Referendum, una valanga di “No” boccia la riforma sulla Giustizia

Politica – Oltre 15 milioni di italiani danno fiducia ai magistrati e difendono la Costituzione: trainano sud e grandi città, l’onda dei giovani

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A ballot box is emptied as polling staff wait to count the votes for the the Italian constitutional referendum on judicial system reform, in Milan, Italy, 23 March 2026. ANSA / DANIEL DAL ZENNARO

Gli italiani hanno bocciato a larga maggioranza la riforma della Giustizia del ministro Nordio e del Governo Meloni: nel referendum costituzionale il 53,2 per cento degli elettori si sono espressi per il «No», il 46,7 per cento per il «Sì». Due milioni lo scarto tra i due campi: 15 milioni i contrari, 13,2 milioni i favorevoli. Elevata la partecipazione al voto, al 58,9 per cento, in controtendenza rispetto al crescente astensionismo delle ultime tornate elettorali.

Il maggior afflusso alle urne ha caratterizzato l’intera Penisola, con il record dell’Emilia-Romagna dove ha votato il 66 per cento degli elettori. Firenze con il 70 per cento è la città con la più alta presenza ai seggi: di trentasei punti superiore a quella di Bolzano, fanalino di coda. Il «No» ha prevalso in diciassette Regioni su venti.

Massicciamente schierato contro la riforma anche l’intero Mezzogiorno, comprese due Regioni, come Calabria e Sicilia, da anni governate dal centro-destra. Il «No» ottiene il suo miglior risultato in Campania attestandosi al 65 per cento, a ruota seguono Sicilia e Basilicata, entrambe di poco sopra il 60. Il «Sì» ha prevalso in Lombardia, Veneto e Friuli-Venezia Giulia, le tre regioni del Nord a guida leghista. Ed è il Veneto a dare il primato ai favorevoli alla riforma con il 58 per cento.

Emerge anche una netta contrapposizione tra il dato elettorale dei centri urbani e quello delle aree rurali. In tutti i capoluoghi di Regione predomina il «No»: da Napoli, in testa alla classifica con il 75,5 per cento, a Milano fortino del «No» che vince per 100 mila voti ‘assenti’ in passato e che ora sembrano confluiti nel campo largo, a L’Aquila, all’ultimo posto con il 52,4 per cento. Anche nelle province ove a prevalere sono stati i fautori della riforma, nel capoluogo in molti casi è il «No» a ritrovarsi al primo posto. Emblematico, in tal senso, il Piemonte, dove Torino traina il risultato e la destra perde Asti e Novara.

Da notare anche una forte differenziazione del voto su basi anagrafiche. YouTrend, società di analisi  dei dati, mostra come la fascia di età tra i 18 e i 34 anni sia stata quella con maggior affluenza ai seggi (67 per cento) e quella in cui il «No» è nettamente predominante con oltre il 60 per cento. Lo scarto tra favorevoli e contrari si riduce nelle classi superiori di età, sino ad invertirsi tra gli elettori oltre i 50 anni, dove il «Sì» risulta poi prevalente.

Interessante, infine, nell’esame del risultato, la scomposizione dei flussi di voto nei diversi partiti politici. Come era lecito attendersi, il «No» stravince, collocandosi non distante dal 90 per cento, tra gli elettori di Pd, Avs e Movimento 5 Stelle.  Considerando che nel Pd parte dell’ala riformista era schierata per il «Sì», pare evidente che quest’opzione non abbia avuto particolare seguito nell’elettorato dei democratici. Colpisce poi che il «No» alla riforma abbia ricevuto il consenso del 17 per cento degli elettori di Forza Italia. Gli Azzurri sono il partito di governo nel quale il fronte contrario si è rivelato più numeroso: esito su cui è probabile abbia influito la componente liberale ben rappresentata tra gli elettori forzisti.

Questo il panorama di un voto nel quale a larga maggioranza gli italiani hanno respinto la riforma che sdoppiava il Csm, istituiva l’Alta Corte disciplinare e introduceva il sorteggio come metodo per la composizione dei tre organi. Un appuntamento referendario preceduto da una campagna  elettorale  dove di rado si è discusso del merito della riforma e dove il voto è stato politicizzato.

D’altronde già nell’iter parlamentare la contrapposizione tra i due schieramenti si era rivelata tale da impedire qualsiasi possibile mediazione. La maggioranza di governo, sin dall’inizio, ci ha messo del suo. Basti pensare che il testo deliberato dal Consiglio dei ministri non ha poi subito alcuna modifica nelle quattro votazioni parlamentari. Quattro passaggi – come previsto per le revisioni della Carta – senza toccare una virgola, evitando di accogliere qualsiasi emendamento dell’opposizione meno intransigente. Una eccezione rispetto alle modifiche costituzionali del passato dove qualche correzione in Parlamento era avvenuta. Un metodo che ha finito per indispettire anche chi, in linea di principio, poteva persino essere d’accordo con gli obiettivi della riforma.

L’incomprensibile esclusione dal voto delle persone fuori sede, tra cui 300mila studenti,  ha ancor più contribuito ad attizzare gli animi. Specie delle fasce giovanili. Forse proprio l’ingiusto trattamento riservato a tanti loro compagni di studio lontani da casa oltre naturalmente alla strenua difesa della Carta Costituzionale ha indotto i giovani a votare in massa per il «No» e contro il Governo, stufi peraltro di subire caro affitti e precariato lavorativo. Problemi su cui continuano a mancare risposte.

E che adesso questioni cruciali come lavoro, economia, fisco ed energia tornino in primo piano è più che evidente. Il voto contrario alla riforma, soprattutto nelle regioni del Sud – Campania, Sicilia e Calabria in testa – ha un preciso contenuto politico e fa emergere un disagio sociale ed economico cui il Governo dovrà rispondere in qualche modo. Ampie quote di elettorato meridionale che avevano sostenuto il centro-destra alle ultime elezioni politiche ora se ne sono allontanate, sia astenendosi dall’andare alle urne sia votando contro le opzioni prescelte dalla maggioranza governativa.

Alle prossime elezioni politiche saranno più decisivi i temi economico-sociali, e non le riforme costituzionali, tra premierato e separazione delle carriere, per di più senza cercare qualche intesa con l’opposizione, come ha fatto il Governo Meloni. Anche il centro-sinistra è chiamato a riflettere sul proprio futuro: immaginare che la bocciatura della riforma sulle carriere dei magistrati rappresenti il passaporto per accedere alla guida del Paese sarebbe un errore esiziale. È comunque certo che questo voto referendario segni la prima vera sconfitta della destra, al governo da oltre tre anni senza particolari scossoni. Fatale aver mettere in discussione la separazione dei poteri e l’indipendenza della magistratura due cardini della nostra Costituzione che i cittadini a maggioranza hanno inteso difendere.

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