Il Papa mediatore di pace

Guerra in Ucraina – Intervista all’economista Stefano Zamagni, presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, sul ruolo possibile di Francesco, «leader super partes» nella ricerca di soluzioni alla terribile crisi: “Siamo di fronte ad una guerra globale, non solo mondiale, che coinvolge più nazioni, con effetti distruttivi anche su Pese estranei al conflitto in corso”

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Papa Francesco - foto Sir

Oggi in Ucraina è in atto la prima guerra che può dirsi globale, quelle che abbiamo visto sinora erano mondiali. C’è una differenza enorme. Possiamo definire mondiale una guerra che coinvolge più Paesi, ma i cui effetti distruttivi colpiscono solo chi partecipa direttamente al conflitto, su coloro che sono belligeranti. È invece globale una guerra che non soltanto coinvolge più Paesi, ma i cui effetti deleteri ricadono anche su nazioni del tutto estranee al conflitto in corso. Quello attuale ai confini dell’Europa è proprio di questa natura, ricade infatti, come vediamo con la drammatica riduzione delle forniture di grano, sulle popolazioni di molti Paesi africani che oggi rischiano la fame».

A parlare è l’economista Stefano Zamagni, presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali e promotore di Insieme, nuova formazione politica di ispirazione cristiana, che abbiamo interpellato per riflettere sull’attuale situazione internazionale e sulle prospettive di un negoziato di pace, alla luce anche della grande Manifestazione nazionale per la pace organizzata, sabato 5 novembre, a Roma, dalla coalizione Europe for peace – oltre 600 organizzazioni, cattoliche e laiche – che ha portato in piazza 100mila persone per il cessate il fuoco in Ucraina.

«In una guerra mondiale», ha proseguito Zamagni, «si può anche lasciare che i contendenti se la sbrighino, per così dire, da soli, rimanendo alla finestra. In un conflitto globale un atteggiamento del genere è da irresponsabili, perché ci si trova dinanzi ad una vicenda bellica che riguarda tutti e sulla quale, nel caso specifico, grava pure il rischio dell’arma nucleare. Occorre quindi fare ogni sforzo per giungere in tempi brevi ad una pace negoziata».

Ed è quello che ha chiesto il popolo della pace, che ha sfilato per ore nelle strade di Roma, da piazza della Repubblica a piazza San Giovanni. Una folla colorata che dice no alle armi, chiede subito il cessate-il-fuoco per imboccare la strada della diplomazia, teme la guerra nucleare. Tre gli obiettivi: convocare urgentemente una Conferenza internazionale per la pace, ristabilire il rispetto del diritto internazionale, ridurre la spesa militare. Una manifestazione, ha scritto «Avvenire», «in cui si sono ritrovati mondo cattolico e mondo laico, non senza differenze, ma con un intento comune: far prevalere le ragioni della mediazione e della ricerca unitaria della pace, intesa come valore supremo cui richiamarsi».

Professor Zamagni, come si può arrivare a una pace negoziata?

Intanto bisogna sgombrare il campo da due posizioni estreme che vanno per la maggiore e confondono i termini della questione. Da evitare, innanzi tutto, è la tesi dei bellicisti ad oltranza, che vorrebbero mettere al tappeto la Russia e immaginano di risolvere il problema soltanto con una continua fornitura di armamenti all’Ucraina. In realtà, così facendo, si aumentano i rischi di un’escalation e si fa il gioco della lobby delle armi, per la quale qualsiasi guerra si tramuta in un ghiotto affare. Basti pensare che oggi nel mondo la spesa militare ammonta a 2 trilioni di dollari. Al tempo stesso non ci si può limitare però, ed è la seconda posizione da evitare, ad un pacifismo di mera testimonianza che non distingue tra aggressore ed aggredito. Aiutare l’Ucraina non impedisce di cercare un negoziato.

E, quindi, cosa occorre fare?

Ci vogliono dei pacifisti costruttivi. D’altronde il Vangelo parla di «costruttori di pace», mica di semplici invocatori della stessa. E costruire la pace significa operare in quella direzione passo dopo passo, mattone dopo mattone, con fatica ed impegno, cercando una via di uscita realistica e praticabile.

In concreto, come muoversi? 

Serve ovviamente una proposta autorevole, al di là delle parti belligeranti. Cosicché chi rifiuta questa offerta di dialogo e di pacificazione se ne assume anche la responsabilità dinanzi al mondo intero. Sinora una carta di questa rilevanza non è ancora stata giocata seriamente. Mai vi è stata una concreta ed autentica proposta di negoziato.

Da tempo è in campo l’iniziativa della Turchia…

La Turchia sta mostrando un certo attivismo in tal senso, ma quello che manca è un progetto davvero credibile e, soprattutto, realizzabile. Non si può pensare che Istanbul possa risolvere da sola una questione intricata come quella russo-ucraina. È indispensabile un salto di qualità a livello internazionale.

Come immagina una possibile fuoriuscita dal conflitto?

