Torino si prepara all’inverno dei poveri

Allarme rosso – L’assessore alle Politiche Sociali della Città di Torino Jacopo Rosatelli conferma la denuncia della Caritas, migliaia di famiglie in crisi, l’aumento dei prezzi e delle bollette metterà alle corde anche il Comune

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Caro energia e inflazione galoppante renderanno la vita più dura a molte famiglie torinesi. L’allarme è stato lanciato nei giorni scorsi della Caritas diocesana attraverso «La Voce e Il Tempo». Con l’arrivo dell’autunno – ha avvertito il direttore Pierluigi Dovis – per effetto della forte crescita dei prezzi al consumo e della spesa per le bollette di gas ed elettricità, peggioreranno le condizioni delle fasce di popolazione più deboli e, al contempo, è altrettanto immaginabile un aumento di coloro che sono destinati ad entrare nella categoria della povertà assoluta. A rendere più «calda» la situazione, nell’ultimo anno si è aggiunta la ripresa degli sfratti che un provvedimento governativo aveva sospeso durante il periodo dell’emergenza sanitaria: centinaia quelli eseguiti o in via di esecuzione a Torino, una sessantina previsti solo in questo mese.

In tale contesto non è difficile immaginare che, per fronteggiare la prevedibile crescente domanda di sostegno da parte delle famiglie, venga richiesto ai Servizi Sociali della Città di Torino un impegno straordinario in termini di misure, progetti e risorse. Lo chiediamo all’assessore comunale titolare della delega al Welfare, Jacopo Rosatelli.

Jacopo Rosatelli, assessore al Welfare della Città di Torino

Assessore, è preoccupato? L’Amministrazione comunale pensa di adottare misure straordinarie di sostegno alle famiglie e di contrasto alle povertà?

Sono molto preoccupato, per due ragioni. In primo luogo perché, anche a causa della guerra in Ucraina che sta contribuendo a generare un’impennata del costo delle risorse energetiche, siamo oggi esposti a un’ondata di impoverimento diffuso che investe non solo persone, famiglie e imprese, ma anche le pubbliche amministrazioni, le loro aziende partecipate e le organizzazioni del privato sociale, cioè chi dovrebbe aiutare chi si trova in difficoltà.

Il Terzo settore ha già lanciato un accorato appello: aiutateci, in sintesi il messaggio, a far fronte agli spaventosi aumenti dei costi di gestione per non chiudere le nostre sedi e consentirci di continuare a svolgere le nostre attività.

Allarme più che giustificato. Se un’associazione di volontariato ha una sede, dovrà sostenere maggiori costi per l’illuminazione e il riscaldamento dei propri locali, la preparazione dei pasti e altro ancora. La stessa busserà alla porta dell’Amministrazione comunale per chiedere aiuto, ma allo stato attuale non è detto che possa ricevere l’aiuto richiesto.

Non le sembra una situazione paradossale?

Purtroppo è così, un paradosso. Tanto gli Enti locali quanto le realtà del Terzo settore, cioè chi appunto è chiamato in prima battuta ad aiutare le famiglie più in difficoltà, rischiano di perdere una parte di preziose risorse da destinare alle politiche sociali e al sostegno delle fasce deboli della popolazione.

E allora, come si può fare diga a questa tempesta di aumenti che incide in modo pesante sui bilanci delle famiglie e può portare con sé rilevanti conseguenze negative?

È in arrivo un’ondata di povertà che non risparmia nessuno, tranne coloro che speculano e che guadagnano dall’impoverimento altrui. Per fare diga, come dice lei, servono risorse straordinarie messe a disposizione dallo Stato o dall’Unione europea, sul modello di quanto avvenuto con il Pnrr e con i fondi React.

E la seconda ragione di preoccupazione?

Quei possibili futuri scenari politici in cui, in vista delle imminenti elezioni, qualcuno propone di eliminare la misura del reddito di cittadinanza o di istituire una cosiddetta autonomia differenziata da regione a regione, a vantaggio di quelle più ricche. Ecco, in proposte del genere vedo una mancanza di consapevolezza su quanto a rischio sia la tenuta sociale del Paese e su come vada affrontata una situazione che può portare molte famiglie italiane alla condizione di povertà assoluta.

Più poveri, più persone senza dimora in strada. Che fare?

Stiamo lavorando al miglioramento dell’accoglienza nelle strutture di bassa soglia (i dormitori ndr), facilitando l’accessibilità, rendendole più accoglienti, migliorando la capacità di accompagnare le persone nei percorsi di uscita dalla marginalità estrema e garantendo un maggiore livello di sicurezza. Elemento quest’ultimo non secondario per convincere le persone ad accettare l’offerta di accoglienza in un luogo dove devono sentirsi al sicuro e non rinunciare ad andarci perché hanno paura.

Sarà nuovamente attivo il sito «salvavita» di via Traves, che fu criticato perché troppo periferico?

Sì, anche se è nostro obiettivo di mandato il suo superamento. Ma ve ne saranno di nuovi, più piccoli come quello allestito lo scorso inverno in piazza San Giovanni, e più diffusi nel territorio. Importante sarà anche l’attuazione del protocollo d’intesa firmato con la Prefettura da Arcidiocesi, Regione, Asl, Comune e Città metropolitana di Torino, che prevede l’attivazione di equipe mediche e paramediche che, insieme ai nostri operatori dei Servizi Sociali, possano interagire con le persone che presentano problemi di disagio mentale o gravi patologie da dipendenza e che, molto spesso, sono proprio quelle che rifiutano di essere aiutate.

Assessore, tocchiamo un problema annoso, quello della carenza di case popolari. L’incremento degli sfratti ne fa ulteriormente crescere la domanda. C’è una risposta a questo bisogno?

Per risolvere strutturalmente questo problema il nostro Paese avrebbe bisogno di un nuovo «piano casa» nazionale, che garantisca un’offerta di alloggi di edilizia residenziale pubblica di gran lunga superiore a quella attuale.

Bene, ma in attesa che Roma batta un colpo a Torino cosa si fa?

Si lavora con le risorse disponibili, anche in collaborazione con le altre istituzioni e il privato sociale, a soluzioni che consentano di meglio rispondere alla forte domanda di abitazioni che viene da coloro che non possono accedere al mercato privato e, in piena legittimità, chiedono venga assegnato loro un alloggio pubblico.

Sono in fase di realizzazione progetti come quello dell’area ex Veglio, dove è prevista la costruzione di un nuovo lotto di immobili pubblici. Poi, con Atc e Regione Piemonte, stiamo riqualificando il complesso di case popolari nell’area di corso Racconigi e, al contempo, velocizzando il recupero degli alloggi Atc da ristrutturare per renderli assegnabili.

Per rispondere con immediatezza ai casi di emergenza abitativa, proseguiamo l’impegno con il privato sociale nell’assicurare la disponibilità di sistemazioni temporanee attraverso l’accoglienza in strutture di housing sociale.

Inoltre, allo scopo di favorire l’accesso al mercato privato, contiamo di rinnovare entro fine anno l’accordo territoriale con le associazioni dei proprietari di case e quelle degli inquilini: intesa che porta benefici fiscali ai locatori e risulta utile per calmierare i prezzi degli affitti.

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