Yanomani, continua la strage

Foresta Amazzonica – Per il popolo Yanomani non c’è alcun miglioramento tra il 2023 e quest’anno, anzi la situazione è peggiorata. Lo denunciano i Missionari della Consolata e il Consiglio Missionario indigeno tramite il Comitato Roraima onlus di Torino, guidato da Carlo Miglietta

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Per il popolo Yanomani non c’è alcun miglioramento tra il 2023 e quest’anno, anzi la situazione è peggiorata. Lo denunciano i Missionari della Consolata e il Consiglio Missionario indigeno, denuncia diffusa dal Comitato Roraima Olnus di Torino, guidato dal dott. Carlo Miglietta. Gli Yanomami occupano una vasta area di foresta tropicale tra Brasile (almeno 8.400 persone in 203 villaggi) e Venezuela. Ci vivono dai tempi remoti: già nel 1787 la Commissione portoghese dei Confini registra la loro presenza. Praticano un nomadismo intermittente. Le loro attività economiche richiedono aree vaste: caccia, pesca e agricoltura a rotazione esigono migrazioni e aree considerevolmente estese per permettere il rinnovamento delle terre, della fauna e della flora. La «Strada perimetrale Nord, BR-210, taglia per la lunghezza di 225 chilometri il sud del Territorio Yanomani nello Stato di Roraima. Nei tre anni successivi alla costruzione della grande arteria, che ha sventrato il territorio, le malattie infettive aumentarono dell’800 per cento; così tubercolosi e malattie veneree.

Dal 1968 si propone il Parco indigeno che garantisce il possesso delle terre effettivamente occupate, un territorio ampio e continuo, una figura giuridica adeguata perché è una difesa ambientale e dà una fisionomia definita ad aree di frontiera internazionale. Dopo una lunga campagna internazionale – in primo piano i Missionari della Consolata: i padri Giovanni Calleri e Bindo Meldolesi vi giunsero nel 1965 – finalmente nel 1992 la terra fu marcata come «Parco indigeno Yanomami». Copre oltre 9 milioni di ettari nel nord dove i fiumi sono canali di comunicazione che uniscono le comunità indigene. A monte del fiume i Missionari fondarono la «Missione Catrimani»: oltre all’opera di evangelizzazione, contribuisce alla difesa della vita, della cultura, del territorio, della foresta. Oggi vi sono impegnati 3 missionari e 4 missionarie della Consolata.

Si accusava il precedente governo del destrorso Jair Messias Bolsonaro di incoraggiare l’invasione dei minatori illegali. I piani dell’attuale presidente progressista Luiz Inácio Lula da Silva sono sabotati da Esercito, Aeronautica, Servizi segreti e Forze di sicurezza: lo dicono soprattutto il Ministero per i Popoli indigeni e la Fondazione per i Popoli indigeni che non dispongono di elicotteri, aerei, barche, armi, né di un numero sufficiente di dipendenti e di risorse per svolgere il loro compito e non hanno potere su Forze armate, Polizia federale e Forza nazionale, incaricati di fornire il supporto necessario, compresa la sicurezza, alle squadre del ministero della Salute e dell’Istituto brasiliano per l’ambiente e le risorse. Continua l’estrazione mineraria illegale; la crisi umanitaria peggiora; l’ecosistema ne fa le spese; gli indios continuano a morire.

I politici brasiliani sono contro gli indigeni: «Le invasioni e gli abusi vanno avanti da diversi anni; a Roraima la maggior parte del territorio è stata invasa» sottolinea fratel Carlo Zacquini, missionario della Consolata a Boa Vista, che da più di 50 anni vive con gli Yanomani: «I minatori illegali distruggono le risorse; contaminano l’acqua con mercurio che finisce nel corpo degli indigeni; sono in aumento malaria e tubercolosi». L’accusa di Zacquini è circostanziata: «In Roraima non c’è un politico, deputato o senatore, a favore degli indigeni». A inizio 2023 «un buon numero di cercatori se ne è andato: alcuni sono stati aiutati ad andarsene, altri se ne sono andati da soli e altri, pur arrabbiati, se ne sono andati». Poi sono arrivati gli uomini d’affari con aerei, elicotteri e macchinari: «La situazione sanitaria è precaria; le difficoltà sono molte: manca personale qualificato perché pochi operatori si adattano alle precarie condizioni di vita sotto un telone». Hanno continuato, i minatori a sfruttare e devastare la terra e l’ambiente, gli Yanomami a morire. L’Esercito brilla per la sua latitanza: «I militari avrebbero dovuto portare cibo alle regioni colpite; hanno fatto azioni spettacolari, come lanciare scatole di sardine sulle piste. Una barzelletta. Gran parte dei minatori sono legati al traffico di droga, sono banditi armati e controllano il personale sanitario. Ci sono state violenze e stupri su donne e ragazze e hanno cercato di sedurre gli indios con i telefoni cellulari».

Per il Consiglio Missionario indigeno il Governo federale deve, al di là dei discorsi e dei piani, «investire risorse, assumere e formare persone, organizzare infrastrutture, predisporre attrezzature e medicinali che permettano di operare stabilmente, combattere gli invasori allontanandoli dai territori indigeni e perseguire i finanziatori del massacro». La presenza di sostanze illecite – sigarette, polvere e pietre, cocaina e crack – rafforza la natura pericolosa e violenta dei minatori. In un anno sono stati distrutti più di 35 aerei ed elicotteri utilizzati dai criminali ma una pista di atterraggio in Venezuela, a 5 chilometri dal confine, è fuori dalla portata delle forze brasiliane. Nonostante gli sforzi, la situazione degli Yanomami non è migliorata. Per il ministro per i Popoli indigeni, Sônia Guajajara, «è una sfida enorme per le dimensioni, per i trasporti e gli spostamenti».

Nel 2023 l’incidenza della malaria è aumentata del 61 per cento; l’influenza è passata da 3.203 casi nel 2022 a 20.524 nel 2023 con un incremento del 640 per cento. La Corte inter-americana per i Diritti umani mostra quanto la situazione è deteriorata: i servizi sanitari funzionano a malapena; 9 avamposti sanitari sono chiusi da mesi; c’è poca disponibilità di acqua potabile. Oggi le attività minerarie sono più distruttive degli anni Ottanta-Novanta perché i cercatori d’oro sono bande criminali. «I popoli indigeni sono i migliori custodi della natura: senza di loro, non ci sarà futuro per l’umanità»: ne è convinto dom Evaristo Spengler, vescovo di Roraima: «L’acqua nei fiumi è diminuita molto a causa della grande siccità; molte  comunità sono isolate senza cibo e senza acqua; i pesci muoiono per l’aumento della temperatura dell’acqua». Il vescovo si dice colpito da una frase sentita: «La bomba è già esplosa e non abbiamo ancora sentito il rumore». Un esempio è l’elevata concentrazione di mercurio nelle persone: ci vorranno anni. Al Sinodo per l’Amazzonia (2019) Papa Francesco ha affermato: «Questo non è solo un problema civile e sociale, ma è un peccato che grida al cielo. Dove distruggiamo ciò che è la creazione di Dio, è una questione di fede, una questione religiosa».

Pier Giuseppe Accornero

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