Suor Candida da Torino alla bomba di Hiroshima

6 agosto 1945 – Quando nel 1934 suor Candida Falchini pronunciò i voti religiosi nella casa torinese delle Suore Ausiliatrici del Purgatorio, in corso Stati Uniti, non immaginava che dieci anni dopo la missione l’avrebbe portata a vivere dall’altra parte del mondo l’immane tragedia della bomba atomica sganciata sulla città giapponese di Hiroshima. Ricorre l’80° anniversario di quell’evento terrificante, che le Ausiliatrici di Hiroshima videro e documentarono con alcune lettere che pubblichiamo

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Quando nel 1934 suor Candida Falchini pronunciò i voti religiosi nella casa torinese delle Suore Ausiliatrici del Purgatorio, in corso Stati Uniti angolo corso Re Umberto, non immaginava che dieci anni dopo la missione l’avrebbe portata a vivere dall’altra parte del mondo l’immane tragedia della bomba atomica sganciata da un bombardiere americano sulla città giapponese di Hiroshima. L’ottantesimo anniversario di quell’evento terrificante – l’orrore assoluto che, insieme alla seconda bomba su Nagasaki, avrebbe però messo fine alla guerra mondiale – ricorre quest’anno, il prossimo 6 agosto: gli archivi delle Ausiliatrici conservano una breve intervista a suor Candida, insieme ad una lunga lettera della consorella suor Saveria Rasi, con il resoconto visivo della terrificante esplosione e di quanto avvenne a Hiroshima quel 6 agosto 1945 nell’istante della deflagrazione, nei minuti, nelle ore e nei giorni successivi.

Suor Candida Falchini nel 1979

Nel 1945 le Ausiliatrici del Purgatorio (che ancor oggi a Torino continuano a operare in due comunità, attive particolarmente nell’animazione spirituale e nella cura dei fragili, dei poveri) avevano una comunità di 11 suore, posta a circa 3 chilometri dal luogo nel quale esplose l’atomica. L’ordigno non deflagrò toccando terra, era concepito per esplodere nel cielo sopra le case: lo videro scendere lentamente, un oggetto insolito, con tre piccoli paracadute. Dall’alto del cielo, il fungo atomico fu in grado di estendere al massimo il suo effetto di distruzione: rase al suolo gran parte della città e produsse più di 140 mila morti, 80 mila all’istante, 60 mila nei mesi e negli anni successivi per effetto delle radiazioni e delle tremende ustioni, mutilazioni.

Le Ausiliatrici – tutte – ebbero miracolosamente salva la vita. Si rifugiarono nel convento mentre le mura si sbriciolavano, ma furono in qualche modo protette dalla costruzione e si salvarono. Udendo l’allarme aereo, poco prima della grande esplosione, prelevarono dalla Cappella il Santissimo e lo seppellirono in cortile. Nelle settimane successive ebbero molti malesseri, persero i capelli, ma sopravvissero: molte sono poi morte in età molto avanzata.

Drammatico il resoconto inviato da suor Saveria Rasi (Padova 1905 – Sanremo 1994) alla Madre Generale tre mesi dopo l’esplosione di Hiroshima. Quel 6 agosto «alla fine del ringraziamento, verso le 7.15 del mattino, c’è stato un allarme – scrive la religiosa – ma non grave (in apparenza) perché dieci minuti dopo la radio annunciava che era tutto finito, così dopo la colazione ci siamo sparse in giardino per la meditazione (era il mese di agosto e la Madre Superiora ci ha permesso di fare la meditazione in giardino perché era il mese del riposo). Alle 8.15 il cielo è diventato verde, blu come quando si fanno le fotografie al magnesio e contemporaneamente tutti i tetti, le finestre e le porte sono volati via da tutte le parti; il cielo, che prima era di un azzurro magnifico senza una sola nuvola, è diventato nero… Faceva così caldo che il piccolo stagno davanti alla statua della Beata Vergine si è seccato in un colpo solo… Istintivamente e certamente per ispirazione del Buon Dio, siamo rientrate tutte in casa, che si stava sbriciolando da tutte le parti, umanamente parlando. Era una follia perché le polveri ci cadevano in testa, ma questo ci ha salvato dalle orribili ustioni prodotte da quell’unica bomba, perché è stata una sola bomba a distruggere l’intera Hiroshima; dei 440 mila abitanti, il censimento di due mesi fa ne ha contati solo 130 mila».

