Papa Leone non andrà ad Assisi martedì 27 ottobre per favorire la ripresa dopo l’intervento chirurgico: è stato sconsigliato «a scopo precauzionale» il viaggio per l’incontro con i rappresentanti delle religioni. La cerimonia «Pace disarmata e disarmante», organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio, ricorda il 40° della Giornata di preghiera mondiale per la pace, convocata da Giovanni Paolo II. Il Pontefice invierà un messaggio «nella convinzione che lo “Spirito di Assisi”, il dialogo e la ricerca di parole e gesti di pace siano risorse preziose in un’epoca di conflitti».
Quarant’anni fa ad Assisi, capitale mondiale della pace, io c’ero. Ed ebbi la sensazione di partecipare a un evento storico: la nascita di quello che sarà chiamato «lo spirito di Assisi». Mons. Andrea Spada, storico direttore de «L’Eco di Bergamo», che mi aveva inviato nella città di Francesco, fece un titolone in prima pagina che fotografava egregiamente l’evento: «Per la pace è salita a Dio da Assisi la preghiera più vasta della storia» e poi il doveroso riferimento a San Francesco: «La giornata nella città del “Cantico delle creature”». Allora le pagine dei giornali, chiamati «lenzuola», erano molto grandi.
Ricordo che Giovanni Paolo II, artefice di quell’incontro memorabile – come degli altri due: nel 1993 per la pace nei Balcani e nel 2002 dopo gli attentati terroristici alle Torri Gemelle di New York l’11 settembre 2001 – era assorto e raggiante; salutava e abbracciava gli esponenti delle religioni e delle confessioni cristiane ma senza mai perdere il filo del suo personale e intimo dialogo con Dio.
Il 27 ottobre 2011 anche Benedetto XVI si è recato ad Assisi per la giornata mondiale di riflessione, dialogo e preghiera per la pace e la giustizia nel mondo, intitolata «Pellegrini della verità, pellegrini della pace» e viaggiò con gli altri esponenti in treno da Roma ad Assisi, proprio come Giovanni XXIII il 4 ottobre 1962 andò in treno ad Assisi e a Loreto a pregare per il Concilio Vaticano II. Lunedì 27 ottobre 1986 Giovanni Paolo II salì sul primo dei pullman che portarono i partecipanti da Santa Maria degli Angeli alla basilica di San Francesco, e si sedette in prima fila.
Era in piena corsa il riarmo atomico. Terreno di scontro era l’Europa: all’installazione a Est dei missili SS20 dell’Unione Sovietica, la Nato e il presidente USA Ronald Reagan rispondevano a Ovest con i Cruise e i Pershing II. In un clima acceso e pericoloso le vincenti intuizioni di Wojtyla furono due: invitare le religioni a pregare per la pace e rivolgere un appello alla «tregua completa e universale delle armi» per quel 27 ottobre. Ci fu una massiccia risposta delle religioni e delle confessioni cristiane. Anche l’appello alla tregua ottenne l’adesione di Stati e Governi e fu sostanzialmente accolto, anche se alcuni continuarono a sparacchiare. Per quella giornata riposero i kalashnikov i numerosi gruppi di guerriglieri e terroristi del Centro e Sud America.
Per la prima volta nella storia i rappresentanti religiosi convennero insieme a pregare. Numerose volte, dal Concilio Vaticano II (1962-65) in poi, con Giovanni XXIII e con i Papi successivi, cattolici e altri cristiani si incontrano per pregare. Il 19 agosto 1985 parlò a migliaia di giovani islamici nello stadio di Casablanca in Marocco. Il 13 aprile 1986 Wojtyla visitò la Sinagoga di Roma e incontrò la comunità ebraica. Ma mai c’era stato un incontro di preghiera tra cattolici, cristiani, non cristiani; mai incontro inter-religioso aveva ottenuto tanta attenzione. Il successo fu grande e clamoroso, non tanto per l’autorità del Pontefice, ma per la bontà, la lungimiranza, la carica profetica delle sue intuizioni che rispondevano a un’esigenza reale e avvertita: che le religioni smettessero di combattersi e si ponessero al servizio della pace tra i popoli.
Sbagliarono il vescovo scismatico Marcel Lefebvre e i suoi seguaci a definire «scandalosa» l’iniziativa in quanto manifestazione di «sincretismo religioso». Non era vero che «l’ecumenismo del Papa equivale all’idea della massoneria di riunire tutte le religioni per crearne una universale». Le religioni misero insieme alcuni elementi tipici e universali: preghiera, silenzio, ascolto, pellegrinaggio, digiuno, rispetto reciproco, riconoscimento del primato di Dio. Non ci fu alcun tentativo di impadronirsi e di soggiogare un’altra fede. Le religioni erano unite da un unico scopo: pregare Dio per la pace, ma ciascuna con i propri riti e la propria liturgia e rispettando l’identità delle altre.
Allora si vociferò che Joseph Ratzinger fosse tra i cardinali di Curia non del tutto persuasi della bontà dell’iniziativa. «Assisi 2011», promosso da Benedetto XVI, dimostra il contrario. Anche Papa Francesco si è recato ad Assisi il 20 settembre 2016 per la giornata conclusiva dell’incontro di preghiera per la pace «Sete di pace», organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio nel 30° dello storico incontro del 1986.
Quattro decenni fa parteciparono 62 capi e rappresentanti delle principali Chiese cristiane e delle grandi religioni mondiali: tra essi il più famoso era il tibetano Dalai Lama, capo dei buddisti. L’obiettivo era pregare e digiunare per la pace, ciascuno secondo la propria fede, senza confondere le differenze o cercare un sincretismo religioso. Da quell’evento nacque lo «Spirito di Assisi», termine coniato da Papa Wojtyla per indicare il cammino di dialogo, fratellanza e ripudio della violenza in nome di Dio.
Oggi l’umanità è messa sicuramente peggio di quarant’anni fa e ha bisogno – come dice Leone XIV – di una «pace disarmata e disarmante, umile e perseverante in un mondo distrutto da una manciata di tiranni che spendono miliardi per uccidere».
Pier Giuseppe Accornero

