Sanità, piano liste d’attesa: mancano le risorse

Analisi – La legge punta a ridurre i tempi per esami e visite mediche, ma in mancanza di stanziamenti bisognerà attingere dai fondi già esistenti. Quattro milioni di italiani hanno rinunciato a curarsi

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Nuove misure per abbattere o quanto meno ridurre le liste di attesa nella sanità che creano tempistiche insostenibili per ottenere una visita o effettuare un esame. Le norme, disposte per decreto poco prima delle elezioni europee, sono state convertite in legge il 24 luglio dopo il via libera definitivo alla Camera con 172 voti favorevoli e 122 contrari. I punti principali del provvedimento sono il rispetto dei tempi dettati dalle priorità fissate dai medici, l’istituzione di un organismo di controllo per monitorare i tempi di erogazione delle prestazioni, l’estensione degli orari di visita, la defiscalizzazione dei compensi di medici ed infermieri. Sullo sfondo l’assunzione di nuovo personale sanitario per supplire alle gravi carenze di organico ormai in tutte le aree della Penisola. Molto critici sia le opposizioni sia i sindacati dei lavoratori: la legge avrà bisogno di numerosi decreti attuativi, ma soprattutto manca lo stanziamento di fondi aggiuntivi, col rischio che il provvedimento rimanga solo sulla carta.

Il problema di fondo è quello delle lunghe attese per le visite mediche nel servizio pubblico in quasi tutte le specialità. Tempistiche talmente dilatate da obbligare i pazienti – almeno quelli che se lo possono permettere – a rivolgersi a pagamento alle strutture private o convenzionate. Chi invece non dispone di risorse sufficienti finisce per rinunciare alle cure e si tratta di una quota sempre crescente di persone. La Fondazione Gimbe evidenzia che ben 4,2 milioni di famiglie, in particolare al Sud, hanno dovuto limitare le proprie spese per la salute.

Per sciogliere questo nodo che sta strozzando il nostro sistema sanitario pubblico rendendolo incapace di svolgere le funzioni che gli sono proprie, le nuove norme prevedono di giungere al pieno rispetto dei codici di priorità. Quattro – lo ricordiamo – sono le priorità riportate sulle ricette firmate dal medico: urgente (U), breve (B), differibile (D) e programmata (P). In linea teorica per le urgenze la prestazione dovrebbe essere effettuata entro 72 ore. Dieci giorni è la tempistica per la priorità «breve». In caso di prestazione «differibile» il periodo di attesa è variabile: trenta giorni per le visite e sessanta per gli esami. Ultimo caso, le visite programmate da chiudersi entro 120 giorni.

Inutile dire che allo stato attuale le tempistiche raramente  vengono rispettate. Per migliorare la situazione si prevede l’obbligo per le strutture pubbliche di allungare gli orari dell’erogazione delle prestazioni anche alla sera, al sabato e alla domenica. Sarà compito dei Direttori generali delle Asl assicurare lo svolgimento delle visite con gli orari allungati, mentre sono previste delle sanzioni per le aziende sanitarie che non si attivano in tal senso.

Viene anche consentito di ricorrere alla libera professione entro gli ospedali (la cosiddetta «intramoenia») o nelle strutture private, garantendo al paziente il pagamento della prestazione in regime convenzionato. Il che significa – fatte salve le persone che godono di qualche esenzione – essere soggetti ad importi pari al normale ticket pagato nel Servizio sanitario nazionale (Ssn) con una riduzione di circa due terzi della somma rispetto alle tariffe del canale dei pazienti solventi. Una norma che in realtà è già in vigore sin dal 1998 – facendo per l’appunto pagare alle Asl le lunghe tempistiche di attesa, anziché scaricare i costi sul paziente – ma che sinora ha trovato scarsa applicazione.

Tutto da vedere cosa avverrà da adesso in avanti.

Per gestire il sistema delle prestazioni viene creata una Piattaforma nazionale delle liste di attesa nell’ambito dell’Agenzia per i servizi sanitari regionali (Agenas). Grazie a questa piattaforma vi sarà un’interconnessione con le banche-dati degli ospedali pubblici e delle strutture private accreditate. I privati saranno obbligati a rendere trasparente la propria agenda di prenotazioni, in caso contrario si potrà giungere alla decadenza della convenzione con il Ssn. Le Regioni dovranno vigilare affinché le Asl si muovano seconde queste linee guida ed eventuali disfunzioni saranno sanzionate, giungendo fino alla revoca del Direttore generale.

