«La globalizzazione dell’indifferenza che Papa Francesco denunciò a partire da Lampedusa sembra oggi essersi mutata in una globalizzazione dell’impotenza. Davanti all’ingiustizia e al dolore innocente siamo più consapevoli ma rischiamo di stare fermi, silenziosi e tristi, vinti dalla sensazione che non ci sia niente da fare. Cosa posso fare io davanti a mali così grandi? La globalizzazione dell’impotenza è figlia di una menzogna, che la storia sia andata sempre così, che la storia sia scritta dai vincitori. Allora sembra che noi non possiamo nulla. Invece no. La storia è devastata dai prepotenti ma è salvata dagli umili, dai giusti, dai martiri nei quali il bene risplende e l’autentica umanità resiste e si rinnova». Le parole che Papa Leone XIV ha pronunciato il 12 settembre scorso, in occasione della presentazione della candidatura di Lampedusa alla lista del Patrimonio culturale immateriale dell’Unesco per il progetto «Gesti dell’accoglienza», sono state il filo conduttore dell’incontro all’Arsenale della Pace, venerdì 19 settembre, con il card. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale italiana, sul tema «Conquistare la pace e organizzare la speranza».

Al dibattito nell’Auditorium del Sermig (tutto esaurito tanto che molti convenuti hanno preso posto in un salone adiacente e nella chiesa), moderato dalla giornalista di «Repubblica» Francesca Caferri che segue da 20 anni le vicende del Medio Oriente, ha partecipato l’analista geopolitico Dario Fabbri. È stato così inaugurato il Festival nazionale della Missione 2025, promosso dalla Fondazione Missio della Cei e dal Cimi (Conferenza Istituti missionari) in collaborazione con l’Arcidiocesi di Torino, la Conferenza episcopale piemontese (era presente il Vescovo di Asti mons. Marco Prastaro, delegato per Migrantes e Cooperazione missionaria tra le Chiese) con il sostegno, tra gli altri, di Regione Piemonte, Comune di Torino e Fondazione Crt (c’era la presidente Anna Maria Poggi). La rassegna dal 9 al 12 ottobre porterà a Torino convegni, spettacoli, mostre, laboratori e momenti di spiritualità. Tra questi il dialogo «fuori le righe» di Luciana Littizzetto con «I Volti prossimi» delle ferite e delle rinascite delle periferie torinesi; il confronto tra gli economisti Jeffrey Sachs e Gaël Giraud sulle diseguaglianze che affliggono la nostra società; le testimonianze «forti» di due Premi Nobel per la Pace, Aung San Suu Kyi e Narges Mohammadi e di don Lugi Ciotti, e della madre del giornalista James Foley, ucciso dall’Isis nel 2014 che parlerà di perdono. Ancora, esempi e percorsi di speranza con il cardinale torinese Giorgio Marengo, Prefetto apostolico in Mongolia e di ciò che unisce papa Francesco e papa Leone secondo la giornalista peruviana Paola Ugaz (tutto il programma su www.festivaldellamissione.it). Quattro giorni «dentro» le questioni nodali del nostro tempo viste attraverso la lente della missionarietà in partnership con il Festival dell’Accoglienza, che si sta svolgendo a Torino fino al 31 ottobre, per sensibilizzare sul significato profondo e sul dovere di «accogliere» in un tempo dove si fatica a considerarsi «Fratelli tutti».
Il direttore generale del Festival, Agostino Rigon introducendo il dibattito, ha ricordato come nella città della Sindone, l’Arsenale della Pace sia un luogo dove si incontra il «Volto» nei volti che soffrono e gridano in silenzio e nei volti che accolgono «gli scarti della società». Così si costruisce il dialogo, come hanno evidenziato nel loro saluto anche Dario Disegni, presidente della Comunità ebraica torinese e Mustapha Hajraoui, presidente della Federazione islamica del Piemonte. «Possiamo ancora vivere insieme? In un tempo di frantumi ostentati con arroganza come vittorie, siamo costretti a domandarcelo. La risposta non può essere una parola ma un processo di costruzione collettivo. Questo è il Festival della missione» ha precisato Lucia Capuzzi, inviata di «Avvenire» e direttrice artistica della rassegna.