Un possibile percorso di pacificazione non può che ruotare attorno a tre questioni: garanzia della sovranità e dell’indipendenza dell’Ucraina, ma rinuncia di questa all’ingresso nella Nato; autonomia economica e culturale del Donbass entro i confini ucraini; status della Crimea, con un iniziale controllo de facto della Russia, in attesa di trovare una soluzione permanente. L’essenziale è comunque aprire un canale di dialogo e per farlo occorre un intervento che da tutti venga percepito come al di sopra delle parti.

Un intervento di chi?

Credo possa esservi spazio per un ruolo della Santa Sede, come istanza che agevoli una presa di contatto tra le parti. Penso che, in questo momento, la sola persona in grado di favorire l’avvio di un percorso negoziale su scala internazionale sia Papa Francesco. Egli è infatti super partes per definizione, dotato di un’indiscussa autorevolezza, unanimamente riconosciuta, ed è supportato dalla grande esperienza della diplomazia vaticana, capace di muoversi anche nelle situazioni più complicate. Del resto nel 1962, giusto sessant’anni fa, durante la crisi di Cuba, fu Papa Giovanni XXIII a scuotere le coscienze dei leader impegnati nello scontro. Fu lui che convinse Kennedy e Kruscev a cercare la via della pace. Vedremo cosa succederà nelle prossime settimane, ma è evidente che la Chiesa farà sentire la sua voce e, del resto, il mondo cattolico, proprio sabato scorso, è sceso in piazza per la difesa della pace, valore universale per l’intera umanità.

Il presidente della Cei, cardinale Matteo Zuppi, ha scritto una lettera in proposito.

Parole forti quelle del Presidente della Cei, quando parla di una rivoluzione nella mentalità delle persone per comprendere che la pace è una conquista frutto dell’impegno dell’uomo, e quando dice che «la pace non è un nastro di partenza, ma uno striscione di arrivo». Da qui deve partire la nostra opera per costruire un mondo pacificato.

Lei si è anche riferito ad una «pace positiva» e una «pace negativa». Cosa intendeva dire?

Una «pace negativa» è la semplice assenza di combattimenti. Qualcosa di assolutamente importante, certo un traguardo da conseguire, ma non ancora sufficiente. Perché occorre fare un passo in più, giungendo ad eliminare alla radice le cause dei conflitti. Posso anche smettere di combattere, ma se non rimuovo le ragioni profonde che generano la violenza ecco che le armi possono tornare a farsi sentire. Solo la rimozione delle cause permette di garantire quella che può venir definita una «pace positiva». E le cause sono si possono definire di due tipi: socio-economiche e culturali-identitarie. Le guerre scoppiano per difendere interessi economici, acquisendo maggiori risorse con la conquista di nuovi territori appartenenti ad altri, oppure per affermare la propria identità culturale o nazionale, spesso anche a sfondo religioso. Vale la pena di evidenziare che i conflitti di origine economica sono generalmente più facili da risolvere, mentre quelli di natura identitaria scavano solchi più profondi tra i contendenti e necessitano di molti più sforzi per venir superati. Molte volte i due fattori sono presenti contemporaneamente e infatti nell’odierno caso russo-ucraino li ritroviamo entrambi.

Pensa che occorra cambiare gli assetti delle organizzazioni internazionali?

Sì, è giunto il momento di rivedere la governance del Fondo monetario (Fmi) e della Banca mondiale, i cui assetti, nati dopo la conferenza di Bretton Woods del 1944, vanno resi più aderenti all’odierna realtà internazionale, assai più articolata di quella di allora. Va anche modificato lo statuto dell’Onu, rimuovendo il diritto di veto di cui godono Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna, i cinque Paesi che in pratica condizionano gli assetti mondiali con una posizione di monopolio del potere. Occorre poi creare due nuove istituzioni, dotate degli stessi poteri di quelle esistenti: un’Organizzazione mondiale delle migrazioni (Omm) e un’Organizzazione mondiale dell’ambiente (Oma), perché immigrazione ed ambiente sono oggi le due grandi questioni che, assieme alla pace, riguardano tutta l’umanità. A fronte di quasi 300 milioni di persone migranti nel mondo siamo privi di un’autorità sovranazionale in grado di gestire i flussi e dirimere le controversie. E lo stesso avviene per l’ambiente. Non basta svolgere le Conferenze sul clima se poi mancano precise sanzioni per chi non ratifica gli accordi o per chi, pur avendo sottoscritto qualche impegno, poi non lo mantiene.

Può dirsi che è in crisi il modello economico liberista?

Certamente. Affidarsi alle sole leggi del mercato ha accentuato le disuguaglianze e danneggiato persino l’economia reale, ormai incapace di creare lavoro e benessere generalizzato. È il momento di puntare su un diverso approccio, quello dell’economia civile, teorizzato sin dalla metà del Settecento a Napoli, dall’economista e filosofo Antonio Genovesi. Esso rovescia l’impostazione dell’economia classica, superando la pura competizione tra gli esseri umani ed entrando in una logica collaborativa fondata sulla centralità della persona nel processo produttivo e sul bene comune come unico orizzonte plausibile. Principi che ritroviamo nella Dottrina Sociale della Chiesa e nelle analisi del Movimento dell’Economia di Francesco, inteso a propugnare un modello di sviluppo secondo lo spirito del Santo di Assisi.

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