La mazzata dei Dazi americani

Politica internazionale – Washington e Bruxelles al lavoro per trasformare la stretta di mano Trump-von der Leyen in un accordo scritto (che ancora non c’è). Cosa cambierà per il made in Italy, incertezza sulle tariffe. L’allarme delle imprese

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Dazi generalizzati al 15 per cento, rimozione della quota supplementare di dodici punti sulle automobili, tariffe su acciaio ed alluminio da definire ed esenzioni su alcuni comparti, come quello farmaceutico, rinviate ad intese successive. Si è chiusa in questi termini la trattativa tra Stati Uniti ed Unione europea. L’accordo tra la presidente della Commissione Ue, Ursula Von der Leyen, e il presidente americano Donald Trump – siglato a Turnberry in Scozia tra i campi da golf del tycoon – avviene a pochi giorni dalla scadenza del 1° agosto quando, in mancanza di un’intesa, l’Ue sarebbe stata gravata da tariffe al 30 per cento.

L’Unione si impegna ad acquistare armamenti e forniture energetiche dagli Stati Uniti, consentendo a Washington di riequilibrare la bilancia commerciale sfavorevole, senza però tenere conto – e qui emerge la debolezza europea – del surplus statunitense nei servizi, con le multinazionali del digitale che godono di tassazioni irrisorie. L’intesa dovrà comunque venir perfezionata, mancando ancora sia le esenzioni per alcuni settori sia l’esatta definizione delle tariffe per altri. In ballo ci sono ad esempio i comparti farmaceutico (vale 10 miliardi di export) ma anche vinicolo. Positivo viene ritenuto l’abbattimento di dodici punti dell’extratassa sull’automobile: una riduzione cui teneva soprattutto la Germania che esporta una consistente quota della propria  produzione negli Stati Uniti e che l’Unione compenserà rimuovendo le barriere commerciali sui veicoli provenienti da Oltreoceano.

Dal canto suo l’Europa comprerà dagli Usa  maggiori quantità di energia per 250 miliardi, oltre a favorire investimenti privati di varia natura per un ammontare di 600 miliardi di dollari nel prossimo triennio. Saranno altresì accresciuti gli acquisti di strumenti ed equipaggiamenti militari americani in linea con l’incremento al 5 per cento del Pil delle spese per la difesa.

Forti le critiche per l’accordo Usa-Ue appena raggiunto. Molti Paesi sono scontenti, in particolare Francia, che punta su alcune esenzioni. Se sono ovviamente meglio tariffe al 15 per cento piuttosto che al 30, va rilevato come nel corso di questi mesi l’Unione puntasse addirittura all’azzeramento dei dazi. Poi tutto è sfumato. Forse le autorità europee avrebbero dovuto mostrarsi più decise nei confronti del settore hi-tech in cui gli Stati Uniti hanno una bilancia in attivo, e giocando questa carta spuntare migliori condizioni. Magari come quelle della Gran Bretagna, che è riuscita ad ottenere una soglia del 10 per cento. Evidente che per Londra abbia comunque inciso il rapporto privilegiato con Washington che da sempre, indipendentemente dal colore politico dei rispettivi governi, lega i due Paesi. Legame che, nonostante decenni di collaborazione atlantica, non esiste con l’Unione europea. L’imprevedibilità di Trump ha fatto poi il resto, complicando le trattative per cui il loro esito è stato in bilico sino all’ultimo, col rischio di vedersi applicare dazi ancora più elevati.

Nelle prossime settimane saranno meglio precisate le condizioni tariffarie oggi rimaste in sospeso e verranno stabilite le esenzioni. Solo in quel momento la  valutazione potrà rivelarsi più attendibile. Di certo i dazi produrranno un calo del nostro Pil, poiché il mercato americano assorbe da anni ingenti quote di esportazioni in comparti chiave come la meccanica, la farmaceutica e l’agroalimentare. Quote che non possono essere rimpiazzate nel breve periodo rivolgendosi ad altri Paesi. Per questo il Governo sta pensando a misure compensative in sostegno delle aziende.

La pista più accreditata è lo spostamento a favore delle imprese di parte delle risorse del Pnrr. Si parla di una cifra attorno ai 25 miliardi. Un’ipotesi che vede la netta contrarietà del centro-sinistra giudicando un grave errore distogliere fondi destinati a modernizzare nel suo complesso il nostro sistema economico. Altra possibilità è un intervento a livello europeo sulle cosiddette barriere doganali interne, ossia sulle molte regolamentazioni esistenti nei rapporti commerciali tra i singoli Paesi dell’Unione, fonte di costi aggiuntivi per le imprese. Compensare l’aggravio costituito dai dazi con una serie di semplificazioni burocratiche che migliorino la competitività europea può essere una soluzione. A patto che questo non significhi una totale deregulation in tema di salvaguardia ambientale o di sicurezza sanitaria ed alimentare.

