Obiettivo 2026, Torino torna a sognare le Olimpiadi invernali

Test politico – Quante possibilità abbiamo di riconquistare i Giochi del 2026? Il «no» di una parte dei grillini al progetto di Appendino e Chiamparino è solo uno degli ostacoli da superare in questo progetto affascinante, ma tutto in salita

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Quante possibilità abbiamo di riconquistare le Olimpiadi invernali nel 2026? Il «no» di una parte dei grillini al progetto di Appendino e Chiamparino è solo uno degli ostacoli da superare in questo progetto affascinante per Torino, e però tenue al limite dell’evanescenza: il regolamento del Comitato olimpico internazionale Cio, per dirne una, vieta l’opzione torinese nell’anno indicato dagli enti locali (art. 33, comma II), che occorrerebbe quindi ottenere facendo modificare le regole. Nessuno fino ad ora si è soffermato su questo dettaglio, perché?

Se vogliamo partire con il piede giusto bisogna cominciare a raccontare tutto: la Carta del Cio non consente di celebrare Olimpiadi nello stesso paese che ospiterà la conferenza incaricata di decidere la sede dei Giochi. E l’assegnazione del 2026 si terrà l’anno prossimo proprio in Italia, a Milano. Torino può tentare la candidatura ugualmente, perché no? È capitato altre volte che le regole venissero modificate in deroga ai principi generali. Ma, se il progetto olimpico è una cosa seria, bisogna smettere con i silenzi e i pressapochismi che in questi giorni, sotto la Mole, stanno purtroppo trasmettendo la sensazione di una operazione raffazzonata, al limite del gesto sparato per propaganda o poco più.

Non si dovrebbe tacere sulla verità delle procedure. Non bisognerebbe cercare di forzarle come ha fatto la Camera di Commercio quando in febbraio tentò di anticipare il Comune nella candidatura. Il sindaco Appendino avrebbe fatto meglio a premere il piede sull’acceleratore prima di sentirselo dire da Grillo, che un paio d’anni fa vietò le Olimpiadi a Roma e adesso benedice quelle di Torino, debolissima garanzia per il futuro.

Stiamo parlando del destino della nostra città e dei tentativi di produrre lavoro in questa terra affaticata, una cosa più seria delle giravolte romane dopo il voto del 4 marzo. Le giravolte, detto per inciso, hanno molto irritato i vertici nazionali del Coni, che risultano poco inclini – ecco un altro problema – a sostenere il sogno del «bis olimpico» torinese.

In fondo è comprensibile che i grillini di stretta osservanza si oppongano a un progetto che hanno sempre contestato, perché dovrebbero aver cambiato idea? Il presidente Chiamparino scruta il Municipio dalle finestre in piazza Castello, la scorsa settimana ha parlato di «partners inaffidabili». Ma l’affidabilità, è quella di sempre, il minestrone politico dietro all’Amministrazione Appendino è lo stesso dal primo giorno, sta venendo al pettine di fronte alla prima vera prova politica.

Il test olimpico è molto importante proprio perché chiarirà cosa sappiamo fare e cosa no. Il progetto merita, ma occorre prenderlo molto sul serio. Questi primi vagiti di candidatura stanno dando lo spettacolo di una città che procede in ordine sparso: il contrario di quello che la comunità internazionale vuole  vedere.

Se nel 2006 conquistammo le Olimpiadi, accadde perché la politica procedeva compatta e perché Fiat soffiava nelle vele. Oggi senza Fiat il gioco di squadra si vede poco. Però deve esistere lo spazio per recuperarlo, non si può pensare che non esista, occorre sperare che tutti in città tornino a ragionare sugli spazi di incontro e collaborazione. Le Olimpiadi sono l’occasione, la scommessa su Torino il vero tema. Siamo a una prova interessante, stiamo a vedere.

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