Zuppi: “L’autonomia differenziata meccanismo di ulteriore impoverimento”

La preoccupazione dei Vescovi – L’autonomia differenziata voluta dal Governo Meloni per il cardinale Zuppi, presidente della CEI, «è un meccanismo di ulteriore impoverimento e denatalità. La questione meridionale deve porre una seria domanda su come non accettare i disequilibri». A ragione «tutti i vescovi del Centro-Sud sono sul piede di guerra perché temono che questo aumenti le differenze»

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Cardinale Zuppi

L’autonomia differenziata voluta dalla Lega – e sostenuta da Fratelli d’Italia e dai berlusconiani, che vogliono la punizione di tutti i giudici e mano libera nella giustizia – «è un meccanismo di ulteriore impoverimento e denatalità. La questione meridionale deve porre una seria domanda su come non accettare i disequilibri». A ragione «tutti i vescovi del Centro-Sud sono sul piede di guerra perché temono che questo aumenti le differenze». Lo dice il cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale italiana.

La Santa Sede, l’episcopato, il mondo e i giornali cattolici sono fermamente contrari perché vogliono evitare l’aumento delle disuguaglianze e delle ingiustizie: chi ricco avrà un portafogli ancora più ben pasciuto. Dopo che il Senato ha detto il primo a questa legge infame, giustamente l’arcivescovo di Cosenza chiede: «I cristiani in Senato stanno dalla parte dei ricchi?»

PIÙ AUTONOMI O PIÙ SOLI? – Il mondo cattolico è certo che aumenteranno le diseguaglianze; si indebolirà la solidarietà; deperirà il tessuto sociale ed economico del Mezzogiorno e delle «aree interne»; si creerà una fonte di ingiustizia e di perenni litigi. Tutto questo grazie al disegno di legge del leghista Roberto Calderoli. «Avvenire», quotidiano dei cattolici, è uscito con un titolo azzeccatissimo: «Più autonomi o più soli?». «È questo un modo per diventare più solidali – si chiede il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin – perché l’Italia possa diventare più solidale? Perché ci si possa aiutare reciprocamente sapendo anche del grande divario che c’è tra una parte e l’altra d’Italia? Bisogna chiedersi se vale la pena percorrere questa strada». Al di là del linguaggio sfumato del diplomatico, la risposta è evidente: non vale la spesa

SECESSIONE DEI RICCHI – Mons. Francesco Savino, vescovo di Cassano allo Ionio e uno dei tre vice-presidenti della Cei (per il Sud, definisce l’autonomia differenziata «secessione dei ricchi che di fatto recinta i sogni, le aspettative e le contaminazioni sociali, culturali, economiche e umane per cui qualcuno prima di noi ha dato la vita, ha lasciato terra e affetti, ha sacrificato l’appartenenza per il riscatto. Lasciate che vi dica che l’autonomia differenziata è la madre di questa ingiustizia epistemica che vuole ridisegnare un’Italia spaccata dalla disparità sociale». Essa penalizzerebbe le zone centrali e meridionali causando un ulteriore spopolamento, anche delle cosiddette «aree interne». Da sempre la Cei prende le distanze dalle riforme della Lega facendo presente che penalizzare le aree interne, indebolire la dorsale appenninica e le regioni più piccole e più povere, finirebbe per ripercuotersi sull’intero sistema Paese. «Si tratta – sottolinea l’episcopato – di territori distanti dai servizi essenziali e spesso penalizzati nell’assegnazione delle risorse; territori esposti a un processo di decremento progressivo delle risorse e della popolazione, che rischia di comprometterne le ricchezze ambientali e culturali».

UN CAMMINO CHE SPACCA L’ITALIA – Mons. Filippo Santoro, arcivescovo emerito di Taranto: «Questa legge lascia molto perplessi. Non è di sicuro il sano regionalismo di cui abbiamo bisogno. La Chiesa non ha mai rigettato il principio delle autonomie regionali ispirate al principio della sussidiarietà, dove lo sviluppo delle funzioni pubbliche può essere più vicino ai cittadini, ma solo laddove il livello territorialmente superiore è in grado di fare meglio di quello di inferiore. È necessario che i servizi fondamentali siano erogati in maniera uniforme e adeguata in tutte le regioni, altrimenti si origina un’ evidente sperequazione tra Nord e Sud: sarebbe il frazionamento del Paese e la fine dell’unità nazionale. Aumenterebbero le disparità, non sarebbero garantiti i servizi fondamentali di base. In alcune zone del meridione ci sono grandi carenze in campo economico e la disoccupazione giovanile è al 50 per cento. Alcune regioni del Nord diventeranno fortemente attrattive dal punto di vista economico e su di loro si convoglieranno una gran parte delle tasse, visto che potranno contare su una maggiore quota del gettito fiscale. Questo penalizzerà le regioni del Sud rispetto al Nord. È un cammino per spaccare l’Italia».

UN BOCCONE AVVELENATO – Si avrà una scuola di serie A e un’altra di serie B o C mentre la formazione essenziale deve essere uguale per tutti i cittadini: questo non vieta di fare degli approfondimenti regionali. E anche Roma, come capitale, perderebbe di peso di ruolo perché si prospetta il trasferimento di alcuni dicasteri e un declassamento. In conclusione, per mons. Santoro «è un boccone avvelenato». Cesare Mirabelli, presidente emerito della Consulta, intervistato da «Avvenire», sostiene: «Bisogna vigilare perché non si introduca per legge ordinaria una modifica strisciante della Costituzione. Non si possono portare materie concorrenti nella competenza esclusiva delle Regioni. E lo Stato deve sempre poter far valere l’interesse nazionale. Non si può, con una bacchetta magica, far diventare competenza esclusiva delle Regioni delle materie che sono assegnate alla legislazione concorrente. Vanno definite bene le materie per le quali questo potenziamento di autonomia può avvenire e le modalità. Vi sono materie che non si prestano a una regionalizzazione spinta. Penso alle grandi reti di comunicazione, dell’energia, l’istruzione, la sanità».

PERICOLO SCONFITTO 30 ANNI FA – Già trent’anni fa con i governi Berlusconi, l’Italia rischiò la secessione e la frantumazione, che furono sconfitte. A fine settembre-ottobre 1992 a Torino si tenne la 42ª settimana sociale sul tema «Identità nazionale, democrazia e bene comune» che chiese la conversione della politica «per un Paese unito»: il cardinale arcivescovo era Giovanni Saldarini, uno dei più strenui difensori dell’unità dell’Italia, nonostante le offese di Umberto Bossi e dei leghisti contro «i vescovoni» che colpivano i cardinali Camillo Ruini, vicario di Roma e presidente della Cei; Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano e Giovanni Saldarini di Torino. «L’Italia è una sola, Sì alle riforme, no al secessionismo leghista. Non si può fare della sanità 20 sistemi regionali».

Pier Giuseppe Accornero

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