Di certo il Governo nei prossimi mesi sarà chiamato a muoversi sia direttamente a livello nazionale sia premendo in ambito europeo, previa concertazione con gli altri Paesi, affinchè vengano adottate idonee misure per supplire alle rigidità imposte dai dazi. Per il resto, dopo le polemiche seguite all’approvazione delle nuove norme sulla sicurezza, la maggioranza incassa l’approvazione in prima lettura della riforma costituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati. In pratica questa riforma,  su cui puntava in particolare Forza Italia, è la sola rimasta in agenda.

Le altre due, premierato ed autonomia differenziata, per ora sembrano essersi arenate. Il premierato, caro a Fratelli d’Italia, è fermo in Parlamento. Alcune sue parti – specie il secondo premier di legislatura, che dovrebbe succedere in caso di crisi, al primo ministro scelto direttamente dai cittadini – non convincono affatto. E non pochi dubbi affiorano persino nella stessa maggioranza. L’autonomia differenziata, priorità della Lega, è stata invece pressoché demolita da una sentenza della Corte costituzionale che ne ha circoscritto la portata riguardo alle competenze da assegnare alle Regioni.

In pista è dunque rimasta soltanto la separazione delle carriere che, comportando una modifica della Costituzione, è in attesa della seconda votazione dello stesso testo da parte di entrambe le Camere a tre mesi di distanza dal primo responso. In mancanza di un voto favorevole dei due terzi dei parlamentari in entrambe le assemblee, la riforma verrà sottoposta a referendum popolare. Derivando da una modifica costituzionale e non da una classica abrogazione di leggi esistenti, questo referendum non è però soggetto ad un  quorum per cui risulterà valido indipendentemente dalla partecipazione al voto.

Il testo, come ben sappiamo, separa le carriere dei magistrati istituendo sin dall’inizio del percorso professionale in ambito giudiziario due diverse filiere, non più comunicanti, tra pubblici ministeri e giudici di merito. Tranne situazioni residuali, nella generalità dei casi non sarà più previsto alcun passaggio da una  funzione all’altra. Transito oggi consentito, una volta soltanto.

Il nuovo assetto si concretizza nello sdoppiamento del Consiglio superiore della magistratura (Csm). Oggi il Csm, composto da 33 membri e presieduto dal Presidente della Repubblica, è l’espressione unitaria della magistratura. Dopo la riforma i Csm saranno due: entrambi sotto la presidenza del Capo dello Stato ed entrambi composti da 15 membri che saranno scelti per sorteggio. Ai due Csm, diversamente da quello attuale, saranno infine sottratte le competenze in materia disciplinare e sanzionatoria contro i magistrati, affidate ad un istituto di nuova creazione, l’Alta Corte di disciplina.

La riforma interviene sulla cornice entro cui si svolge la carriera dei magistrati più che concentrarsi sull’attività giurisdizionale vera e propria: accelerazione delle tempistiche processuali, razionalizzazione del procedimento penale, depenalizzazione di alcuni reati, ecc… Tutto è rivolto a differenziare le funzioni di pubblico ministero e di giudice di merito nell’idea che l’appartenenza ad un unico corpo giudiziario abbia favorito l’emergere di un forte spirito corporativo tale da rendere meno imparziale la giustizia. Tesi discutibile visto l’andamento di molti processi ove la richiesta dei pm viene sovente smentita nella sentenza finale. In realtà il punto decisivo – sollevato da molti giuristi – è che la separazione delle carriere, spezzando l’unitarietà del potere giudiziario, rischia di condurre la magistratura inquirente nella sfera del potere esecutivo, riducendone l’indipendenza.

La riforma adesso entra nell’area di sosta, dovendosi attendere almeno tre mesi per la seconda votazione. Se ne riparlerà in autunno inoltrato, anche se l’agenda politica risulta assai fitta a cominciare dall’approvazione della Legge finanziaria. A questa va poi aggiunta la tornata per l’elezione di diversi presidenti di Regione: Veneto, Toscana, Marche, Campania, Puglia. Contese con risvolti sulla politica nazionale e cariche di tensione già solo per la scelta dei candidati: sia nelle fila della maggioranza che in quelle dell’opposizione.

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