Don Tonino Bello, profeta della pace

20 aprile 1993 – “Come non provare l’inquietudine che portava il venerabile Tonino Bello a non accettare l’inedia ma a seminare pace, oggi che viviamo scenari peggiori nella drammatica guerra contro l’Ucraina e negli altri conflitti? Don Tonino lo faceva “avendo in corpo l’occhio del povero”, cioè delle vittime». Il 20 aprile il cardinale Zuppi, presidente della CEI, a Molfetta ha presieduto la Concelebrazione nel 30° della morte di Tonino Bello

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Venerabile Tonino Bello

«Queste mura antiche ci trasmettono la voce del venerabile Tonino Bello, non scontata e paludata ma nutrita dalla Parola di Dio. Come non commuoverci nel ripensare al suo volto scavato e sofferente, ma luminoso e trasfigurato dall’amore nel viaggio a Sarajevo? Come non provare l’inquietudine che lo portava a non accettare l’inedia ma a seminare pace, oggi che viviamo scenari peggiori nella drammatica guerra contro l’Ucraina e negli altri conflitti? Don Tonino lo faceva “avendo in corpo l’occhio del povero”, cioè delle vittime». Il 20 aprile 2023 il cardinale arcivescovo di Bologna Matteo Maria Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana, a Molfetta nelle Puglie presiede la Concelebrazione nel 30° della morte di mons. Tonino Bello (1993-20 aprile-2023), venerabile dal 25 novembre 2021.

Nato ad Alessano (di Lecce) il 18 marzo 1935, orfano di padre, in Seminario «voleva vincere a tutti i costi; aveva la sindrome del primo della classe e, per questo, pretendeva molto da sé e dagli altri. Una partita di pallone finiva solo quando lui faceva gol» racconta un sacerdote suo amico. Prete dall’8 dicembre 1957, insegnante – e poi rettore – nel Seminario di Ugento, lavora al settimanale diocesano «Vita nostra». Consegue la licenza in Teologia a Milano e la laurea all’Università Lateranense con la tesi «I congressi eucaristici e il loro significato teologico e pastorale». Alterna la docenza alle trasferte e Roma ad accompagnare il suo vescovo al Concilio Vaticano II (1962-65) e assiste in piazza alla memorabile apertura dell’assise con Giovanni XXIII l’11 ottobre 1962. È assistente dell’Azione Cattolica e vicario episcopale per la pastorale.

Nel 1979 è parroco a Tricase (Lecce) nel «tacco» d’Italia sul Capo di Lèuca, 20 mila abitanti, luogo del «primo amore»: tocca con mano cosa vuol dire la vita dei poveri, delle famiglie indigenti, dei lavoratori sfruttati, degli immigrati, dei senzatetto, dei senza fede e senza speranze. Impara a essere prete tra la gente: si cinge i fianchi dando un’immagine viva della «Chiesa del grembiule», espressione che ebbe molto successo e che piace a Papa Francesco, quasi anticipazione della «Chiesa in uscita». Il modello è Gesù che si cinge i fianchi per lavare i piedi ai discepoli. Don Tonino accanto agli ultimi, agli immigrati che sbarcano in Salento, ai pacifisti che protestano per il costo delle armi e per l’installazione dei missili, agli sfrattati ai quali offre la sua casa: «Non risolvo il problema degli sfrattati ospitando famiglie in vescovado. Non spetta a me, spetta alle istituzioni. Però pongo un segno di condivisione, che alla gente indica traiettorie nuove, insinua qualche scrupolo, un sassolino nella scarpa». Ricordano i testimoni: «C’era quasi il deserto: cominciò dai giovani e capì cosa significhi “essere immersi nei problemi della gente”». Propone ai preti che collaborano: «Facciamo capire alla gente che ci vogliamo bene veramente». Con la sua «Fiat 500» porta i viveri alle famiglie povere: li commissiona citofonando alle famiglie benestanti: «Prepara il primo, prepara il secondo, prepara il dolce». Una volta in ospedale, accortosi che una persona molto povera non aveva nessuno, disse: «La notte la passo io». Una signora ha bisogno di una trasfusione di sangue per affrontare un’operazione. Don Tonino si fa avanti. «Fino alla morte avrò il suo sangue nelle vene».

