Un libro su Livatino con la prefazione del Papa

Volume – «’Picciotti, che cosa vi ho fatto?’ chiese il giudice Rosario Livatino prima che fosse deturpato dai proiettili. Erano le parole di un profeta morente, che dava voce alla lamentazione di un giusto che sapeva di non meritare quella morte ingiusta». Lo scrive Papa Francesco nella prefazione del libro «Rosario Angelo Livatino. Dal “martirio a secco” al martirio di sangue» di mons. Bertolone, Arcivescovo di Catanzaro

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«Picciotti, che cosa vi ho fatto?» chiese, con il suo viso da ragazzo, il giudice Rosario Livatino «prima che fosse deturpato dai proiettili. Erano le parole di un profeta morente, che dava voce alla lamentazione di un giusto che sapeva di non meritare quella morte ingiusta». Lo scrive Papa Francesco nella prefazione del libro «Rosario Angelo Livatino. Dal “martirio a secco” al martirio di sangue» (Morcelliana) di mons. Vincenzo Bertolone, arcivescovo di Catanzaro, agrigentino, postulatore delle cause di due martiri della mafia: don Giuseppe Puglisi ucciso a Palermo e Livatino che sarà beatificato il 9 maggio ad Agrigento.

«LE MAFIE NEGANO IL VANGELO» – Il ragionamento di Francesco, che il 20 dicembre 2020 ha riconosciuto il martirio in odio alla fede, demolisce il concetto che la mafia abbia radici cristiane: quello di Livatino «è un grido di dolore e di verità, che con la sua forza annienta gli eserciti mafiosi, svelando delle mafie l’intrinseca negazione del Vangelo, a dispetto della secolare ostentazione di santini, di statue costrette a inchini irriguardosi, di religiosità sbandierata». Il Papa sottolinea che «soffriva molto nelle pronunce penali nei confronti degli imputati, perché constatava come la libertà, male interpretata, avesse infranto la regola della giustizia. E nello stesso momento in cui doveva giudicare secondo legge, si poneva da cristiano il problema del perdono. Compiendo quotidianamente un atto di affidamento totale e generoso a Dio, egli è un luminoso punto di riferimento per gli uomini e le donne di oggi e di domani, soprattutto per i giovani che vengono irretiti dalle sirene mafiose per una vita di violenza, di corruzione, di sopraffazione e di morte. La sua testimonianza martiriale di fede e giustizia sia seme di concordia e di pace sociale, sia emblema della necessità di sentirci ed essere fratelli tutti, e non rivali o nemici».

«CONCORDIA SENZA ASSASSINATI» – Il 9 maggio sarà il 28° anniversario della visita di Giovanni Paolo II ad Agrigento. Dopo l’Eucaristia nella Valle dei templi, scandì: «Che sia concordia in questa vostra terra! Concordia senza morti, senza assassinati, senza paure, senza minacce, senza vittime! Che sia concordia! Questa concordia, questa pace a cui aspira ogni popolo, ogni persona e ogni famiglia! Dopo tanti tempi di sofferenze avete finalmente diritto a vivere nella pace. E questi che sono colpevoli di disturbare questa pace, questi che portano sulle loro coscienze tante vittime, devono capire che non si permette uccidere innocenti! Dio ha detto una volta: Non uccidere: non può uomo, qualsiasi, qualsiasi umana agglomerazione, mafia, non può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio». Conclude Bergoglio: «Rendiamo grazie per l’esempio che ci lascia, per aver combattuto ogni giorno la buona battaglia della fede con umiltà, mitezza e misericordia. Sempre e soltanto nel nome di Cristo, senza mai abbandonare la fede e la giustizia, neppure nell’imminenza della morte. È questo il seme piantato, è questo il frutto che verrà».

PRIMO AL CONCORSO IN MAGISTRATURA – Rosario Angelo Livatino nasce a Canicattì (Agrigento) il 3 ottobre 1952 da Vincenzo, impiegato dell’esattoria comunale, e Rosalia Corbo. Maturità classica, Giurisprudenza a Palermo, laurea con lode nel 1975. Impiegato all’Ufficio del Registro di Agrigento, si classifica tra i primi al concorso in magistratura ed è assegnato al Tribunale di Caltanissetta. Nel 1979 sostituto procuratore ad Agrigento fino al 1989, quando diventa giudice a latere. Una vita dedicata al diritto e allo studio del fenomeno mafioso con grande capacità di trovare nessi e trame e il coraggio di firmare sentenze importanti che lo portano nel mirino della mafia. Uomo di impegno e di fede, sempre attento alla persona e alla dimensione della redenzione oltre che a quella del reato, capace di condannare ma anche di capire dando – come scrisse – «alla legge un’anima».

ASSIDUO ALL’EUCARISTIA – Impegnato nell’Azione Cattolica, lavoratore instancabile, assiduo all’Eucaristia, devoto della Vergine, attento perché nelle aule ci sia sempre il crocifisso, ogni mattina va prima a pregare in chiesa. Nella sua agenda il 18 luglio 1978 annota: «Oggi ho prestato giuramento: sono in magistratura. Che Iddio mi accompagni e mi aiuti a rispettare il giuramento e a comportarmi nel modo che l’educazione, che i miei genitori mi hanno impartito, esige». In una conferenza a Canicattì nell’aprile 1986 spiega che «fede e diritto sono due realtà interdipendenti, sono continuamente in reciproco contatto, sottoposte a un confronto a volte armonioso, a volte lacerante, ma sempre vitale e indispensabile». Osserva: Gesù afferma che «la giustizia è necessaria, ma non sufficiente, e può e deve essere superata dalla legge della carità che è la legge dell’amore verso Dio e verso il prossimo in quanto immagine di Dio, quindi in modo non riducibile alla mera solidarietà umana. La legge, pur nella sua oggettiva identità e nella sua autonoma finalizzazione, è fatta per l’uomo e non l’uomo per la legge, per cui interpretazione e applicazione della legge vanno operate non in termini formali».

IL SUO MOTTO «SUB TUTELA DEI» – «Non importa essere credenti, importa essere credibili. Cristo non ha mai detto che bisogna essere “giusti”, anche se in molteplici occasioni ha esaltato la virtù della giustizia. Ha elevato il comandamento della carità a norma obbligatoria perché è questo salto di qualità che connota il cristiano. Compito del magistrato è decidere. Decidere è scegliere, a volte tra numerose cose o strade o soluzioni. E scegliere è una delle cose più difficili per l’uomo. È proprio in questo scegliere per decidere, decidere per ordinare, che il magistrato credente può trovare un rapporto con Dio, un rapporto diretto perché rendere giustizia è realizzazione di sé, è preghiera, è dedizione di sé a Dio». Si occupa di criminalità e corruzione: assieme ai colleghi, interroga per la prima volta un ministro. È uno dei primi a usare la confisca dei beni per stroncare il malaffare. La mattina del 21 settembre 1990 su un viadotto della statale Agrigento-Caltanissetta è ucciso da un commando della Stidda, contrapposta a Cosa Nostra. Non vuole la scorta e gira con la sua vecchia auto. Speronato e ferito a una spalla, fugge a piedi nei campi, è raggiunto e freddato a colpi di pistola e di lupara. Sulla base delle dichiarazioni del testimone oculare Pietro Nava, gli esecutori sono individuati. «Uomo semplice, giudice rigoroso e schivo, volto pulito, sguardo limpido» lo ricordano i colleghi. «Martire della giustizia e della fede» per la Chiesa.

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