Torino e le epidemie di peste del 1500 e 1600

Pandemie – È il 2 gennaio 1630, «annus horribilis», a Torino si gela con un vento polare. La peste, sterminatrice di popoli, dilaga in tante città del Nord Italia. La «dama nera» colpisce indiscriminatamente giovani e vecchi, donne e neonati, soldati e civili, ricchi e poveri, potenti e accattoni… Inutilmente le porte della città sono sprangate e i forestieri sono tenuti fuori

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foto Piemonte Top news

Il calzolaio Francesco Lupo è il primo a sentirsi male: il respiro affannoso, fame d’aria, la tosse non gli dà tregua e gli graffia la gola. Un cliente lo apostrofa: «Hai una cera orribile e la faccia blu». Sotto l’ascella destra un rigonfiamento e sulla pelle un inquietante bubbone. Crolla di schianto sul «deschetto».

È il 2 gennaio 1630, «annus horribilis», a Torino si gela con un vento polare. La peste, sterminatrice di popoli, dilaga in tante città del Nord Italia. La «dama nera» colpisce indiscriminatamente giovani e vecchi, donne e neonati, soldati e civili, ricchi e poveri, potenti e accattoni, prelati e bottegai, nobili e plebei. Le pozze maleodoranti, i pavimenti lerci, le fogne a cielo aperto moltiplicano i contagi. Inutilmente le porte della città sono sprangate e i forestieri sono tenuti fuori.

LA PESTE «DI SAN CARLO» DEL 1576-77 – «La peste che, cinquantatrè anni avanti, aveva desolata una buona parte d’Italia, e in ispecie il milanese, dove fu chiamata, ed è tuttora, la peste di san Carlo. Tanto è forte la carità!». Alessandro Manzoni ne «I promessi sposi» racconta la peste che imperversò nell’Italia affamata nel 1629-1633 e colpì Lombardo-Veneto, Toscana, Svizzera, Torino e Piemonte. È la «peste manzoniana» perché «don Lisander» ne scrive nel romanzo e nel saggio «Storia della colonna infame». Quando inizia la descrizione di quella del 1629, fa riferimento a quella che aveva imperversato in Lombardia nel luglio 1576-Quaresima 1577 mietendo 18 mila morti, un decimo della popolazione. In Lombardia, dominata dagli spagnoli, il governatore Antonio de Guzman y Zuñiga, introduce rigide limitazioni: l’ingresso in città è consentito a piccoli gruppi di una dozzina di persone in possesso della «bolletta» rilasciata dalle autorità sanitarie del territorio di provenienza, che attesta l’assenza di sintomi. Il cardinale Carlo Borromeo esorta i sacerdoti a soccorrere i malati ma «per non divenire vettore del morbo, cominciò a conferire con i suoi interlocutori tenendoli a distanza, a cambiare spessissimo e a lavare in acqua bollente i suoi abiti, a purificare ogni cosa che toccava con il fuoco e con una spugna imbevuta d’aceto che portava sempre con sé; nelle sue visite per Milano teneva le monete per le elemosine in orci colmi d’aceto». Indice quattro processioni alle quali possono partecipare solo gli uomini adulti, in due file di una persona distanziati da tre metri; vieta la partecipazione di infetti e sospetti; guida la processione dal Duomo a Sant’Ambrogio a piedi scalzi e con una corda al collo.

LA QUARANTENA DI TUTTI I MILANESI. Il 15 ottobre 1576 il Tribunale di Provvisione, accogliendo la proposta del Borromeo, decreta la quarantena generale. Il 18 ottobre l’arcivescovo emana un editto simile per il clero, esentando solo sacerdoti e religiosi destinati all’assistenza spirituale e materiale. Poiché i milanesi non possono andare in chiesa, San Carlo fa erigere agli incroci altari in cui i sacerdoti celebrano Messa e la gente assiste affacciandosi dalle finestre. Da metà dicembre 1576 l’epidemia rallenta ma le autorità prolungano la quarantena per evitare ricadute. Il cardinale acconsente «sebbene fosse dispiaciuto perché il popolo non poté andare nelle chiese, neanche a Natale. Teneva che niuna cosa, che potesse essere di giovamento a gli infermi e a’ poveri, fosse fuori dell’officio suo».

