L’8 e il 9 giugno saremo chiamati alle urne per cinque referendum. Quattro di essi riguardano il mondo del lavoro ed uno l’acquisizione della cittadinanza italiana con la riduzione da dieci a cinque anni di residenza nel nostro Paese per gli stranieri extra Ue.
Due dei quesiti lavoristici trattano i licenziamenti illegittimi: ripristinando il reintegro sul posto di lavoro e l’eliminazione del limite massimo di sei mensilità di indennizzo nelle piccole imprese. Gli altri due si concentrano sulla reintroduzione delle causali nei contratti a tempo determinato e sull’estensione della responsabilità dell’appaltatore principale sulla sicurezza del lavoro in caso di violazioni infortunistiche delle ditte subappaltatrici.
I cinque referendum sono abrogativi. Agli elettori viene cioè chiesto se intendono abrogare o mantenere le norme attualmente in vigore nelle materie indicate. Affinché la votazione sia valida occorre che si rechi alle urne almeno il 50 per cento più uno degli elettori. Qualora non fosse raggiunto il quorum, cioè la partecipazione elettorale si situasse al di sotto della soglia di validità, la consultazione risulterebbe priva di effetti. Casistica che si è verificata in passato per molti referendum, sia per lo scarso interesse destato dalla materia del contendere sia per la sempre più bassa affluenza alle urne che ormai caratterizza un po’ tutte le elezioni.

L’auspicio è che vi sia un’inversione di questa tendenza negativa, sebbene da parte delle forze politiche di maggioranza stia emergendo la scelta di puntare sull’astensione per far fallire la prova referendaria. Un’opzione che non coglie la necessità di vivificare la partecipazione popolare considerando che il sempre maggior astensionismo, in qualsiasi occasione elettorale, mette a rischio se non la tenuta, certo la vitalità della nostra democrazia. Un tema sottolineato, lo scorso 25 aprile, dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ricordando che «la partecipazione politica è questione che contraddistingue la nostra democrazia. È l’esercizio democratico che sostanzia la nostra libertà. Da questi principi fondativi viene un appello: non possiamo arrenderci all’assenteismo dei cittadini dalla cosa pubblica a una democrazia a bassa intensità».
Messo a fuoco il contesto in cui si svolge la tornata referendaria, proviamo ad analizzare nel dettaglio il quesito sulla cittadinanza. Esso è stato promosso da Più Europa e da altre associazioni, ricevendo poi pieno sostegno delle principali organizzazioni cattoliche: dalle Acli ad Azione cattolica, alla Comunità di Sant’Egidio. Un sostegno che nasce dalla consapevolezza di quanto sia necessario contribuire alla nascita di un modello più inclusivo di società. In questo senso la cittadinanza rappresentata un elemento decisivo. Oggi sono circa 2,5 milioni le persone di origine extra comunitaria legalmente presenti nel nostro Paese prive di questo diritto. Persone che studiano, che lavorano, che pagano le tasse e sostengono le pensioni del futuro, cui viene imposto un percorso di accesso alla cittadinanza lungo ed accidentato. Anche perché, in realtà, l’orizzonte temporale fissato in dieci anni è solo teorico, in quanto tra presentazione dei documenti ed altri rallentamenti burocratici la tempistica finisce sempre per dilatarsi.
Ai seggi gli elettori riceveranno una scheda di color giallo. Se si è favorevoli al dimezzamento del requisito di residenza per concedere la cittadinanza italiana agli adulti extracomunitari, bisogna votare «Sì». Se si è contrari, occorre invece votare «No». Con il «Sì», si cancellano due punti dell’articolo 9 della legge 91 del 1992, portando così a cinque anni il periodo di residenza per chiedere la cittadinanza. Un lasso di tempo che andrebbe ad allinearsi con quanto previsto in numerosi Stati europei: dalla Francia alla Germania, dal Belgio al Regno Unito.
Il quesito incide solo sulla tempistica, riducendo il periodo di residenza ininterrotta in Italia per il cittadino extra Ue, che già soggiorna regolarmente nel nostro Paese, e che vuole presentare al ministero dell’Interno la domanda di concessione della cittadinanza italiana. Tutti gli altri requisiti non vengono modificati. Il richiedente continuerà a dover disporre di un reddito stabile e di un’adeguata conoscenza della nostra lingua. Dovrà essere in regola con il fisco, non aver commesso reati, né risultare pericoloso per la sicurezza dello Stato.
In buona sostanza, non vi è alcun mutamento o alleggerimento degli adempimenti richiesti: solo si restringono i tempi per diventare cittadino italiano. Cittadinanza che poi, a quel punto, si trasmetterà in automatico ai figli minorenni conviventi. Questo significherà per 2,5 milioni di persone abitare nel nostro Paese senza esser sottoposti alle tante limitazioni che ne riducono la qualità della vita. Esse potranno infatti votare e candidarsi alle elezioni, contrarre un mutuo bancario, accedere a borse di studio e concorsi pubblici, esercitare tutte le professioni, rappresentare l’Italia in tutte le competizioni sportive. Diritti oggi negati che diventeranno realtà.
I sostenitori del «Sì» ritengono, in definitiva, che le tempistiche attuali sul conseguimento della cittadinanza siano esageratamente lunghe. Il doppio degli anni di residenza rispetto alle norme vigenti prima del 1992. Una situazione discriminante per gli stranieri che vivono in maniera stabile nella nostra Penisola e per i loro figli minori. Il fronte del «No» sostiene invece che l’attuale legge sia adeguata e che ridurre il periodo di residenza possa indebolire il senso stesso del traguardo della cittadinanza. Viene altresì rilevato che l’Italia rilascia un numero di cittadinanze in linea con quello di altri Paesi europei e, soprattutto, che qualsiasi modifica dell’attuale normativa dovrebbe passare per il Parlamento e non sancita con un referendum.
Evidente che, grazie al referendum, anche indipendentemente dal suo esito, il tema della cittadinanza è destinato a tornare al centro dell’agenda politica. Si tratta di trovare una convergenza tra chi propone l’introduzione dello Ius soli (che concede la cittadinanza italiana a chiunque nasca nella nostra Penisola, indipendentemente dalla nazionalità dei genitori) e i sostenitori degli attuali assetti, contrari a qualsiasi modifica.
Un punto di approdo, in grado di trovare la necessaria condivisione, potrebbe essere quello del cosiddetto Ius culturae con la cittadinanza per i minori stranieri nati in Italia, o che vi sono giunti entro un’età stabilita, e alle spalle un percorso scolastico nel nostro Paese. Ragazzi che oggi non sono giuridicamente cittadini italiani, ma che si sentono tali nella vita di tutti i giorni. Sulla cittadinanza l’Italia è rimasta indietro rispetto ad altre nazioni europee. È tempo di fare di questo diritto, di enorme valenza umana, un elemento chiave della nostra convivenza civile in vista di un modello più inclusivo e capace di una vera integrazione.