Vescovo con la stola e il grembiule. Il 10 agosto 1982 Giovanni Paolo II lo nomina vescovo di Molfetta-Giovinazzo-Terlizzi-Ruvo. Solidarizza con gi operai delle acciaierie in sciopero per salvare il posto di lavoro; il suo piano pastorale è «Insieme alla sequela di Cristo sul passo degli ultimi». Nel 1986 la presidenza Cei lo chiama a succedere a mons. Luigi Bettazzi, vescovo di Ivrea, alla guida di Pax Christi: il mondo è ancora diviso in due blocchi, la «guerra fredda» è cosa recente. Lo chiamano «pacifista imbelle; venduto ai rossi; traditore dell’Occidente cristiano». Contesta le spese per le armi, gli «F16» a Crotone, i missili a Gioia del Colle. Condanna la Guerra del Golfo. Pax Christi lo definisce «il vescovo più straordinario e popolare dopo il Concilio, capace di gesti forti e parole inequivocabili». Malato di cancro, il 7 dicembre 1992 parte con 500 volontari per Sarajevo da mesi sotto assedio: un maglione, un berretto di lana, una croce di legno sul petto, viso smagrito, occhi incavati, corpo consumato: «Andrò a Sarajevo anche con le flebo». È la prima guerra in Europa dal 1945. In un teatro di Sarajevo proclama: «Siamo venuti a portare un germe: un giorno fiorirà. Gli eserciti saranno uomini disarmati».

Il cardinale arcivescovo di Perugia Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, al congresso nazionale di Pax Christi ad Assisi il 4 settembre 2021 ne traccia un efficace ritratto. «Per lui è necessario battersi per la pace. Un altro “profeta degli ultimi”, padre David Maria Turoldo, frate-poeta dei Servi di Maria, lo chiama al telefono e, con il tono un po’ burbero, gli dice: “Cosa aspetti? Non fare il fesso, vai con loro”. Ci andò». «Loro» sono le centinaia di migliaia di giovani che manifestano per la pace. Nel 1987 dice: «Battersi per la pace vuol dire liberare l’uomo dall’intrico della miseria, dal viluppo della massificazione, dalle grinfie rapaci del potere, dalle seduzioni del falso benessere». Spiega Bassetti: «L’”intrico della miseria” è drammaticamente attuale in Italia e nei rapporti Nord-Sud del mondo. L’Italia paga un prezzo altissimo a vecchie oligarchie, a interessi particolari, a visioni egoistiche dello sviluppo che producono disoccupazione cronica, Mezzogiorno abbandonato, stagnazione».

Questa situazione difficile si scontra con l’arrivo dal Sud del mondo di uomini e donne in fuga da miseria, guerra e distruzione. La Puglia fa da apripista: negli anni Novanta del XX secolo migliaia di albanesi scappano e si riversano a Bari e poi nella Penisola. Osserva Bassetti: «Il disperato che migra diventa un nemico e un invasore. In alcune zone d’Italia il potere è colluso con la malavita. Abbiamo fulgide testimonianze di come battersi per la pace e lo sviluppo e di come contrastare la mafia: don Pino Puglisi è un profeta di pace nel quartiere Brancaccio di Palermo». In mons. Bello costante è il richiamo alle responsabilità e al ruolo dell’Onu: propone l’«Onu dei poveri e dei popoli» quando l’«Onu dei potenti» è incapace di garantire iniziative di pace. Il conflitto in Bosnia segna una svolta: «Si recò a Sarajevo per indicare una strada nuova: civiltà, culture e religioni devono stare insieme».

Don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele e di Libera, lo mette tra i suoi «maestri» accanto ai cardinali arcivescovi di Torino Michele Pellegrino e Anastasio Alberto Ballestrero e a mons. Franco Peradotto. Come Pellegrino, mons. Bello sceglie l’anello e croce di legno o di ferro. A don Ciotti il vescovo sul letto di morte regala la sua stola: «Era in prima fila quando c’era da rimboccarsi le maniche e sporcarsi le mani; quando bisognava correre rischi e accettare fatiche. In ultima fila quando c’era da riscuotere applausi, consensi, potere, consolazioni». Ai funerali una folla in lacrime. Papa Francesco il 20 aprile 2018 va sulla tomba per il 25° della morte: «Beati i costruttori di pace».

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