Viviamo nell’età ansiolitica. Diamoci una calmata

Liceo Valsalice – Una riflessione dell’allieva Carola Pavesio sulla schizofrenia della nostra epoca e sulla necessità di non farsi travolgere dall’ansia e dallo stress di una società sempre più frenetica che ci sta snaturando

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In una società schizofrenica la paura si cela dietro l’angolo in ogni momento. Ma non è più la paura ancestrale che da sempre attanaglia l’uomo e che è indispensabile alla nostra sopravvivenza. Nell’Occidente contemporaneo dilaga un terrore ansioso tipico dell’individuo costantemente indaffarato, una categoria umana sempre più diffusa in Europa così come Oltreoceano. L’antica paura di incappare in pericoli reali si è evoluta in un’ansia logorante, nella maggior parte dei casi assolutamente infondata e del tutto inutile. Nella nostra società la parola ‘fobia’ ha un significato distante da quella del passato: sono state catalogate moltissime nuove paure, arricchendo la nostra lingua di numerosi neologismi. 

Di certo una società precaria come quella odierna, caratterizzata da instabilità ed incertezze in ogni campo (dal lavoro alla spiritualità) insieme alla perdita di un quadro valoriale oggettivo non aiuta il fragilissimo uomo del nostro secolo. Per questo motivo si può notare un massiccio utilizzo di farmaci, parafarmaci, rimedi omeopatici, cure tra le più bizzarre al solo fine di ridurre lo ‘stress’, quella situazione di tensione e malessere indefinita e perciò imputabile come causa di ogni qual tipo di disturbo dell’essere umano. E’ l’ansia la vera paura del 21°. Sicuramente è normale che vi siano incertezze e preoccupazioni riguardo al futuro ma non devono paralizzarci; solo una visione oggettiva dei fatti è in grado di curare una eccessiva irrequietezza.

Un farmaco tranquillante può infatti sopire le ansie ma non eliminarle poiché sono parte di noi. Come Seneca nel ‘De tranquillitate animi’ reputava inutili i provvedimenti esterni e provvisori e cercava cure più profonde, allo stesso modo è necessario trovare un equilibrio che parta dall’interno dell’individuo. Ciò viene reso ancora più difficile da una ‘società individualizzata’: si sta perdendo (anche a causa del numero sempre maggiore di persone che sceglie la vita cittadina, estremamente solitaria nonostante la moltitudine degli abitanti dei centri urbani) quel senso di collettività che era tipico delle aggregazioni umane.

Un fenomeno simile a quello causato dalla caduta della pòlis: l’ellenismo greco è infatti l’espressione di quel senso di paura ed incertezza. La commedia nuova di Menandro, nato due anni dopo la battaglia di Cheronea, (data simbolo della fine della pòlis greca) tratta della filantropia e dell’amicizia, sempre più importanti in una società drammaticamente simile a quella odierna. Come afferma Zygmunt Bauman nel suo saggio ‘Paura liquida’, ‘…la società individualizzata è contraddistinta da una dispersione dei legami sociali, che sono il fondamento dell’azione solidale’, vi è un rapporto strettissimo tra la configurazione della società e quello tra i cittadini. E’ dunque importante (lo affermano due grandi antichi a distanza di secoli) coltivare valori quali l’amicizia, prendendo spunto dall’esperienza di Menandro e dalla pragmaticità senza tempo di Seneca. Proprio quest’ultimo nella lettera 47 a Lucilio parlava di una schiavitù comune a tutti gli uomini: tutti siamo schiavi della paura. Spetta ad ognuno liberarsene, per quanto possibile, con l’aiuto della saggezza.

 Carola PAVESIO

 

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