Domenica 8 e lunedì 9 giugno siamo chiamati a pronunciarci su cinque referendum: quattro in tema di lavoro e uno sull’accesso alla cittadinanza. I cinque quesiti referendari, come previsto nella nostra Costituzione, sono di tipo abrogativo: ai cittadini viene dunque domandato se intendono abrogare, cioè eliminare, le norme vigenti nelle materie indicate oppure mantenerle in vigore.
Il voto referendario è sottoposto ad un quorum di partecipazione. Il referendum risulta valido soltanto se vi partecipa, almeno il 50% più uno degli elettori. In caso contrario la consultazione rimane priva di effetti. Vediamo di analizzare nel dettaglio quanto viene proposto ai cittadini, passando dapprima in rassegna i quattro quesiti sul lavoro per poi concentrarsi su quello relativo alla cittadinanza.

Licenziamenti illegittimi, Jobs Act (scheda verde) – Si punta ad eliminare l’assetto sui licenziamenti illegittimi introdotto con il Jobs Act. Per i lavoratori assunti dopo l’entrata in vigore di questa norma (7 marzo 2015) non è più prevista la riammissione, o reintegro, nel posto di lavoro in seguito ad un licenziamento illegittimo. Il reintegro – previsto dall’art.18 dello Statuto dei lavoratori (Legge 300/70) – oggi vale soltanto per le persone assunte prima dell’approvazione del Jobs Act con la conseguenza che il mercato del lavoro risulta spezzato in due. Vi è chi usufruisce ancora della tutela ai sensi dell’art. 18 e chi – una platea di circa 3,5 milioni di lavoratori, in aumento col passare del tempo – ne è invece privo. Per costoro nessun reintegro pur in presenza di un licenziamento illegittimo, ossia non legittimato giuridicamente da una giusta causa o un giustificato motivo.
Licenziamenti illegittimi, tetto indennità (scheda arancione) – Il quesito intende cancellare il tetto massimo di sei mensilità dell’indennità dovuta ai lavoratori delle piccole imprese in caso di licenziamento illegittimo. Con l’abolizione di questo limite al risarcimento sarà demandato al giudice di stabilire, senza alcun tetto prefissato in partenza, l’indennizzo più consono, anche in relazione alle particolari condizioni della persona colpita dal provvedimento: anzianità di servizio, qualificazione, carichi di famiglia, ecc… I contrari all’abrogazione sostengono che in sede di giudizio le sei mensilità potrebbero anche ridursi, penalizzando i lavoratori rispetto all’attuale assetto. Eventualità teoricamente possibile, ma che nella pratica dei contenziosi sul lavoro, dove in genere si riscontrano sentenze favorevoli nei confronti dei lavoratori, difficilmente dovrebbe prodursi.

Liberalizzazione contratti a termine (scheda grigia) – Il rapporto di lavoro a tempo determinato oggi può instaurarsi, fino ad una durata di un anno, senza alcuna esplicita motivazione oggettiva che ne giustifichi il ricorso. Il quesito chiede che siano abrogate alcune disposizioni contenute in due articoli del D.Lgs 81/15, con cui si è liberalizzato l’utilizzo dei contratti a termine. Così facendo sarebbero ripristinate le causali, ossia tornerebbe in vigore l’obbligo per le aziende di motivare le ragioni per cui intendono avvalersi di lavoro temporaneo.
Responsabilità dell’appaltatore (scheda rossa) – L’ultimo quesito connesso al mondo del lavoro riguarda l’ambito della sicurezza dei lavoratori e propone di modificare l’art. 26 del Testo unico sulla sicurezza del lavoro (D.Lgs. 81/08), estendendo la responsabilità dell’appaltatore principale anche al caso di violazione delle norme antinfortunistiche da parte delle aziende in subappalto. Oggi viene esclusa tale responsabilità qualora l’infortunio sia connesso ai rischi inerenti la sfera professionale della ditta subappaltatrice. Considerando che larga parte degli incidenti si verificano proprio nella catena di subappalti, dove la riduzione dei costi si accompagna spesso a minori tutele per i lavoratori, la cancellazione di questo esonero di responsabilità obbligherebbe l’appaltatore principale ad un controllo più incisivo sull’applicazione delle norme di sicurezza da parte delle aziende sottoposte.
Richiesta cittadinanza (scheda gialla) – Si vuole dimezzare da dieci a cinque anni il periodo minimo a partire dal quale può venir richiesta la cittadinanza italiana da parte di persone di provenienza extra comunitaria legalmente presenti in Italia. Oggi sono 2,5 milioni le persone di prive di questo diritto. Persone che lavorano con noi e che vivono insieme a noi, sottoposte ad un percorso di accesso alla cittadinanza eccessivamente lungo rispetto agli standard in vigore in altri Stati europei (Francia, Germania, Belgio…), dove è prevista una tempistica di cinque anni. Va considerato che, in realtà, il periodo per presentare la richiesta, stabilito in dieci anni, di solito finisce per allungarsi a causa di un iter burocratico che ingenera quasi sempre un’ulteriore dilazione temporale. Da notare che il referendum interviene unicamente, riducendolo alla metà, sul periodo di residenza ininterrotta nel nostro Paese per richiedere la cittadinanza. Non si prevede alcuna modifica degli altri requisiti richiesti: reddito stabile, adeguata conoscenza della lingua italiana, regolare pagamento delle imposte ed assenza di precedenti penali o di ragioni ostative connesse alla sicurezza dello Stato. Nessun alleggerimento quindi degli adempimenti necessari. Solo si riducono i tempi per divenire cittadino italiano. Cittadinanza che poi potrà venir trasmessa automaticamente ai figli minorenni conviventi: gli stessi che vanno a scuola con i nostri ragazzi.
Quanto mai variegate le posizioni dei vari partiti. Cinque «Sì» è l’indicazione di Alleanza verdi sinistra (Avs) e del Pd, con il distinguo della minoranza riformista che vuole abrogare solo le norme sulla cittadinanza e sulla sicurezza del lavoro. Posizione simile quella di Più Europa. Quattro «Sì» in tema di lavoro e libertà di voto sulla cittadinanza è invece l’indicazione del M5S. Azione punta su quattro «No» sui quesiti sul lavoro e un «Sì» ai 5 anni per diventare cittadini italiani. Opzione, quest’ultima, scelta anche da Italia Viva, propugnando poi libertà di voto su indennizzi e sicurezza del lavoro e il «No» sugli altri due quesiti (Jobs Act e contratti a termine). Cinque «No» sono l’obiettivo di Noi Moderati, mentre le altre forze di maggioranza – FdI, Lega e Forza Italia – puntano direttamente al fallimento della prova referendaria invitando a disertare il voto.


