Ultima chiamata per la Sanità

Servizio pubblico a rischio – Anche il Piemonte paga vent’anni di tagli ai bilanci, mancano medici e infermieri, aumentano gli affari della Sanità privata

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Alla fine si sono mossi anche loro, 14 tra premi Nobel e scienziati. Il loro appello sembra quasi l’ultimo appello per una Sanità per tutti, non per censo ma per diritto.

Sono vent’anni che i tagli «lineari», come li chiamavano, si moltiplicano ad ogni stormir di foglie: forbici sui posti a medicina e sulle scuole per infermieri, «spending review» sui medici di famiglia, gli ambulatori, le medicine, batoste secche sull’assistenza attraverso anche un sistema burocratico degno delle menti più raffinate nel tenere i cordoni della borsa. E i risultati si vedono.

Le forbici le hanno usate tutti, indistintamente sia a sinistra che a destra, sia a Roma che nelle Regioni.

Ora, secondo chi ha firmato l’appello, siamo arrivati al punto più basso. Il farmacologo Silvio Garattini è «stupito dall’inerzia del Governo», l’immunologo Mantovani aggiunge: «Voglio vivere in un paese in cui chi si ammala debba preoccuparsi solo di guarire».

Da Parisi a Locatelli implorano «un piano straordinario di investimenti». Nel 2025 nel bilancio, per la salute, c’è il 6,8% del Pil. In Francia e Germania oltre il 10%, nel Regno Unito il 9%, in Spagna il 7,30%. Solo in Grecia si spende di meno.

In effetti, buona parte dei nostri ospedali va a pezzi; quelli costruiti alla fine della seconda guerra mondiale sono quasi il 30%. Il 90% di Tac e mammografi ha più di dieci anni.

È vero che, in Piemonte, si sta pensando a ospedali nuovi, quasi in ogni provincia, ma per ora si è nella fase dei progetti: la Città della Salute di Torino, che sorgerà più o meno attorno al grattacielo della Regione, è ancora molto al di là da venire ed ha tempi biblici.

Tempi come quelli delle liste d’attesa sulle quali, solo ora, si sta risvegliando l’interesse di giornali e tv. Noi suoniamo l’allarme da anni. Anche qui si sta ricostruendo, ma dopo vent’anni di colpi d’accetta. Sì, come scrive il Censis, la metà degli italiani è soddisfatta del Servizio Sanitario nazionale ed è giusto perché ogni giorno si vedono le eccellenze al pari dei più grandi paesi d’Europa, ma è anche vero che oltre un numero sempre più alto di persone rinuncia a curarsi perché non ha i soldi e l’altro gruppone, quello che si rivolge ai privati o alle visite a pagamento, lievita sempre più.

D’altra parte a costruire ci vuole tempo. La medicina territoriale fa acqua; i medici scarseggiano e sembra che ci si avvicini sempre di più alla Sanità di quei Paesi del mondo dove già al «pronto soccorso» ti curano dopo aver visto la tua carta di credito.

Evitarlo è possibile e gli sforzi che si stanno facendo sono giganteschi ma, purtroppo, non daranno risultati a breve. La Sanità è stata minata da vent’anni di scelte sbagliate.

E infatti c’è, ormai, una carenza di personale spaventosa. Diventano medici, ora, giovani che hanno cominciato quando i posti erano troppo pochi. Le cose miglioreranno, certo, ma domani. Si calcola che siano fuggiti all’estero circa 5 mila ospedalieri e mancano, anche, oltre 65 mila infermieri. In alcune regioni, come la Lombardia, si stanno organizzando arrivi dall’estero; dovunque le «toppe» si chiudono con i «gettonisti», cioè professionisti pagati ad ore; si stanno facendo, qua e là, prove ed esperimenti come «pronto soccorso» gestiti da privati ma pubblici ed altre esperienze. Ma il «panorama complessivo» non è normale. Ancora non può esserlo. Bellissima la vignetta del vignettista Ellekappa su Repubblica: «La Sanità pubblica sta morendo… Ok, allora, cancelliamola dalle liste d’attesa!».

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