PIÙ DEVASTANTE LA PESTE DEL 1629-1633 – Ci sono le cronache di due testimoni oculari: il medico Alessandro Tadino, che nel 1648 stampa «Raguaglio dell’origine et giornali successi della gran peste contagiosa, venefica, & malefica seguita nella Città di Milano»; e il canonico, storico e letterato Giuseppe Ripamonti che nel 1640 pubblica in latino «Iosephi Ripamontii canonici Scalensis chronistae urbis Mediolani. De peste quae fuit anno 1630». Divergono sul primo caso di morte: secondo Tadino, è Pietro Antonio Lovato proveniente dal Lecchese ed entrato in città il 22 ottobre; secondo Ripamonti, è Pietro Paolo Locato proveniente da Chiavenna in Valtellina ed entrato a Milano il 22 novembre. L’epidemia si propaga anche per l’estrema povertà del popolo, dopo due anni di carestia determinata da movimenti di truppe e saccheggi nella guerra Spagna-Francia: sono coinvolti anche «i tegoli di Casale» e il Piemonte dei Savoia. È la «Guerra di successione di Mantova e del Monferrato» che rientra nella «Guerra dei Trent’anni». Il contagio è portato dalle truppe tedesche che penetrano dalla Valtellina dirette a Mantova. Passano i lanzichenecchi, nell’autunno 1629, con saccheggi e devastazioni.

GUERRE ANCHE IN PIEMONTE NEL 1600-1630 – Torino e il Piemonte sono devastati da molti episodi bellici, come gli scontri tra cattolici e valdesi, che destabilizzano l’equilibrio sociale ed economico. Condizioni atmosferiche sfavorevoli provocano ovunque pesanti carestie, tanto che il duca Carlo Emanuele I emana un edito per calmierare i prezzi e limitare le speculazioni. Migliaia di persone abbandonano case, campagne e campi e vanno mendicare nei maggiori centri, tra cui Torino, che è un paese di 25 mila abitanti a confronto di Milano che ne ha 250 mila.

Il 2 gennaio 1630 è segnalato il primo caso di peste a Torino: il calzolaio Francesco Lupo. Le spaventose condizioni igieniche favoriscono il contagio, che dilaga ad Alba, Pinerolo, Saluzzo, Savigliano, nel Cuneese. Il culmine in estate con il caldo che favorisce la trasmissione.

DI FONDAMENTALE RILEVANZA IL PROTOMEDICO E IL SINDACO – Giovanni Francesco Fiochetto, archiatra dei Savoia, e il sindaco Gianfrancesco Bellezia sono personaggi fondamentali, ai quali la città ha intitolato due strade. Fiochetto instaura una rigorosa disciplina sanitaria che fa scuola. Bellezia rimane nella città abbandonata dalle istituzioni: i Savoia e la corte fuggono a Cherasco nel Cuneese. Decurione nel 1628 e primo sindaco nel funesto 1630, Bellezia affronta coraggiosamente il mandato, diventa il fulcro dell’organizzazione sanitaria, combatte l’isteria del popolo e lo sciacallaggio. La peste è debellata nel novembre 1630, con l’aiuto del freddo. Su 25 mila abitanti a Torino si contano 8 mila morti (il 32 per cento); Bergamo 10 mila vittime su 25 mila abitanti (40 per cento); Milano 186 mila decessi su 250 mila (74 per cento); Verona 33 mila morti su 54 mila abitanti (61 per cento). L’Italia 1.100.000 morti su 4 milioni di abitanti. Il 6 aprile 1631 firmano il «trattato di Cherasco» Vittorio Amedeo I di Savoia, il legato papale Giulio Raimondo Mazzarino, i rappresentanti del Sacro Romano Impero, di Mantova e di Spagna. Si ristabilisce un relativo equilibrio. Negli anni seguenti si registrano un numero enorme di matrimoni e di nascite.

EMANUELE FILIBERTO SPOSTA IL BARICENTRO SUL PIEMONTE – «Testa di ferro» comprende che l’Italia è il campo aperto alle fortune della dinastia. Rientrato in possesso delle terre nel 1559 con la pace di Cateau-Cambrésis, avvia una radicale riorganizzazione dello Stato. Torino, 30 mila abitanti, è ingrandita e munita di difese con la Cittadella e nel 1563 è proclamata capitale. Nel maggio 1515 Torino era stata promossa arcidiocesi metropolitana, sottraendosi alla giurisdizione di Milano, una concessione favorita dal matrimonio tra Filiberta di Savoia e Giuliano de Medici, fratello di Papa Leone X. Nell’inverno 1630 con il freddo, la peste diventa più cattiva. La brezza primaverile e l’afa estiva attizzano il contagio – in piemontese «contacc» – che in estate è fuori controllo: 150-200 decessi al giorno. Nel 1630 con la peste la città si svuota e rimangono 11 mila cittadini: saranno 3 mila cittadini dopo un massacro di 8.000 persone. In via Dora Grossa (poi via Garibaldi) masse di cadaveri imputridiscono. Come disinfettante si bruciano mobili e masserizie degli appestati. Le pezze bagnate in aceto, la salvia e la ruta aromatica non servono a nulla. Nei lazzaretti, chirurghi, medici e speziali lottano come possono e sanno. «Calamitas calamitatum, calamità delle calamità» ammazza quasi la città.

Pier Giuseppe Accornero

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