Tra guerra e pace il futuro dell’Europa

Uno scontro armato è sempre un fallimento della politica e della diplomazia: Luca Jahier, torinese, già presidente del Cese (Comitato economico e sociale europeo) riflette sul conflitto tra Russia e Ucraina: perché non abbiamo saputo evitarlo? Come sapremo rispondere alle pesanti conseguenze della guerra?

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Il 24 febbraio è cambiato il mondo: la Russia invade l’Ucraina, l’Europa precipita nel terrore di una nuova guerra mondiale. Una devastante aggressione armata, che vuole costringere l’Ucraina alla resa senza condizioni e portare indietro gli orologi della storia europea. Ci siamo scoperti ingenui verso le mire della Russia: mai avremmo immaginato che un membro permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite mandasse all’aria tutte le regole della convivenza internazionale.
Ma il blitzkriek russo non è riuscito e l’aggressione si è fatta più violenta, un’altra guerra ripugnante, con gli atti di barbarie che abbiamo visto troppe volte: bombardamenti di civili, città coventrizzate, ospedali e ricoveri di anziani, donne e bambini bersaglio delle bombe, stupri, deportazioni, orrori crescenti. In poco più di un mese il 25% della popolazione in fuga dalle proprie case e già oltre 4 milioni di profughi in Unione europea. Il più massiccio esodo dalla fine sella Seconda guerra mondiale. Ancora un sacrilegio: persino alcune alte autorità ortodosse giustificano la guerra come atto purificatore di fronte alle perversioni occidentali. Parole come pietre. Come chi vuole oscurare i giganti della cultura russa, in una ordalia bellica.

Luca Jahier. già presidente del Cese (Comitato economico e sociale europeo)

Lo shock è stato spaventoso. La ventennale ricerca di cooperazione con la Russia è finita nell’abisso: la guerra scatenata da Putin vuole lo sconquasso dell’Europa, dopo anni di inquinamento del dibattito democratico. Contando su punti fragili: la fine dell’era Merkel in Germania, elezioni in Francia ed altri Paesi, il continente stremato dalla pandemia, in cerca di ripresa, che richiede tanta energia, quella stessa che importiamo dalla Russia in quantità crescenti negli ultimi anni. E poi aveva testato la fragilità europea con la ‘crisi’ delle poche migliaia di migranti alla frontiera bielorussa. Aveva visto la nostra inconsistenza in Siria, la fuga precipitosa dall’Afghanistan e poi dal Mali, dove ci ha sostituito con i suoi mercenari.
L’Europa ha reagito unita. Ci vollero quattro anni dopo la crisi del 2008. quattro settimane dopo la pandemia nel 2020, quattro giorni dopo l’invasione dell’Ucraina. La nazione ucraina ama la libertà anche più della propria vita e guarda all’Europa per resistere all’invasore. L’Ue ha trovato il giusto equilibrio di sostegni in beni e soccorsi e anche in consistenti forniture militari, ma evitando di farsi trascinare in un confronto militare diretto con la Russia, che forse Mosca sperava. E così ha fatto la Nato, resuscitata dalle ceneri dell’Afghanistan. Non si è divisa su un pacchetto di sanzioni che hanno colpito a fondo i nodi vitali dell’economia russa, con Mosca impreparata a perdere l’uso delle imponenti riserve di oro e valuta che aveva accumulato da anni in banche estere sicure. Ha attivato all’unanimità la Direttiva per la protezione temporanea dei rifugiati del 2001, che non fece neppure ai tempi della crisi dei rifugiati siriani del 2015 e sostiene gli Stati membri nella più straordinaria opera di mobilitazione della società civile per accogliere e prendersi cura di chi fugge dall’Ucraina, per il 90% donne e bambini.

