Torino e la peste nera del 1348

Pandemie – La peste nera che colpisce l’Europa fra il 1347 e il 1351 è considerata la più grande pandemia. Si calcola che uccide 20-25 milioni di persone, un terzo della popolazione europea. Non tutta Europa è colpita allo stesso modo, la Germania e l’Italia subiscono conseguenze catastrofiche. A Torino soccombe un terzo dei circa 4.500 abitanti

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La peste, la fame e la guerra sono da sempre i peggiori nemici dell’uomo. Per questo la Chiesa invita la gente a pregare: «A peste, fame et bello, libera nos Domine. O Signore, liberaci dalla peste, dalla fame e dalla guerra». La peste nera che colpisce l’Europa fra il 1347 e il 1351 è considerata la più grande pandemia. Si calcola che uccide 20-25 milioni di persone, un terzo della popolazione europea. Non tutta Europa è colpita allo stesso modo: alcune aree di Polonia, Belgio e Boemia sono quasi completamente risparmiate; altre – specie il Nord della Germania e dell’Italia – subiscono conseguenze catastrofiche. A Torino soccombe un terzo dei circa 4.500 abitanti. Quelle del 1361, 1381, 1398 e 1429 causano un ulteriore crollo a 3 mila persone. È opinione diffusa che la peste sia portata in Europa dalle navi genovesi che trafficano con Caffa in Crimea nel Mar Nero.

La peste nera è una pandemia generata in Asia e diffusa in Europa dal 1346. Passa dalla Mongolia alla Cina, Siria, Turchia, Grecia, Egitto, Penisola balcanica, Italia, Svizzera, Francia, Spagna, Inghilterra, Scozia e Irlanda. Dal 1353 i focolai si riducono fino a sparire. Il batterio «Yersinia pestis» si trasmette generalmente dai ratti agli uomini attraverso le pulci. Si manifesta in forma bubbonica, setticemica o polmonare. Quasi tutti, con in testa la Chiesa, ritengono che sia castigo di Dio per i peccati dell’uomo. In Occidente nascono diversi movimenti religiosi che praticano processioni, rogatorie, quarant’ore. Il più conosciuto sono i «flagellanti» che praticano l’autoflagellazione come forma di penitenza. Papa Clemente VI il 20 ottobre 1349 li bandisce ma il fenomeno dura fino al XV secolo. Il culto di San Rocco di Montpellier – patrono con San Lazzaro degli appestati – si diffonde e sorgono piloni, chiese e «colonne della peste».

La popolazione talvolta ritiene responsabili del contagio gli ebrei e si abbandona a persecuzioni e uccisioni. A Tolone e Barcellona ci sono massacri e saccheggi causati dall’isteria. Le autorità si muovono in loro difesa. Clemente VI asserisce che la malattia non è dovuta all’intervento umano ma ha una causa naturale o divina e in due bolle (4 luglio e 26 settembre 1349) condanna le persecuzioni contro gli ebrei. Nell’estate 1348 comincia a circolare la fandonia che gli ebrei avvelenano l’acqua delle fonti e dei pozzi: in Savoia si torturano alcuni ebrei per farli ammettere il misfatto. In Europa si scatena un’ondata di violenze, specie in Svizzera e Germania. Il papa in un’altra bolla sottolinea che anche gli ebrei muoiono di peste. Quando il morbo si esaurisce ben pochi ebrei sopravvivono in Germania e Paesi Bassi. L’autorità ecclesiastica e civile entra in crisi per l’inefficacia delle misure.

Giovanni Boccaccio utilizza come narratori del suo «Decameron» (1350-53) dieci giovani fiorentini (7 maschi e 3 femmine) fuggiti dalla città appestata. Raccolta di cento novelle, ambientata in una casa di campagna sulle colline fiorentine. L’introduzione è una delle fonti medievali più dettagliate sull’impatto della peste: «In tanta afflizione e miseria della nostra città era la reverenda autorità delle leggi, così divine come umane, quasi caduta e dissoluta tutta per li ministri e esecutori di quelle, li quali, sì come gli altri uomini, erano tutti o morti o infermi o sì di famigli rimasi stremi, che uficio alcuno non potean fare; per la qual cosa era a ciascun licito quanto a grado gli era d’adoperare». Francesco Petrarca è toccato dall’epidemia: molti suoi amici muoiono, tra cui anche Laura, protagonista del «Canzoniere». Nella lettera «Ad se ipsum» descrive cosa accade a Firenze e in «Bucolicum carmen» al dialogo tra Filogeo e Teofilo affida le riflessioni sulle conseguenze.

Il cinema si occupa della peste nera. Il grande regista svedese Ingmar Bergman, colpito da ragazzo da una «danza macabra», nel 1956 dirige in bianco e nero uno dei suoi capolavori. Ne «Il settimo sigillo» il protagonista, il cavaliere medievale Antonius Block, egregiamente interpretato da Max von Sydow, rientra dalle crociate macerato da dubbio sull’esistenza di Dio e si imbatte nella peste. Sulla spiaggia lo aspetta la morte nerovestita (Bengt Ekerot) con la quale gioca a scacchi per rinviare la sua dipartita da questo mondo. Anche la pittura tardomedievale risente della pestilenza. Nella pittura fiorentina i consueti soggetti di fine Duecento – Madonna, Sacra Famiglia, Bambino Gesù – cedono il passo a temi più duri e pieni di tensione. La «danza macabra» tra uomini e scheletri è uno dei temi più frequenti. Una delle più celebri è quella di Lubecca, andata persa sotto i bombardamenti. Il «Giudizio universale» compare nelle facciate delle chiese nel Tre-Quattrocento. Così l’Apocalisse è tema assai frequente.

Il medesimo agente patogeno del 1348 è responsabile delle epidemie scoppiate in Europa nei secoli successivi, praticamente a ogni generazione. Tra il 1347 e il 1480 la peste colpisce a intervalli di 6-12 anni, in particolare i giovani e le fasce più povere. Poi la frequenza rallenta ogni 15-20 anni. Nel 1466 circa 40 mila parigini muoiono per un nuovo focolaio. Importanti epidemie devastano il Ducato di Milano (1576-77); in Italia settentrionale quella del 1630 è immortalata da Alessandro Manzoni ne «I promessi sposi». Altre epidemie colpiscono Siviglia (1647-1652); Impero Ottomano (1661); Olanda (1663-64) con 35 mila vittime ad Amsterdam; Londra (1665-66) dove muoiono 75-100 mila persone; Marsiglia (1720): muore metà degli abitanti. Un’altra pandemia parte dalla Cina nel 1855, si propaga in Asia e in India uccide 10 milioni di persone. Agli albori del XX secolo l’epidemia colpisce San Francisco (1900-04 e 1907-08). Dodici focolai in Australia (1900-25) provocano mille morti, specie a Sydney. Il dipartimento di sanità pubblica scopre che la trasmissione avviene dai ratti, tramite le pulci, agli esseri umani attraverso il bacillo «Yersinia pestis».

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