Vittorio Amedeo e Torino, 320 anni dopo l’assedio

Storia – Il capoluogo piemontese parla ancora dell’assedio del 1706: un itinerario nella toponomastica cittadina tra eroismi, voti solenni e le radici del Risorgimento

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Se il 7 settembre 2026 un/una turista per caso arrivasse alla stazione di Porta Susa forse  non si renderebbe conto della ricorrenza. I manifesti che ricordano i 320 anni dall’assedio di Torino non riportano la data della sua fine (7 settembre 1706).

Probabilmente percorrendo alcune vie poco distanti, corso Principe Eugenio, via Beato Sebastiano Valfrè o via Vittorio Amedeo II (senza il suo titolo nobiliare di re) rimarrebbe indifferente. Forse un barlume di curiosità potrebbe accendersi davanti ad un grande ed antico palazzo di mattoni rossi, una sorta di castello, davanti al quale si erge un monumento omonimo di una elegante via poco più oltre. Pietro Micca lo potrebbe collegare ad un qualche evento bellico, ricordando che perse la vita in uno scontro. Forse ricorderebbe l’esistenza di un museo che porta il suo nome (e quello dell’assedio), inaugurato lì nei pressi, 65 anni or sono, nel 1961, in occasione del centenario dell’unità nazionale. Chissà?

Se il/la turista poi si spostasse verso la periferia, potrebbe raggiungere Borgo Vittoria (l’antica borgata Levi, ma questa sarebbe un’altra storia) e potrebbe chiedersi a quale vittoria fossero dedicate la via e la piazza. Magari se riuscisse a scorgere un bassorilievo dedicato a Pietro Micca o, accanto alla grande Chiesa della Salute, la statua del Principe Eugenio o quella di Vittorio Amedeo potrebbe iniziare a fare qualche collegamento.

Potrebbe anche avere interesse per i nomi di alcune vie circostanti, quali via degli Approcci, via dei Fornelli, via delle Trincee, via del Ridotto: con una conoscenza militare dei tempi che furono già di un certo livello, arriverebbe a pensare ad una qualche battaglia lì combattuta (e vinta, donde il nome di Borgo Vittoria).

Difficilmente però potrebbe sapere cosa avessero fatto di buono alcuni personaggi per meritarsi l’intitolazione di una via, come Michele Antonio Vibò (arcivescovo di Torino al tempo dell’assedio); il Principe d’Anhalt (generale prussiano che combatteva con gli austro-piemontesi); Pietro d’Allery (governatore della Cittadella militare, davanti al resto della quale – il cosiddetto Mastio- è collocato il monumento a Pietro Micca di cui sopra); Virico Daun, nome italianizzato del generale austriaco comandante della piazza militare di Torino, uno dei protagonisti del poema L’arpa dëscordà, dedicato all’assedio; una certa Fontanella, la beata Maria degli Angeli Fontanella, una delle più attive figure religiose dell’epoca;  o il Conte di Roccavione, militare piemontese passato alla storia senza il nome di battesimo (o forse, semplicemente, un reggimento di soldati così denominato?). Sono riferimenti alla battaglia che si svolse principalmente in quella zona, che pose fine all’assedio cittadino, e ricordi di alcuni dei suoi protagonisti. Anche gli utilizzatori della recuperata (con qualche polemica architettonica) Cascina Fossata potrebbero non collegarla allo scontro.

Probabilmente il processo dell’unità nazionale italiana iniziò virtualmente proprio il 7 settembre 1706, con la vittoria delle truppe austro piemontesi su quelle francesi di Luigi XIV, nell’assedio di Torino. Fu un momento decisivo della guerra di successione al trono di Spagna, un sanguinoso conflitto che si protrasse dal 1701 al 1713, coinvolgendo quasi tutta l’Europa. Le ostilità si conclusero con la pace firmata nella città olandese di Utrecht (1713), che ridisegnò molti confini continentali. Fu il trattato che, tra l’altro, trasformò il Ducato di Savoia in Regno di Sicilia, prima, e di Sardegna, poi, consentendogli di ampliarsi in Italia e di iniziare ad essere lo stato indipendente più importante della penisola.

Uno degli episodi chiave della guerra fu, appunto, l’assedio di Torino, durato quasi quattro mesi, che provocò ingenti danni alla città e sottopose la sua popolazione a pesanti sacrifici. Artefici della vittoria furono due cugini della famiglia Savoia, il duca Vittorio Amedeo II, che poi divenne il primo re di quella casata, e suo cugino, il principe Eugenio, importante generale e statista a servizio dell’impero austriaco e munifico mecenate di arti. L’assedio ebbe come protagonista il primo eroe popolano della storia piemontese, il soldato Pietro Micca che, nei concitati combattimenti che si stavano svolgendo intorno alla Cittadella (l’insieme di fortificazioni che proteggevano la città), la notte tra il 28 e il 29 agosto non esitò ad accorciare una miccia per far esplodere più velocemente una galleria, scavata a difesa della fortezza, che stava per essere invasa dai francesi. In quel modo sacrificò la sua vita, ma salvò gli assediati. Di quei giorni si narrano anche le gesta di un’altra eroe popolare, la cuoca Maria Bricca, che avrebbe aiutato i savoiardi a conquistare il castello di Pianezza, occupato dai francesi, ma la storicità delle sue azioni oscilla tra la realtà e la leggenda (comunque anche a lei è stata dedicata una via, nella precollina oltre il Po). Tornando alle vie intorno a Porta Susa, il beato Sebastiano Valfrè fu uno dei precursori dei santi/e sociali piemontesi dell’800 e fu anche la più importante figura religiosa torinese di quegli anni di guerre.

All’assedio di Torino sono anche legati due altri importanti avvenimenti cittadini. Uno, il voto di Vittorio Amedeo di costruire una chiesa dedicata alla Vergine, in caso di vittoria, e così venne realizzata la basilica juvarriana di Superga. L’altro, la decisione di proclamare Maria Consolata patrona della città oltreché della diocesi (dal 1714), per ringraziarla della sua protezione. Le cronache raccontano che la chiesa a lei dedicata, che fu il principale luogo torinese di preghiera nei mesi dell’assedio, fu sostanzialmente risparmiata dai bombardamenti. Si narra che i fedeli che parteciparono alle molte funzioni religiose rimasero tutti incolumi, nonostante la basilica fosse nelle vicinanze delle fortificazioni bersagliate dai cannoni francesi.

Figura complessa quella di Vittorio Amedeo, che morì nel 1732, due anni dopo l’abdicazione da un lunghissimo regno (1675-1730) che modernizzò a caro prezzo lo stato. Probabilmente era impazzito, prigioniero nel Castello di Rivoli e allontanato dalla sua seconda moglie. Era un personaggio molto più tragico del Re Lear di Shakespeare e avrebbe meritato anche lui una tragedia. Almeno due autori piemontesi avrebbero potuto scriverla, dato che ne scrissero tante altre, ma Vittorio Alfieri ne aveva già dedicata una a Saul e probabilmente ne aveva abbastanza dei re, soprattutto di quelli di casa Savoia; mentre Silvio Pellico non avrebbe mai affrontato un tema così scabroso, essendo stato ben accolto a Torino dopo la prigionia nel carcere austriaco dello Spielberg (le alleanze erano cambiate!).

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