Torino nel mondo con Eurovision

Meeting musicale – Per cinque giorni «Eurovision», il festival europeo della canzone, ha acceso i riflettori su Torino. Tutto esaurito nei luoghi della musica e città in festa. Una città che cercherà di non sprecare i frutti di cinque magiche giornate

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La pratica canterina dell’Eurovision Song Contest è ormai archiviata da una settimana. L’edizione italiana ha brillato per diversi giorni per la cura televisiva, lo scintillio tecnico, il colpo d’occhio della scenografia che ha trasformato il PalaOlimpico, la precisione dei tempi e delle scalette delle varie fasi della gara. E i nostri padroni di casa, Alessandro Cattelan, Laura Pausini e Mika (cittadino del mondo ma ormai italiano «d’adozione») hanno condotto il programma sfoggiando un’inglese fluente e piacevole (ovvio per il terzo, non così scontato per i primi due), come richiesto dal cerimoniale della gara: produceva la Rai, ovviamente, ma rispettando il consolidato protocollo qualitativo (e di prassi, verrebbe da dire) del programma dell’«altro» produttore, l’Ebu (European Boadcasting Union), ovvero l’Unione europea di radiodiffusione.

Ottima resa organizzativa, insomma, per questa gara servita in salsa subalpina. E gioiosa invasione del parco del Valentino dove c’era il villaggio delle performance collaterali gratuite. Per non parlare del centro e dei numeri musicali all’impronta e del preambolo ad inizio della settimana di gara ed eventi alla Reggia di Venaria e a Palazzo Madama. Invasione di turisti, spesso giovani, dall’Europa. E casse cittadine contente dei comparti ristorazione ed alberghi, ad esempio. Euforia ed orgoglio diffusi, giustamente, per la eccellente figura mostrata da Torino in diretta televisiva. Più nuove teorie (del sindaco Lo Russo) che sostengono l’utilità di fondare una specie di nuova «Music Commission» locale (sul modello della Film Commission), per provare a generare un modello virtuoso che attragga eventi musicali, turismo, lavoro, crescita. Eccetera.

Tutto può essere. Bisogna meditare bene, fare progetti seri (e solidi) per dare loro gambe robuste, soprattutto in questi tempi di crisi perdurante e diffusa, causata prima la pandemia ora dagli effetti collaterali della guerra alle porte dell’Europa. Ci sono altre iniziative, in loco, che meriterebbe valorizzare di più? Verrebbe da rispondere di sì, pensiamo ad esempio al festival C2C, o, secondo l’antico marchio, Club to Club (prossima edizione a novembre), che già gode di una solidissima considerazione nel settore degli appassionati, anche all’estero, ma poca «visibilità» locale. Questioni che, si spera, risolverà la politica.

Limitiamoci all’ultimo Eurovision Song Contest. Abbiamo scoperto di recente questa competizione ma, in realtà, esiste dal 1956. All’estero, in tv, ha sempre riscosso successo, ma in Italia, finora, è successo raramente. Come italiani, avendo vinto l’anno scorso, era improbabile che si vincesse anche questa volta. Poi, «Brividi» di Mahmood e Blanco, la canzone che rappresentava i nostri colori, ha fatto forse il suo tempo ed è arrivata solo sesta. Ci ricorderemo ancora, di questa canzone, fra… sei mesi?

La nazione favorita, suo malgrado, a priori, era l’Ucraina con la Kalush Orchestra, perché forse, di questi favori generati dall’empatia di tutti per il popolo invaso, travolto dalla guerra, avrebbero fatto volentieri a meno. Infatti, La Kalush Orchestra, con «Stefania», ha vinto la competizione. Se una canzone potesse bastare per far cesare le ostilità, la guerra cannoneggiante che, sempre, travolge nel sonno sanguinoso della morte schiere di persone innocenti, ci si metterebbe la firma. E comunque, questa vittoria è stata un bel segnale, se non altro di solidarietà. Il brano, in sé non è particolarmente interessante. Come allo stesso livello è stata in generale la gara: un senso di medietas pervadeva chi si fosse messo, di santa pazienza, a seguire per intero la gara. Sensazioni felici da villaggio vacanze, senza badare troppo alla qualità delle proposte. E se, in qualche angolo ce ne fosse stata (poca, ma c’era… «Saudade, saudade», della cantante portoghese, brillava nell’ombra), è passata inosservata. «Ciao mamma, guarda come mi diverto», diceva il poeta. La festa, prima di tutto: d’accordo. Ma i festival, gli eventi musicali, un minimo stabili, sono un’altra cosa.

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