Un voto per Bruxelles, Piemonte e Roma

Analisi – Una campagna elettorale ‘povera e incattivita’, rivolta più a Roma che a Bruxelles, ha prodotto un clamoroso autogol per il Governo e per l’immagine dell’Italia nel mondo: l’incredibile richiesta di dimissioni del Presidente della Repubblica nel giorno della Festa nazionale, avanzata da un partito di maggioranza, la Lega…

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Una campagna elettorale ‘povera e incattivita’, rivolta più a Roma che a Bruxelles, ha prodotto un clamoroso autogol per il Governo e per l’immagine dell’Italia nel mondo: l’incredibile richiesta di dimissioni del Presidente della Repubblica nel giorno della Festa nazionale, avanzata da un partito di maggioranza, la Lega. La ‘colpa’ del Quirinale: aver rilanciato la scelta europeista, prevista dall’art. 2 della Costituzione, nella linea dei Padri fondatori, da De Gasperi a Spinelli.

L’attacco del senatore Borghi, leghista da sempre euroscettico, ha colpito anche la premier Giorgia Meloni perché ha messo in dubbio la politica estera del Paese. Probabilmente questo era il vero obiettivo di Salvini che inizialmente ha condiviso la linea Borghi, salvo un veloce dietro-front di fronte all’ultimatum di Palazzo Chigi. In una campagna elettorale ‘tutti contro tutti’ la Lega puntava a costringere la Meloni a scegliere tra l’europeismo e il sovranismo. La mossa, incauta, ha diviso anche il Carroccio, con i governatori Zaia e Fedriga, che hanno espresso piena solidarietà a Sergio Mattarella.

Molto ferma anche la reazione dell’altro vicepremier, Tajani (Ppe), da sempre critico con l’euroscetticismo della Lega e con l’apertura ad esponenti dell’ultradestra come il generale Vannacci (che ha riscoperto la X Mas). Lo scontro Tajani-Salvini pone problemi d’indirizzo per la coalizione, ben oltre la scadenza del 9 giugno. E le differenze politiche sono così profonde che non basterà un rimpasto a superarle.

L’opposizione di centro e di sinistra ha fatto blocco in difesa delle prerogative istituzionali del Colle, da Calenda a Renzi, da Conte a Schlein, da Bonelli a Fratoianni, confermando l’isolamento della Lega. Ma sulle prospettive politiche del Paese restano le divisioni.

A sinistra è concorrenza aperta tra Pd e M5S per il ‘primato’ nel voto del 9 giugno. Gli ultimi sondaggi consentiti dalla par condicio hanno messo in fibrillazione Conte, che sarebbe staccato di diversi punti. Questa ipotesi, se confermata nelle urne, riaprirebbe lo scontro nei Grillini tra chi rilancia il «campo largo» e chi invece propone un ritorno alle origini, senza alleanze precostituite, con una priorità al tema della pace. Incerta permane la collocazione nel Parlamento di Strasburgo, per l’opposizione dei Verdi italiani alla confluenza, nonostante il comune sostegno all’Esecutivo von der Leyen.

Il Pd punta a superare il 20 per cento (tra il 19 per cento alle politiche con Letta e il 22 per cento alle precedenti Europee con Zingaretti); ma la nota ‘illuminante’ sulla connotazione dei Dem sarà la collocazione degli eletti. Si confrontano tre aree: laico-radicale (Schlein), socialista (da Bersani a Provenzano), catto-dem (Guerini, Delrio); ci sono poi alcuni indipendenti, come l’ex direttore di «Avvenire» Marco Tarquinio.

A sinistra l’alleanza Verdi-Fratoianni intende abbattere l’ostacolo del 4 per cento per un seggio a Strasburgo con il contributo di Ilaria Salis, l’attivista italiana ai domiciliari nel feudo di Orban.

Ansia per il risultato anche nelle due formazioni centriste: Stati Uniti d’Europa dell’alleanza Bonino-Renzi, ovvero Radicali ed ex Popolari; Azione del liberale Calenda e dell’ex ministra della Famiglia Bonetti, di estrazione popolare. È un bacino elettorale del 10 per cento: la sua permanenza rappresenterebbe un ostacolo per il bipolarismo, nonostante la ‘ruggine’ tra Renzi e Calenda.

Oltre ai voti di lista sarà rilevante la partecipazione popolare alle urne, peraltro non favorita da una campagna elettorale molto incentrata sulle persone, a discapito dei programmi e delle alleanze.

In Piemonte si voterà anche per la Regione e per il rinnovo di 800 amministrazioni comunali, tra cui i capoluoghi Bielli, Vercelli, Verbania. Nella terra di Cavour, Giolitti e dei Santi sociali il bipolarismo è già finito perché il governatore uscente (Cirio, Forza Italia) è sfidato da due competitori-concorrenti: Pentenero (Pd), Disabato (M5S), ‘orfani’ della crisi nazionale del «campo largo». Negli enti locali prevale la dimensione territoriale, con accordi politici a macchia di leopardo.

Le urne determineranno gli scenari a Bruxelles, in Regione, in molti Municipi, ma la principale indicazione riguarderà gli equilibri politici a Roma, perché i tre Poli (Destra, Sinistra, Centro) sono fragili; altrettanto debole appare la proposta di riformare la Costituzione con il premierato elettivo e le autonomie regionali differenziate. Il fallito attacco al Quirinale conferma la tenuta rigorosa dell’attuale assetto istituzionale.

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