Trump su Gaza: “diventi la riviera del Medio Oriente”

Il piano – «Gaza agli Stati Uniti. Mi impegno ad acquistarla e possederla: ne faremo la riviera del Medio Oriente». Donald Trump prosegue nella sua evidente megalomania. L’unico che gli dà ragione è il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu: «Trump è determinato e il suo piano è rivoluzionario»

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«Gaza agli Stati Uniti. Mi impegno ad acquistarla e possederla: ne faremo la riviera del Medio Oriente». Nel suo delirio di onnipotenza Donald Trump prosegue nella sua evidente megalomania. L’unico che gli dà ragione è il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu: «Trump è determinato e il suo piano è rivoluzionario». Reagisce Khalil al-Hayya, capo di Hamas, che governa la Striscia di Gaza dal 2007: «Quei piani sono condannati: li abbatteremo come abbiamo abbattuto i progetti che li hanno preceduti. Questo mette benzina sul fuoco» perché «Gaza non è in vendita». Erdogan da Ankara: «Nessuno può forzare 2 milioni di palestinesi ad andare via». Giordania ed Egitto dovrebbero accogliere 1 milione di profughi ciascuno, ma fanno fuoco e fiamme e per il 27 febbraio l’Egitto convoca un vertice d’emergenza.

Papa Francesco e la Santa Sede ribadiscono che l’unica politica percorribile in Medio Oriente è «Due popoli e due Stati»: è una proposta vecchia di ottant’anni ma sempre validissima, l’unica in grado di assicurare «una pace giusta e duratura»

«Questa visita e le conversazioni con il presidente – asserisce Netanyahu a Washington – portano ulteriori risultati straordinari che possono garantire la sicurezza di Israele per le generazioni future. Sono opportunità che non avremmo mai immaginato. Abbiamo ottenuto molti successi, ma molte sfide ci aspettano».

Di «speranze folli di Trump con la complicità di Bibi Netanyahu e l’unico leader che ha capito la gravità della situazione è Papa Francesco» scrive il sito del «Corriere della Sera»: «In questo mondo impazzito, vediamo e ascoltiamo follie di ogni genere: le dichiarazioni orrende del presidente Usa sul futuro dei palestinesi della Striscia; la costante denuncia di Papa Francesco, l’unico che ha capito il pericolo che il mondo corre».

Parole durissime anche dal rev. Jerry Pillay segretario generale del Consiglio mondiale delle Chiese (al quale non partecipa la Chiesa cattolica): il piano «equivale a proporre una pulizia etnica su vasta scala e una neo-colonizzazione della patria di 2 milioni di palestinesi». La proposta «viola ogni principio del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani; viola decenni di sforzi della comunità internazionale, compresi gli Stati Uniti, per una pace giusta e sostenibile per i popoli della regione e costituirebbe una serie di crimini internazionali più gravi. La posizione degli Stati Uniti nella comunità internazionale è gravemente sminuita».
Dopo mesi di violenza sfrenata, morte, distruzione e sfollamento – aggiunge Pillay – «inflitti alla popolazione dalle forze armate israeliane, sostenute dagli Stati Uniti, la proposta di pulizia etnica svela l’irragionevole obiettivo finale di questo conflitto. La proposta è in palese disprezzo per i diritti fondamentali del popolo di Gaza che ha lottato e sofferto per tanti decenni».
Conclude il segretario generale: il Consiglio ecumenico delle Chiese invita Trump a riconsiderare questa «vergognosa proposta e a rispettare il diritto internazionale e la pari dignità umana e i diritti del popolo di Gaza. E invita le persone di fede e di buona volontà a opporsi a questa grave violazione della dignità umana e del diritto internazionale. La pace non può essere costruita sull’espropriazione e la sofferenza di un intero popolo».

Il 13 maggio 2015, per volontà di Papa Francesco, la Santa Sede annunciò di aver compiuto tutti i passi per riconoscere lo Stato di Palestina, riconosciuto (al 2024) da 142 dei 193 Stati membri delle Nazioni Unite, ma non dagli Stati Uniti e dall’Italia. Il 16 maggio 2015 il presidente Abu Mazen visita al Papa che lo riceve ufficialmente come «capo di Stato» e canonizza i primi due santi palestinesi dei tempi moderni.

Tra i punti chiave dell’intesa vaticano-palestinese: l’obiettivo dei «due Stati per due popoli»; il carattere sacro di Gerusalemme per ebrei, cristiani e musulmani e il suo «universale valore religioso e culturale – scrisse «L’Osservatore Romano» – come tesoro per tutta l’umanità»; gli interessi della Santa Sede in Terra Santa».

Dopo l’istituzione nel 1948 dello Stato d’Israele e l’esodo forzato della popolazione arabo-palestinese la Santa Sede ha espresso ripetutamente profonda preoccupazione per i Luoghi Santi e per il destino dei cristiani palestinesi. Già l’11 febbraio 1948, tre mesi prima della creazione dello Stato d’Israele, la Santa Sede aveva aperto la sua delegazione apostolica a Gerusalemme e in Palestina, Trangiordania e Cipro, segno della lungimiranza con cui la diplomazia vaticana guardava avanti.

Quando Paolo VI visitò la Terra Santa nel gennaio 1964, ricordò che il Concilio Vaticano II inaugurava una nuova era di dialogo con gli ebrei, con la dichiarazione «Nostra aetate»: «La Chiesa, che condanna tutte le persecuzioni contro qualsiasi uomo, memore del patrimonio comune con gli ebrei e, mossa non da motivi politici ma da religiosa carità evangelica, deplora gli odi, le persecuzioni, le manifestazioni di antisemitismo».

Pier Giuseppe Accornero

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