Zuppi, “un patto tra generazioni per custodire la democrazia”

Anniversario – Il presidente della Conferenza episcopale italiana, cardinale Matteo Maria Zuppi, in una lettera al Presidente Sergio Mattarella per la Festa della Repubblica esprime gratitudine, affetto e responsabilità: «Questo giorno storico non può essere solo memoria: deve diventare promessa»

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Insieme al referendum istituzionale con la scelta della Repubblica, ottant’anni fa il 2 giugno 1946 gli italiani elessero l’Assemblea Costituente, organo collegiale  straordinario con il compito di redigere una nuova Costituzione. Rimase in carica fino al 31 gennaio 1948. I 556 deputati furono eletti a suffragio universale. Si riunisce per la prima volta il 25 giugno 1946 a Montecitorio e presidente venne eletto il socialista Giuseppe Saragat al quale subentrò il comunista Umberto Terracini nel febbraio 1947 quando Saragat fondò il Partito Socialdemocratico.

La «Commissione dei 75» e i Patti Lateranensi – Per elaborare il testo l’Assemblea istituisce la «Commissione per la Costituzione» o «Commissione dei 75», presieduta dall’emiliano Meuccio (Bartolomeo) Ruini, antifascista e massone al quale – afferma «Wikipedia» – «fu riconosciuta la dote di mediatore tra le diverse istanze politiche e sociali». La Commissione operò in tre sottocommissioni: 1) Diritti e doveri dei cittadini; 2) Organizzazione costituzionale dello Stato; 3) Diritti e doveri economico-sociali. Palmiro Togliatti e il Partito Comunista decisero di votare a favore dell’inclusione dei Patti Lateranensi nell’articolo 7 della Costituzione, una scelta per evitare una frattura insanabile con la Democrazia Cristiana e preservare la pace religiosa nel Paese: «Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani, e i loro rapporti sono regolati dai Patti stessi»; è sancito il principio di separazione e la sovranità tra Stato e Chiesa e si riconoscono i Patti come strumento per regolare i rapporti bilaterali. I Patti furono stipulati l’11 febbraio 1929 tra la Santa Sede e il governo fascista e posero fine alla «Questione romana» che aveva invelenito il Risorgimento.

Il testo è discusso in aula in 170 sedute; approvato il 22 dicembre 1947; promulgato dal capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola il 27 dicembre, entra in vigore il 1º gennaio 1948. Sancisce il nuovo Stato, nato dalla Resistenza ai nazifascisti. Il referendum del 2 giugno 1946 certifica che la Nazione è profondamente divisa: il Nord, che aveva sperimentato l’occupazione e aveva lottato contro i nazifascisti, è prevalentemente repubblicano e «progressista»; il Sud, duramente provato dai bombardamenti alleati, è prevalentemente monarchico e «conservatore», come si esprime il presidente del Consiglio Alcide De Gasperi in un colloquio del 21 maggio 1946 con il nunzio in Italia Francesco Borgongini Duca: «La parte meridionale d’Italia – disse De Gasperi – fino a poco più su di Roma darà il voto in favore della Monarchia per il 70%». Lo scrive lo storico gesuita Giovanni Sale («La Civiltà Cattolica» nel libro «De Gasperi, gli Usa e il Vaticano all’inizio della Guerra fredda».

Il 2 giugno per la prima volta il voto è esteso alle donne che avevano sopportato enormi privazioni, avevano sostituito gli uomini nei campi e nelle fabbriche, avevano collaborato attivamente alla Liberazione. Il voto femminile contribuisce in misura rilevante, specie al Sud, alla vittoria della Democrazia Cristiana, dietro la spinta della gerarchia ecclesiastica e dei parroci perché la grande maggioranza delle donne frequentava la chiesa e poteva essere istruita e catechizzata. La Chiesa mobilitò tutte le sue forze in difesa del partito di ispirazione cristiana, fece il possibile per contrastare i partiti della sinistra, socialisti e comunisti, ma senza uscire dall’ambito morale e spirituale della formazione delle coscienze. Pio XII e la gerarchia cattolica considerano quella competizione elettorale per l’Assemblea Costituente di importanza preminente rispetto alla scelta istituzionale, e fanno di tutto per favorire il voto democristiano. De Gasperi manda a dire al Papa che la vittoria della DC è dovuta in larga misura all’Azione Cattolica e alle altre associazioni cattoliche. Per il 2 giugno l’episcopato non si espresse ufficialmente per una scelta di campo. Papa Pacelli e numerosi vescovi, pur mantenendo una posizione neutrale, orientano il clero e l’Azione Cattolica verso il sostegno alla monarchia e il contrasto alle sinistre e gran parte del clero manifesta una chiara predilezione per la monarchia, baluardo contro le sinistre e la «repubblica rossa».

Zuppi chiede «un patto tra generazioni per custodire la democrazia». Il presidente della Conferenza episcopale italiana, cardinale Matteo Maria Zuppi, in una lettera al presidente Sergio Mattarella esprime gratitudine, affetto e responsabilità: «Questo giorno storico non può essere solo memoria: deve diventare promessa. Non basta celebrare ciò che abbiamo ricevuto; occorre rinvigorirlo, preservarlo e mantenerlo vivo, con lo stesso spirito che apre al futuro». Ripercorre le radici storiche: «La Repubblica è nata attraversando la sofferenza, riconquistando la libertà e rifiutando ogni forma di fascismo, con una speranza più forte della paura. È nata dal desiderio di non essere più gli uni contro gli altri, ma cittadini insieme». Zuppi cita l’articolo 54 che richiama «il dovere di fedeltà alla Repubblica e l’obbligo, per chi esercita funzioni pubbliche, di adempierle con disciplina e onore per il bene di tutti».

Il presidente ribadisce la volontà della Chiesa di continuare a cooperare nel pieno rispetto della libertà religiosa e dei valori democratici. Nella lettera trova spazio una forte e lucida preoccupazione per le piaghe di oggi: «Le Chiese in Italia guardano con riconoscenza per il cammino compiuto e con preoccupazione per le ferite presenti: la povertà crescente, la denatalità, la sfiducia, le disuguaglianze, la violenza verbale, l’indifferenza e la tentazione di chiudersi in un destino individuale. Le nostre comunità rifiutano la guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti e avvertono urgente il compito di educare alla pace, custodire la democrazia e costruire comunità». Riafferma «il nostro impegno a promuovere il bene comune e la solidarietà, a contrastare disaffezione e insoddisfazione e a sostenere la dottrina sociale della Chiesa, le cui radici convivono con il dettato costituzionale per consegnare alle future generazioni una Repubblica più giusta, coesa e fraterna, nella prospettiva europea».

Pier Giuseppe Accornero

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