In una prima bozza del provvedimento era stato immaginato, su istanza di Forza Italia e di Fratelli d’Italia, di affidare allo Stato, tramite il ministero della Salute, il controllo sull’operato delle Asl. Un’opzione «centralista» bocciata dalla Conferenza delle Regioni e che aveva mandato su tutte le furie la Lega, intravedendo una lesione delle attribuzioni regionali in materia di sanità. Lo scontro entro la maggioranza è stato alla fine evitato togliendo di mezzo l’articolo della discordia: il controllo statale sarà esercitato solo sulle Regioni e non direttamente sulle aziende sanitarie. Tutto resta in mano regionale, fermo restando un residuale potere sostitutivo dello Stato, con modalità da stabilirsi in un prossimo decreto, in caso di gravi inadempienze.

Il più consistente impegno dei medici e degli infermieri in termini di orario vedrà le loro retribuzioni tassate, per la quota relativa agli straordinari, con una flat tax al 15 per cento anziché con la normale aliquota che generalmente si colloca attorno al 40.

Questo il quadro dei provvedimenti adottati dal Governo per sbloccare le liste d’attesa. Positivo ovviamente il giudizio della maggioranza, mentre per le opposizioni si tratta di una mera operazione cosmetica visto che continuano a mancare le risorse per sostenere in maniera adeguato il sistema pubblico e si danno più soldi ai privati. Da parte delle Regioni si sottolinea che solo superando il tetto di spesa sul personale sarà possibile potenziare i servizi per ridurre i tempi di accesso alle cure sanitarie.

È certo che la sanità pubblica sta vivendo una fase molto delicata, a causa dei continui tagli negli organici e dalla perdurante carenza di investimenti. Le cifre lo mostrano chiaramente: se nell’anno in corso il bilancio della sanità pubblica ammonta a 134 miliardi (di cui 25 miliardi per il privato convenzionato sorretto da risorse pubbliche), negli ultimi quindici anni e con governi di ogni colore politico ben 37 miliardi sono stati sottratti al Ssn nel corso delle successive manovre finanziarie.

Da un’analisi del sindacato medico Cimo-Fesmed, presentata nel dossier «Sanità: allarme rosso», emerge la chiusura di oltre 100 ospedali con una sforbiciata di 30mila posti letto. In compenso è cresciuto il ruolo della sanità privata osservando che oggi le strutture convenzionate sono quasi mille, mentre dieci anni prima erano la metà.

Per risalire la china vi è l’opportunità offerta dal Pnrr, laddove si prevede la  riorganizzazione delle rete territoriale, indebolita nel corso degli anni, con la realizzazione degli ospedali e delle Case di comunità. Se per le strutture l’Europa ci viene incontro, sempre che si riesca a completare le opere nelle tempistiche previste, per le carenze di personale occorrerà attingere dalle risorse di bilancio. Tutto da capire come. La legge finanziaria 2025 si prospetta assai complessa tra nuove regole del Patto di stabilità ed interventi sull’Irpef. Evidente comunque che occorra invertire la rotta poiché il nostro sistema sanitario pubblico sta progressivamente perdendo i suoi connotati di gratuità ed universalità, dando sempre più spazio a logiche di mercato che accrescono le disuguaglianze nell’accesso alle cure. Una ricerca della  Uil rivela che se la sanità fosse interamente privata si pagherebbe, facendo una media tra le diverse Regioni, 1.600 euro per un giorno di ricovero, per un check-up cardiologico si spenderebbero quasi 300 euro e un intervento chirurgico complesso costerebbe almeno 30mila euro. Un contesto del tutto insostenibile. Il rafforzamento della sanità pubblica è peraltro imprescindibile anche sotto il profilo della prevenzione, uno dei primari compiti del Servizio sanitario nazionale che non si può delegare al settore privato.

La risposta del Governo può dunque considerarsi un primo tampone, ma siamo ancora ben lontani da quel cambio di passo che sarebbe necessario. La nostra percentuale di spesa sanitaria si attesta al 6,3% del Pil: due punti e mezzo sotto la media Ue, fissata all’8,8% e quasi quattro punti inferiore a Francia e Germania entrambe attorno al 10%.

 

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