Torino contro il riarmo, corteo il 24 ottobre: «soldi al welfare e non alle armi»

Per le vie del Centro – «Scendiamo in piazza perché Torino non diventi un polo della guerra». Lo spiega Andrea Tavano, del comitato Vanchiglia Insieme, tra i promotori del corteo «Torino contro il riarmo» di sabato 24 ottobre. La partenza alle 15 da piazza Castello. Resta alta la preoccupazione per possibili disordini

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La manifestazione degli studenti contro il "caro-vita" di sabato 17 ottobre a Torino

«Scendiamo in piazza perché Torino non diventi un polo della guerra». Lo spiega Andrea Tavano, del comitato Vanchiglia Insieme, tra i promotori del corteo «Torino contro il riarmo» di sabato 24 ottobre. La partenza è fissata alle 15 in piazza Castello, dopo il raduno degli studenti alle 14 in piazza Arbarello. Il percorso della manifestazione non è ancora stato comunicato dagli organizzatori. Resta alta la preoccupazione per possibili disordini.

Come nasce il vostro comitato e che ruolo avete nella manifestazione?

Siamo il comitato Vanchiglia Insieme, nato da genitori del quartiere con figli nelle scuole. Dopo lo sgombero di Askatasuna ci siamo allargati, anche per rimediare all’assenza di quel luogo di aggregazione. Da qualche mese siamo dentro Torino Partigiana, un’assemblea di associazioni, gruppi e singoli che in questa fase ha deciso di concentrarsi sul riarmo: da lì nasce il coordinamento “Torino contro il riarmo”, di cui facciamo parte.

Quali ragioni vi spingono a scendere in piazza sabato?

Scendiamo in piazza perché Torino non diventi un polo della guerra e dei servizi del settore bellico. Stiamo pagando il prezzo della crisi dell’automotive, e l’industria bellica pare essere l’unica alternativa. Noi non ci rassegniamo. Vogliamo che la vocazione produttiva di una città sia decisa da cittadini e lavoratori, non da scelte prese unicamente dall’alto. Sono scelte che una società dovrebbe prendere in modo collettivo e democratico, mentre oggi si dà per scontata la necessità del riarmo.

Cosa intendete con «servizi del settore bellico»?

Dalle analisi dei collettivi universitari e non solo vediamo grossi investimenti nella produzione di tecnologie utili alla produzione e al trasporto di armi. Non parliamo delle sole fabbriche, ma di una filiera. I droni, per esempio, hanno un uso civile ma anche militare. E investimenti così grandi significano che prima o poi le armi verranno usate.

Tra le motivazioni della vostra protesta compaiono anche i data center. Perché?

Si tratta di costruzioni enormi, che sottraggono terreni agricoli e richiedono molta energia e acqua per il raffreddamento dei sistemi. Sono investimenti che richiedono molto capitale e poca manodopera: pochi posti di lavoro, dunque, a fronte di profitti enormi che finiscono a pochi gruppi di investitori. Inoltre possono servire a sviluppare conflitti nel cyberspazio. In settimana abbiamo fatto un’assemblea alla Facoltà di Fisica con tecnici e docenti, e la sala era piena. In Lombardia sono già nati molti comitati contro i data center, ora stanno nascendo anche in Piemonte.

Cosa chiedete in concreto?

Vogliamo che le risorse non vengano sottratte allo stato sociale. Le scuole cadono a pezzi, come hanno denunciato molti ragazzi, e quei soldi servirebbero a sistemarle. Non a produrre armi. Le nostre proposte sono il frutto di un lavoro comune, svolto attraverso tavoli di confronto tra genitori e studenti aderenti al nostro comitato, su temi come lavoro, studio, scuola, salute e territorio.

Perché manifestate proprio ora? Sull’onda delle proteste in Francia?

Non seguiamo la Francia: ne parliamo dalla primavera scorsa, quando abbiamo individuato nel riarmo la questione centrale di questa fase storica. È vero che in autunno, per tradizione del movimento operaio, partono le proteste.

A chi vi rivolgete?

Agli studenti, delle superiori e universitari. Sono coloro che sentono maggiormente il peso del riarmo, specialmente nelle facoltà che collaborano con l’industria bellica. E ai lavoratori, in particolare a quelli impiegati nelle aziende che producono armi, che vivono nel ricatto del salario. Siamo in contatto con loro ma si trovano in una posizione molto scomoda, quindi probabilmente verranno a titolo personale.

C’è preoccupazione per l’ordine pubblico. Come vi muoverete?

Ci sarà un unico corteo e noi saremo presenti con il nostro striscione. Vogliamo esercitare un diritto costituzionale, in modo pacifico. Nelle nostre uscite pubbliche non ci sono mai state indicazioni diverse dal pacifismo.

Temete che gli scontri oscurino le motivazioni reali della protesta?

Sì, il rischio esiste. Noi auspichiamo che si parli dei contenuti della manifestazione e non solo degli scontri. Riteniamo ci sia una responsabilità della stampa su questo punto: la nostra due giorni ai giardini Pozzo di Vanchiglia, molto partecipata, e altre iniziative simili non hanno avuto una riga sulla stampa.

Il corteo di sabato sarà un successo se…?

Lo è già, se ne discutiamo e se abbiamo trovato dei giovani con cui fare politica. Se poi ci sarà una grande partecipazione, tanto meglio.

 

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