempi). Il Museo fu voluto, nel 1874, dal Club Alpino Italiano che era stato fondato a Torino (capitale d’Italia) nel 1863. Comprende un’ampia area espositiva, con collezioni permanenti e mostre temporanee, biblioteca e cineteca e, dalla terrazza dell’ultimo piano, si ha una vista imperdibile sulla città e sull’arco alpino. La bellezza del panorama è stata recentemente riscoperta anche da un inserto de The New York Times, che l’ha incluso tra le cose migliori da vedere, se si passassero almeno 36 ore in città. Nei locali di quell’antico convento, la storia delle montagne, delle arrampicate e degli sport invernali è accompagnata da un’ampia sezione dedicata all’alpinista Walter Bonatti e comprende anche qualche cimelio delle Olimpiadi del 2006 (difficilmente, salvo imprevisti delle ultime ore, ci saranno testimonianze torinesi/piemontesi di quelle del 2026). Tra le mostre temporanee, fino al prossimo ottobre, di particolare interesse è quella intitolata: Le ossa della Terra. Primo Levi e la montagna, che offre ricordi e spunti forse poco noti del grande scrittore e partigiano, sopravvissuto ai campi di sterminio nazisti. Tra le sue suggestioni anche testimonianze del legame di Levi con due altri scrittori anche loro amanti delle montagne: Mario Rigoni Stern e Nuto Revelli, quest’ultimo scomparso giusto venti anni or sono, nel 2004.

Tra le offerte museali cittadine e dei dintorni, non possiamo poi dimenticare i 40 anni dall’apertura del Museo d’Arte Contemporanea nel Castello di Rivoli, il cui logo fu disegnato gratuitamente (così si dice) da Armando Testa, come espressamente richiestogli da uno dei primi presidenti del museo, l’industriale Marco Rivetti, a capo del Gft, il gruppo tessile che possedeva anche Facis e Marus, per il quale Testa inventò famosi manifesti e pubblicità televisive (archeologia industriale anche questa).

Probabilmente i ricavi e la forza lavoro impegnati nel turismo non raggiungeranno mai quelli che un tempo derivavano dall’auto (negli anni di piena occupazione i lavoratori del Gruppo Fiat erano almeno centotrentamila in provincia, oltre sessantamila solo a Mirafiori), ma, in assenza di chiare prospettive industriali, i musei, gli avvenimenti sportivi, gli incontri religiosi, gli spettacoli in generale, le mostre (pure quelle fotografiche alle Gallerie d’Italia in piazza San Carlo o a Camera, in via delle Rosine),… sono almeno un’alternativa, nella speranza che tutta Torino, a sua volta, non diventi solo più un grande museo dell’auto che fu. Speruma bin, Stellantis permettendo.

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1 COMMENTO

  1. Grazie Stefano. Sempre brillante.
    Sarebbe interessante un articolo (magari anche più di uno) su cosa successe a Torino tra la partenza della corte di Casa Savoia e la comparsa delle industrie automobilistiche.
    Come sopravvisse Torino? Quali risorse mise in campo?
    Certamente ci fu una crisi occupazionale ed economica come l’attuale.
    Grazie.

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