Ha poi deciso la riduzione decisiva della dipendenza dal gas e dal petrolio russi. Oggi trasferiamo a Mosca 800 milioni di euro al giorno, che finanziano la guerra russa. In questi giorni si ragiona sulla interruzione totale. E si accelerano gli investimenti sulle energie green e sull’idrogeno, cominciando finalmente a fare acquisti e stoccaggi di sicurezza comuni e diversificando rapidamente le forniture. E infine, la messa al bando dei veicoli della propaganda russa in Europa, che da vent’anni inquinano i processi politici importanti (Brexit) o hanno sostenuto la crescita di movimenti di rottura.
Ma la guerra continua e non si trovano ancora i canali per concordare almeno significativi cessate il fuoco per le evacuazioni umanitarie, un arresto dei bombardamenti e della barbarie, che travolge gli ucraini ma anche tanti giovani russi, mandati al fronte come carne al macello.
Si deve prendere atto che Putin non ha raggiunto alcuno degli obiettivi che probabilmente si era proposto, Anzi, ha generato l’opposto, mettendo in seria difficoltà anche lo stesso futuro della Russia. L’Ucraina ha saputo resistere e non si è piegata ad una condizione di vassalla come la Bielorussia. L’Europa ha agito, unita nel mondo occidentale come non si vedeva dalla fine della Seconda guerra mondiale. Ma restano questioni gravi, perché il demone della guerra non devasti il nostro futuro.
La prima è: perché non abbiamo saputo evitarlo? La guerra è sempre un fallimento della politica, della diplomazia e dell’umano e se la condanna di chi ha scatenato una guerra senza giustificazioni è ferma, a questa domanda va data una risposta, fuori dagli sguaiati ragionamenti da stadio dei nostri talk show.
La seconda, avendo saputo reagire con unità e urgenza ai fatti del presente: come sapremo rispondere alle pesanti conseguenze del domani? All’impatto sulle nostre società, imprese, famiglie, approvvigionamenti energetici e di materie prime fondamentali, alla crisi alimentare ed economica che investirà tanta parte del mondo, soprattutto il Mediterraneo del sud e l’Africa intera, scatenando guerre del pane, destabilizzazioni e nuovi esodi?
Terzo, abbiamo sperimentato in parte il monito di Primo Levi, «è accaduto, può accadere ancora», senza sapere se non vi saranno altre evoluzioni più devastanti, per incidente o per intenzione. Pensavamo fosse solo retorica ed ora dobbiamo ragionare di difesa dello spazio di libertà e di progresso che abbiamo costruito, anche in termini di sicurezza armata. Le prime risposte, consistenti in sole decisioni di aumento delle spese militari nazionali, non sono ancora la scelta attesa dai tempi di De Gasperi della costruzione di una vera Unione europea della difesa, che resta solo una evocazione con sostanza tutta da scrivere.
Quarto, la scelta dell’autonomia strategica europea, già sfidata dalla pandemia e dalla crescente postura assertiva con la Cina, andrà ulteriormente declinata, perché oggi la guerra rimette l’Europa come coccio in mezzo allo scontro tra potenze, deciso altrove, e pone bivi non secondari nelle relazioni con tanti altri, a partire dalla stabilizzazione dei Balcani, la Turchia, l’Egitto, la Libia, il Medio Oriente, l’Africa.
Quinto, si pone il grave problema di come si potrà ricostruire un legame, così lesionato, con il popolo e con la Chiesa ortodossa russi. Anche quel popolo è vittima di questa guerra. Come dice Marina Ovsyannikova, la giornalista che ha contestato il regime sulla prima rete televisiva russa, «solo attraverso la cultura possiamo ripristinare i rapporti tra Russia e Occidente». Ma come?
Sesto, sembra che abbiamo tutti perso di vista il grande monito di Cicerone, sintetizzato ne «la storia è la vera maestra di vita» e continuiamo a non comprendere il monito che Papa Francesco già scrisse nella «Fratelli tutti»: «La storia sta dando segni di un ritorno all’indietro. Si accendono conflitti anacronistici che si ritenevano superati, risorgono nazionalismi chiusi, esasperati, risentiti e aggressivi. In vari Paesi un’idea dell’unità del popolo e della nazione, impregnata di diverse ideologie, crea nuove forme di egoismo e di perdita del senso sociale mascherate da una presunta difesa degli interessi nazionali…» (FT 11).

Come evitare di divenire prigionieri della tragedia della cronaca e mantenere il senso della storia, anche in mezzo alla guerra? Cercando la pace, evitando la polarizzazione tra civilizzazioni in conflitto, facendo ogni cosa per salvare l’umano e ricordando che dobbiamo far fronte insieme alle sfide del secolo: le pandemie, il clima. Perché con la guerra tutto è perduto, con la pace o anche solo col tacere delle armi, tutto è possibile. Mi sovviene ancora David Sassoli, lo scorso 1° settembre: «Morte, terrore, persecuzioni: il 1 settembre 1939 la guerra cominciava a scuotere e devastare l’Europa, con l’invasione nazista della Polonia. Oggi su quelle macerie sorge un continente di pace. Sta a noi mantenerla e restare vigili, ogni giorno».
L’Europa saprà rilanciare quella missione costitutiva? La stessa di cui vogliono far parte gli ucraini, come l’opposizione bielorussa in esilio o imprigionata, i moldavi, i georgiani, i Balcani occidentali e a cui guardano tanti altri, anche tra il popolo russo. Continuando a dimostrare ancora che «fare l’Europa è fare la pace».

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