Zuppi preoccupato sulle restrizioni alla protezione dei migranti

Italia – Il cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente dell’episcopato italiano, e il gesuita Camillo Rigamonti sono grandemente preoccupati per le «immotivate restrizioni» governative di alcune tipologie di permessi agli immigrati richiedenti asilo

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Il cardinale Matteo Zuppi alla presentazione del rapporto annuale 2023 del Centro Astalli

Il cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente dell’episcopato italiano, e il gesuita Camillo Rigamonti sono grandemente preoccupati per le «immotivate restrizioni» governative di alcune tipologie di permessi agli immigrati richiedenti asilo.

«Vi chiedo perdono per quello che non abbiamo saputo, potuto, voluto, avuto il coraggio di fare», è l’appello che padre Rigamonti rivolge agli immigrati. Una lezione di vita.

«Accompagnare e servire; difendere e includere» sono i verbi che Papa Francesco adopera per gli immigrati ed è il «vocabolario della solidarietà» che da quarant’anni pratica il «Centro Astalli» di Roma dei Gesuiti. Lo ricorda il cardinale Zuppi commentando i numeri del «Rapporto 2023» del Centro. Danno la dimensione del fenomeno, piegato troppo spesso a narrazioni strumentali per tornaconti politici: «Nel 2022 sono arrivati via mare in Italia 105.129 migranti, di cui 13.386 minori non accompagnati per un totale di 107.677 persone», ma con disparità di trattamento per i 170 mila rifugiati ucraini, «due percorsi paralleli: uno per gli ucraini (più favorevole, n. d. r.) e uno per gli altri. La lezione che l’Italia non vuole imparare è che, rispetto ai 100 milioni di rifugiati nel mondo, quelli che arrivano in Italia sono una piccola percentuale. Le due principali vie di accesso sono la rotta mediterranea e la rotta balcanica, quelle percorse da chi è costretto – in mancanza di canali legali e sicuri – ad affidarsi ai trafficanti e ad affrontare viaggi pericolosi. Afghani, siriani, somali, nigeriani sono le principali nazionalità, in fuga da guerre e persecuzioni.

«La protezione temporanea concessa agli ucraini – dice il rapporto – la possibilità di accedere al mondo del lavoro, l’opportunità di ricevere contributi economici e un sistema di accoglienza che risponde tempestivamente ai bisogni, sono misure importanti. Invece il governo di destra – dopo l’ennesimo braccio di ferro compiuto mentre i migranti erano sulle imbarcazioni in attesa di un porto sicuro – si è concentrato sulla lotta alle Ong che si occupano del salvataggio. E neanche le vittime del naufragio di Cutro hanno sortito alcuna reazione politica di umanità, nonostante la società civile abbia chiesto con forza un cambiamento».

Il riferimento di Zuppi è proprio al decreto del governo Meloni. Ricorda il numero di sbarchi ben maggiore in passato: «Dobbiamo fare sistema e dare risposte che guardino avanti». Condanna senza remissione le restrizioni alla protezione speciale volute dalla destra. Il suo auspicio è «garantire diritti e combattere l’illegalità con la legalità. La porta deve essere aperta e bisogna avere criteri seri. Non nascondo amarezza e delusione di fronte a questa ennesima misura decisa dal governo». Incalza padre Ripamonti, presidente di «Astalli»: «Sistematizzare con continuità le vie legali d’ingresso: è questo il compito dello Stato». Ed è quanto sostengono da sempre la Santa Sede e gli episcopati di tutto il mondo. In marzo Francesco ricevette 5 mila immigrati (su 7 mila) arrivati in Italia con i «corridoi umanitari».

Il decreto-legge 10.03.23 («decreto Cutro») smembra il Sistema di accoglienza e integrazione (Sai), affidato ai Comuni. Per la seconda volta, dopo il «decreto Salvini» dell’ottobre 2018, i richiedenti asilo sono sottratti al sistema dell’accoglienza diffusa e sono di fatto imprigionati nei Centri di accoglienza straordinaria (Cas),  luoghi di degrado dove, con costi altissimi, decine di migliaia di persone vengono parcheggiate per anni, senza alcuna integrazione sociale. Una spregiudicata strategia per sfruttare queste persone e scatenare l’insofferenza sociale. In sostanza Meloni-Salvini-Piantedosi demoliscono il sistema nato nel 2002, abolendo di fatto i Cas perché «aperti» senza limitazioni per i richiedenti asilo. Il governo punta sui cosiddetti «hotspot» (letteralmente «coperta di protezione contro il fuoco»), che non sono strutture di prima accoglienza ma di detenzione informale. Le norme vigenti già prevedono la possibilità di trattenere i richiedenti asilo per 30 giorni. Il 15 dicembre 2016 la «Grande Chambre» della Corte europea dei Diritti dell’uomo sancì l’Italia dell’Italia per il trattenimento illegale riservato a tre cittadini stranieri. L’ordinamento  continua a non prevedere alcun intervento dell’autorità giudiziaria sulla detenzione negli «hotspot». Il governo vuole sfruttare al massimo questo sistema trasformandoli da luoghi di prima accoglienza e transito a luoghi per trattenere i richiedenti asilo.

Le direttive europee dicono che il Paese di origine è «sicuro» solo se non ci sono persecuzioni, torture, violenze indiscriminate. Secondo l’Italia, tra questi Paesi ci sono la Nigeria – uno dei più pericolosi del mondo – o il Gambia, dominato da una dittatura feroce. La Corte di Cassazione nel 2016 ha chiarito che le persone soccorse in mare non possono finire negli «hotspot» perché «soccorsi in acque internazionali e legittimamente trasportati sul territorio nazionale per necessità». Questi poveretti in Libia sono stati torturati. Se si considera che i richiedenti asilo sono 100 mila – e che potrebbero diventare 150-200 mila – significa che 150-200 mila finirebbero nei campi di concentramento chiamati inglesemente ed elegantemente «hotstop» quando la Costituzione sancisce il diritto-dovere dell’asilo e dell’accoglienza.

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