Il cardinale Zuppi, accolto con affetto da Ernesto Olivero e Rosanna Tabasso del Sermig – il Servizio Missionario giovani, in prima linea da decenni nella trasformazione dell’Arsenale di Borgo Dora da presidio militare a presidio di solidarietà – ha esordito dicendo: «Questo è l’unico Arsenale che mi piace perché qui ogni giorno si gettano semi di pace in un tempo in cui gli arsenali si riempiono di nuovo di armi e si svuotano i granai. La pace va cercata faticosamente: se noi accettiamo che sia la logica della forza a prevalere, ne vediamo terribilmente le conseguenze. Quindi bisogna scegliere con coraggio la via del dialogo, che non è mai facile. Risolvere le cause del conflitto significa garantire che la pace sia giusta e duratura» e, riferendosi all’incontro con «Il Tavolo della Speranza» (servizio in questa pagina) ha aggiunto: «Il fatto che le religioni qui a Torino si siano trovate insieme per dire che occorre ‘conquistare la pace e organizzare la speranza’ mi sembra un segnale davvero importante da diffondere».
Che fare allora come credenti, come uomini e donne di buona volontà per opporci alla «globalizzazione dell’impotenza?» ha chiesto Zuppi richiamandosi alle parole di papa Leone XIV, ribadendo l’urgenza di una «pace creativa» che rifugga da una «pasticceria spirituale» che spesso addolcisce le coscienze ma si allontana dai poveri. «E cosa possiamo rispondere ai giovani a cui papa Francesco ha raccomandato ‘di non farvi rubare la speranza’ quando un’intera generazione ha vissuto dando per scontata la pace, ma abbiamo eroso un patrimonio? Ora dobbiamo ascoltare il rifiuto della guerra che viene dai giovani».
Se l’incontro si è concentrato sul dramma che si sta consumando a Gaza, dove si stanno sterminando migliaia di bambini seppellendo il futuro di un popolo, lo sguardo è andato anche ai 61 conflitti in corso nel mondo che fanno registrare una vittima ogni due minuti e 123 milioni di persone in fuga dalla morte. «In questa in cui, come non si stancava di ripetere papa Francesco, si configura ormai come la ‘terza guerra mondiale a pezzi’» ha ricordato nel suo intervento Dario Fabbri «la via del dialogo è imprescindibile. La lezione di Bergoglio dovrà essere di massimo valore anche all’Assemblea generale delle Nazioni Unite che si tiene in questi giorni, in concomitanza con gli 80 anni dalla fondazione. «Papa Francesco amava i popoli, non le Nazioni. Ed è dal popolo che dobbiamo ripartire per una sempre più necessaria opera di rifondazione».
Proprio richiamando l’anniversario delle Nazioni Unite, il card. Zuppi ha ricordato Paolo VI «il primo Papa a viaggiare verso gli estremi confini della Terra»: in 15 anni di pontificato ha compiuto 9 viaggi all’estero e tra questi il 4 ottobre 1965 si recò Onu per il ventennale – una visita storica, la prima di un Papa al Palazzo di Vetro. Qui papa Montini lanciò un accorato appello contro la guerra: «Mai più la guerra, mai più la guerra! La pace, la pace deve guidare le sorti dei popoli e dell’intera umanità». E prima di partire per New York – in quel momento si consumava la guerra non solo in Vietnam, ma anche in Congo e la Guerra Fredda divideva il mondo in due blocchi – Paolo VI dichiarò: «Il mondo esige pace, vera, stabile, duratura, dopo le sofferenze delle guerre che hanno sconvolto il nostro secolo, dopo i lutti immani che hanno devastato l’umanità». Parole profetiche a distanza di 60 anni – ha ricordato Zuppi con il pensiero rivolto a Gaza – che ci dicono di rifuggire la logica di alzare il tiro. Non è così che si risolvono i conflitti. Bisogna avere il coraggio di dire «basta, fermatevi tutti, dobbiamo cancellare le ragioni dell’odio e della paura, dobbiamo acquisire una mentalità missionaria. I popoli vanno ascoltati, capiti nel fluire della storia e con le loro storie. Nell’ascolto si ricostruiscono le comunità e i loro individui. E se ne può immaginare il futuro, un futuro dove vivere e operare insieme. Questa è la pace che papa Leone ci chiede di invocare per il mondo. Una pace, disarmata e disarmante».

