Trent’anni fa Papa Wojtyla contro la guerra del Golfo

17 gennaio 1991 – Alle 2:38, ora di Baghdad,  la «USS Missouri» inizia a bombardare con i suoi possenti cannoni e lancia un missile «Tomahawk» sulla capitale irachena. Giovanni Paolo II rimane solo nell’opposizione alla guerra, contro l’Occidente e i governi arabi. I suoi richiami sono ascoltati con fastidio

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Alle 2:38, ora di Baghdad e 00:00 ora di Washington, del 17 gennaio 1991 la «USS Missouri» inizia a bombardare con i suoi possenti cannoni e lancia un missile «Tomahawk» sulla capitale irachena. Era un mercoledì quel 17 gennaio di trent’anni fa quando si scatena «Desert Storm, tempesta del deserto», la più imponente azione militare alleata dal 1945. Il 18 gennaio la Missouri «licenzia» – così il freddo burocratese della Marina di guerra – altri 13 missili; 28 entro il 20 gennaio. Il 16 gennaio era scaduto l’ultimatum delle Nazioni Unite all’Iraq; 18 ore e 38 minuti dopo iniziano i bombardamenti della coalizione di 35 Stati – tra cui l’Italia – sotto egida Onu e guidata dagli Stati Uniti, al comando del mitico Norman Schwarzkopf e di Colin Powell, futuro segretario di Stato Usa.

PRIMA GUERRA GLOBALE E TELEVISIVA – Lo scopo è restaurare la sovranità del piccolo Kuwait, dopo che era stato invaso e annesso dall’Iraq. Un evento che segna lo spartiacque nella storia delle guerre e dei media: è la «prima guerra del villaggio globale o prima guerra televisiva». I quotidiani italiani ed europei «vanno in macchina» o «fanno la o le ribattute» a notte fonda attingendo dalla tivù. Il 2 agosto 1990 il «rais, presidente» iracheno Saddam Hussein invade il vicino Kuwait per impadronirsi del petrolio. Il dittatore vuole mostrare al mondo di non aver paura della prova di forza con gli Stati Uniti, unica superpotenza rimasta alla vigilia dello sgretolamento dell’Unione Sovietica e della disfatta del comunismo. Saddam rivendica il Kuwait alla comunità nazionale irachena per il comune passato ottomano e la sostanziale identità etnica. L’invasione provoca le sanzioni Onu e le minacce di George Herbert Walker Bush, 41º presidente Usa (1989-93).

IL PAPA SOLO CONTRO LA GUERRA – Giovanni Paolo II rimane solo nell’opposizione alla guerra, contro l’Occidente e i governi arabi. I suoi richiami sono ascoltati con fastidio. Non è vero che durante i sette mesi dell’invasione e i 43 giorni di bombardamenti la Santa Sede abbia tenuto verso la guerra un atteggiamento meno severo. La sua opposizione frontale e totale alla spedizione punitiva e la sua critica all’Onu, che l’autorizza, non possono essere equivocate. Un atteggiamento lineare di «assoluta proscrizione della guerra». Giovanni Paolo II lo dice il 12 gennaio 1991 al corpo diplomatico accreditato: «Le esigenze di umanità ci chiedono di andare risolutamente verso l’assoluta proscrizione alla guerra e di coltivare la pace come bene supremo». Karol Wojtyla cerca di scongiurare l’intervento, appoggia ogni tentativo di mediazione, denuncia i guasti della guerra: una cinquantina gli interventi, che si fanno serrati dal Natale 1990: «Si persuadano i responsabili che la guerra è un’avventura senza ritorno».

PACIFICATORE NON PACIFISTA MASSIMALISTA – Lo bollano come «fuori dalla realtà». Invece è lungimirante: sa che la guerra non risolve nulla: «Ripeto la mia ferma convinzione che è molto difficile che la guerra porti un’adeguata soluzione ai problemi internazionali». Il 14 febbraio ai parroci di Roma confida: «Questa è la nostra preoccupazione maggiore, la paura del futuro: i popoli come conseguenza di questa guerra possono diventare ancora più nemici». Il 6 marzo, a guerra finita, in Vaticano riunisce un vertice sulle conseguenze del conflitto: «La guerra del Golfo ha portato morte, distruzione e ingenti danni economici e ambientali. Le incomprensioni potrebbero aumentare, se non ci sarà un pronto impegno di tutti ad affidarsi al dialogo e alla fiducia reciproca».

