Zuppi, “ripudiare la guerra significa arrestarne la progressione”

Consiglio permanente – La pace ha la priorità perché «il valore della vita è superiore a ragionamenti o schieramenti». «Pace» è la parola scelta dal cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, come «priorità» da indicare alla Chiesa italiana: «possiamo accettare che solo la guerra sia la soluzione dei conflitti?»

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Cardinale Matteo Zuppi

La pace ha la priorità perché «il valore della vita è superiore a ragionamenti o schieramenti». Alle elezioni europee bisogna «scegliere responsabilmente i deputati che rappresenteranno i valori» cristiani. Soprattutto c’è «preoccupazione per la tenuta del sistema Paese» e si chiede «la piena applicazione della legge sulle “Disposizioni anticipate di trattamento-Dat”».

«Pace» è la parola scelta dal cardinale Matteo Maraia Zuppi, presidente della Cei, come «priorità» da indicare alla Chiesa italiana: «Possiamo accettare che solo la guerra sia la soluzione dei conflitti? Ripudiarla non significa arrestarne la progressione o dobbiamo aspettare l’irreparabile per capire e scegliere?». La pace è una delle parole-chiave del pontificato bergogliano: essere «artigiani di pace, tessitori di unione, pacifici nelle parole e nei comportamenti». Pace che diventa preghiera e solidarietà, come accadrà all’assemblea Cei in maggio con la «giornata di preghiera, digiuno e solidarietà per quanti soffrono nei conflitti».

«Viviamo un lunghissimo Venerdì Santo» dice il presidente alla sessione primaverile del Consiglio permanente Cei (18-20 maro 2024), alla vigilia della Settimana Santa. E le parole del Papa «sono tutt’altro che ingenuità. La Chiesa è madre e vive la guerra come una madre per la quale il valore della vita è superiore a ragionamenti o schieramenti. Queste le ragioni che possono portare alla composizione dei conflitti e a risolverne le cause». Su questo Stati, popoli e istituzioni dell’Unione Europea devono riscoprire «la vocazione originaria» scegliendo deputati «che rappresenteranno questi valori e che lavorino per il bene comune» nelle elezioni di giugno. «Non possiamo rassegnarci a un aumento incontrollato delle armi». L’Italia «e l’Europa no?» – dice la Costituzione – «ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».

Guardando ai problemi di casa, nei vescovi «suscita preoccupazione la tenuta del sistema Paese, in particolare di quelle aree che da tempo fanno i conti con la crisi economica e sociale, con lo spopolamento e la carenza di servizi». Perciò «non venga meno un quadro istituzionale che favorisca uno sviluppo unitario, secondo i principi di solidarietà, sussidiarietà e coesione sociale». Zuppi è allarmato per «i segnali dal mondo giovanile. La Chiesa avverte la fatica di ragazzi e giovani che vogliono essere ascoltati e capiti nelle istanze, nei sogni e nelle sofferenze». Anche la condizione degli anziani «è diventata un’emergenza». L’avanzare dell’età è inversamente proporzionale alla capacità di svolgere le attività quotidiane: «Serve un nuovo stato sociale che sostenga questa grande fascia di popolazione». Chiede un incremento delle cure palliative «senza discrezionalità su base regionale»; auspica «la piena applicazione della legge sulle Disposizioni anticipate di trattamento-Dat».

Nel cammino sinodale delle Chiese in Italia «è tempo di tradurre l’ascolto in scelte di governo, chiare, lungimiranti, che permettano un’incidenza effettiva e una corresponsabilità che permei la Chiesa ai vari livelli». Poi un’osservazione molto realistica: «Nella Chiesa non c’è mai una mitica età dell’oro. I credenti non possono guardare al passato e lamentarsi del presente. La Chiesa viene da una lunga storia, si radica nel presente, guarda al futuro con speranza». Quindi «bisogna ricomporre un clima di fiducia e di speranza, liberarsi da amarezze e renderle impegno, progetto, esperienza. La Chiesa sia un segno di speranza nella società senza correre dietro alla banalità del pensiero comune».

Una durissima protesta arriva dai vescovi, specie del Centro-Sud, sul progetto leghista dell’«autonomia differenziata», ora un po’ dietro le quinte per il gradimento al ribasso della Lega e del suo capo Matteo Salvini. La legge, in discussione alla Camera, rischia un «impatto disastroso» sulla Sicilia, sostengono i vescovi dell’Isola: «Mette a rischio l’unità nazionale a favore di spinte secessioniste, creando disparità di trattamento a danno della solidarietà nazionale». Già in maggio avevano presentato le critiche «regolarmente registrate alla commissione Affari costituzionali del Senato». Chiedono di affrontare «gli squilibri strutturali ed economici del Mezzogiorno» evitando spinte secessioniste. Squilibri che verrebbero accresciuti dalla riduzione del «Fondo complementare» da 4 miliardi e 400 milioni a 700 milioni. Un colpo per le Regioni più povere: la Sicilia perderebbe 1 miliardo e 300 milioni l’anno.

Prima di tutto i poveri, ripetono i vescovi di tutta Italia. Nonostante il linguaggio felpato, che preferisce «preoccupazione» a «condanna», anche per mons. Giuseppe Baturi, segretario Cei e arcivescovo di Cagliari, l’autonomia «creerà nuove disuguaglianze e ingiustizie, dividerà il Paese e aumenterà la povertà».

Per l’arcivescovo di Napoli, mons. Domenico Battaglia, la riforma «lacera la solidarietà e accresce la povertà già troppo estesa ed estrema». La Chiesa «non può tirarsi indietro, prende la parte dei poveri. La povera gente è resa più povera da certa politica che non la considera, se non per convenienza elettorale. Napoli è una terra di confine tra Sud che non parte e Nord che non viene. L’Italia rischia di essere trascinata in una scelta egoistica, l’autonomia alimenta il desiderio di separatezza; divisione ed egoismo danno un colpo «possente» che fa crollare l’impalcatura dello Stato.

Pier Giuseppe Accornero

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