Accogliere i migranti, costruire per e con loro percorsi di integrazione in un contesto di sicurezza, si può fare? La risposta è affermativa se – come in più occasioni ha ricordato il cardinal Matteo Maria Zuppi, ospite del Festival dell’Accoglienza 2024 la scorsa settimana a Torino – ci si impegna, in Italia e in Europa, a «costruire un sistema giusto, funzionale ed efficiente, di diritti e di doveri, in modo da sconfiggere l’illegalità con la legalità».
Se progettata e gestita bene, l’accoglienza può assicurare un futuro migliore a chi arriva e a chi ospita, ma occorre anche contribuire a creare le condizioni affinché le persone possano scegliere se lasciare il loro Paese d’origine oppure no, dando a tutti la possibilità di andare via insieme all’opportunità di restare. Occorre anche – secondo Zuppi – andare oltre il clima politico di «emergenza» permanente, che fa leva sulla paura degli italiani: si opera «come se l’immigrazione sia un problema emergenziale: sono quarant’anni che è emergenziale…».
«La formula della Chiesa è liberi di partire, liberi di restare» ha ricordato il porporato a margine dell’evento programmato nell’ambito della rassegna curata dalla Pastorale migranti dell’Arcidiocesi di Torino. «Non a caso la Chiesa italiana – ha evidenziato Zuppi – dona 80 milioni di euro del suo bilancio, una componente importante, agli aiuti al mondo, che è proprio il modo per aiutare le persone a restare, cioè vuol dire scuole, avviamenti professionali, cure mediche e altro ancora in tanti Paesi del mondo».

Alimentare la paura e costruire muri non sono la risposta giusta alle criticità legate al fenomeno immigrazione. Meno chiusure e più dialogo è ciò che serve anche secondo il responsabile della Caritas torinese, Pierluigi Dovis, intervenuto qualche giorno fa alla presentazione del XXXIII Rapporto Immigrazione Caritas e Migrantes 2024 «Popoli in cammino», appuntamento anche questo in calendario nel Festival dell’Accoglienza. Critico sulla scelta di destinare risorse per 8 milioni e mezzo destinati alla gestione del Centro di Permanenza per i Rimpatri (Cpr) di corso Brunelleschi, Dovis ha sottolineato che «quei soldi si potrebbero usare meglio. Certo, è necessario salvaguardare gli elementi di sicurezza e legalità, ma lo si potrebbe fare non chiudendo, ma dialogando di più, investendo sulle persone piuttosto che sulle strutture e ponendo maggiore attenzione agli aspetti di interazione e di inclusione all’interno della nostra società».
Sono riflessioni e pareri condivisi dalla Garante comunale dei Diritti della persone private della libertà personale della Città di Torino, Monica Cristina Gallo, in particolare in relazione ai dubbi e alle contrarietà sulla riapertura del Cpr di corso Brunelleschi. «Nel marzo dello scorso anno – ricorda la garante – il Consiglio comunale di Torino si era espresso per la chiusura definitiva del centro di corso Brunelleschi, evidenziando che del Cpr si può sicuramente fare a meno». Una presa di posizione, quella assunta dell’assemblea municipale, decisa e motivata, basata in primo luogo su dati numerici. “Quello di Torino – spiega Monica Gallo – negli ultimi anni è stato il Cpr che ha effettuato il numero più basso di rimpatri di tutto il Paese. Nei primi mesi del 2023 sino alla chiusura definitiva del 5 marzo sono stati registrati 235 transiti di persone, di queste solo 46 sono state rimpatriate e le altre trattenute sono stati rimessi in libertà. La chiusura del Crp – aggiunge la garante – ha permesso a un gruppo di lavoro (istituito dall’Ufficio comunale della garante dei diritti dei detenuti, insieme all’assessorato della Città di Torino a cui è affidata la delega agli Stranieri – che ha elaborato un documento per il superamento del Centro di Permanenza per i Rimpatri. Proposte concrete inviate al Prefetto per sperimentare a Torino altre forme di identificazione e di eventuale presa in carico sul territorio o di rientro accompagnato nel proprio paese d’origine.

Nessuno sviluppo si è visto in tal senso – commenta amaramente la garante Gallo – ma soltanto un assiduo lavoro per tornare a riaprire un luogo che rappresenta per gli individui la sottrazione di tempo alla vita, un limbo dove ogni giorno è uguale e senza speranza. Un luogo di dolore, che costringe le persone ad usare il proprio corpo come terreno di azione per dimostrare la sofferenza. Non è un caso che negli anni sia stato registrato un aumento importante di atti di autolesionismo e tentativi di suicidio. Un dato significativo, indicatore del malessere della struttura di corso Brunelleschi, emerge proprio dai numeri: nel 2012 gli interventi del soccorso sanitario del 118 erano stati 5, saliti a 201 nel 2022 e 2021 più di cento persone avevano cercato di togliersi la vita”.
Insomma, si possono garantire sicurezza e legalità senza calpestare dignità e libertà? Sì, come indicato dal cardinal Zuppi, cioè costruendo un sistema di accoglienza giusto, funzionale ed efficiente, di diritti e di doveri.