LE NAZIONI UNITE CONDIZIONATE DAGLI USA – Il 17 novembre «La Civiltà Cattolica», rivista dei Gesuiti letta in anteprima dalla Segreteria di Stato, denuncia i condizionamenti Usa sulle Nazioni Unite: «L’intervento occidentale, appoggiato da alcuni Paesi arabi, ha una motivazione giuridica ed etica, ma soprattutto economica e politica». La rivista denuncia che gli Usa vogliono «eliminare il regime iracheno» e considera «moralmente inaccettabile e politicamente disastroso simile modo di ragionare». Il 2 febbraio 1991 la «Civiltà Cattolica» scrive che l’Onu «si è lasciato trascinare nella logica della guerra». Il 16 gennaio il Papa in una preghiera chiede a Dio di suggerire «soluzioni nuove, gesti generosi e onorevoli, spazi di dialogo e di paziente attesa più fecondi delle attuali scadenze di guerre Mai più la guerra, avventura senza ritorno, mai più la guerra spirale di lutti e di violenze, mai questa guerra nel Golfo Persico». Scrive a Saddam e a Bush. Il 17 gennaio, dieci ore dopo l’avvio dei bombardamenti, scandisce: «L’inizio di questa guerra segna anche una grave sconfitta del diritto internazionale e della comunità internazionale». La definisce «cammino non degno dell’umanità» (27 gennaio), «minaccia per tutta l’umanità» (3 febbraio). Il Vaticano appoggia l’iniziativa di Michail Gorbaciov, per scongiurare almeno l’attacco di terra, che scatta il 24 febbraio. Quattro giorni dopo, con migliaia di morti tra i soldati e 40 mila prigionieri, cessano le ostilità. Lech Walesa incontra il Papa e riferisce ai giornalisti: «Mi ha detto che non riesce a dormire. Si chiede perché si continui a sparare gli uni contro gli altri».

GIOVANNI PAOLO II IN UNA SVOLTA EPOCALE – Il Papa polacco (1978-2005) affronta svolte epocali: dalla corsa agli euromissili e dalla «guerra fredda» al crollo del Muro e del comunismo; dalla transizione a un nuovo ordine mondiale alla globalizzazione; dal grido dei poveri per la giustizia alla lotta contro il terrorismo. Senza contare le centinaia di guerre «regionali» e tribali, i genocidi e il conflitto israelo-palestinese, ci sono sette guerre principali: Falkland-Malvinas, Argentina-Gran Bretagna (1982); Golfo 1, Occidente-Iraq (1990-91); Jugoslavia, Usa/Nato-Serbia di Milosevic (1991-95); Kossovo (1999); Afghanistan, Usa/Nato-Talebani/ Bin Laden (2001-02); Golfo 2, Bush/Blair-Saddam (primavera 2003).

QUESTE LE LINEE DI CONDOTTA – 1) Scongiurare con tutti i mezzi lo scoppio del conflitto. 2) Salvare vite umane e ridurre le vittime, i danni e l’impatto ambientale; soccorrere i feriti e aiutare la popolazione; indurre alla moderazione nell’uso di armi devastanti; fermare il conflitto. Si deve a Wojtyla e al segretario di Stato Angelo Sodano la «dottrina dell’ingerenza umanitaria». 3) Papa e Santa Sede, da Benedetto XV e dalla Grande Guerra (1914-18) sono imparziali ma non neutrali, prudenti e liberi nel giudizio. 4) La pace imposta con ingiuste condizioni, come nella Prima guerra mondiale, è sempre foriera di nuove guerre: «Nulla è perduto con la pace, tutto è perduto con la guerra. La guerra è un crimine contro Dio e contro l’uomo». 5) Wojtyla è un pacificatore, non un pacifista massimalista e rifiuta il ruolo di «cappellano dell’Occidente». 6) Il movimento per la pace si rafforza; il dialogo con gli islamici è tenuto aperto; non esplode il «conflitto islamico-cristiano».

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