La comunità delle suore di Hiroshima
La comunità delle suore di Hiroshima

«Alle 8.15 – riferì suo Saveria – l’aereo ha sganciato la bomba che è rimasta in cielo sostenuta da 3 paracadute; a una certa gradazione di calore, sotto l’influenza dei raggi, è esplosa e ha portato rovina e morte in un raggio di 35 chilometri. Quando, dopo qualche minuto, ci siamo ritrovate tutte insieme, abbiamo provato sollievo a vicenda, ma in quel momento non avevamo ancora realizzato di quale protezione eravamo state oggetto; quando è esplosa, la bomba ha disperso tutto il radio e il magnesio che hanno incendiato contemporaneamente ogni angolo della città, e se cadeva sulle persone produceva ustioni terribili e il più delle volte provocava la morte».

È analoga la testimonianza di suor Candida Falchini, che aveva origini toscane ed è morta anzianissima nel 2005, a 101 anni di età. Le suore «erano tutte in giardino – ha riferito in una intervista – a fare meditazione perché c’era molto caldo ed era una splendida giornata; io ero in cappella a recitare le preghiere. Ad un certo punto sento un rumore di aereo ma, si sa, in guerra si sente un po’ di tutto… Comunque decido di andare in giardino con le altre. In quel momento appare una grande luce e un rumore: era la bomba che cadeva. Cadeva sulla Cattedrale, nel centro proprio di Hiroshima. Noi abbiamo visto questo grande baleno di tutti i colori e poi una grande nuvola».

Guardando oltre le mura del convento, le suore si accorsero che riuscivano a scorgere una scuola distante duecento metri, che fino a un minuto prima non era stato possibile vedere per le case che vi si frapponevano: erano tutte crollate. Quella non era più una scuola, «era un enorme monte di bambini – riferisce il giornalista Virgilio Lilli, che intervistò le Ausiliatrici – cinquecento bambini morti in una frazione di secondo, bruciati, neri come castagne troppo arrostite»,

Suor Saveria si mosse per il giardino del convento senza aver nozione di quel che stava facendo, andò verso la grande vasca dove in un metro d’acqua le suore tenevano alcune decine di pesci rossi. Appariva completamente asciutta, non una goccia d’acqua, i pesci giacevano al fondo, bruciati, neri, simili a tizzi di carbone.

Nel libro «Penna vagabonda», uscito negli anni Cinquanta, Virginio Lilli ha raccolto dettagli sulla scena che si presentò agli occhi delle religiose quando uscirono dal convento: «Percorrere le strade in preda alle fiamme fu una grande fatica. Nel polverone e nel buio le suore intravvedevano centinaia di persone giacere a terra combuste, mentre altre centinaia venivano via via ‘arrostendosi’ come pezzi di carne. Una folla di gente dai vestiti a brandelli e dai capelli sconvolti e inceneriti si avviava al fiume in silenzio, scarlatta di sangue, senza emettere un gemito».

Giunsero al fiume che attraversava Hiroshima. «Le rive – secondo il resoconto raccolto da Lilli – erano gremite di migliaia e migliaia di persone, quasi tutte mezzo bruciate. Erano un impasto di sangue e di brandelli di pelle ‘simili a bucce d’arancia ‘. Grappoli d’uomini e donne s’erano immersi e si immergevano nella corrente, la corrente era rossa per i riflessi dell’incendio e forse per il sangue. Quasi tutte le persone immerse nel fiume morirono poco dopo per le irradiazioni dell’acqua. Vedendo le suore, alcuni moribondi dicevano: Gesù Cristo».

Marie Xavier battezzò al fiume cinque moribondi giapponesi nel giro di cinque minuti. «Li battezzò – annota il giornalista – con quella stessa acqua che probabilmente più tardi li uccise, con le sue mani arrossate di sangue. Così le suore stettero al fiume a soccorrere i feriti come potevano, mentre il vento rovente continuava a infuriare. Alle dieci e mezzo il cielo si fece ancora più nero e improvvisamente cadde una pioggia violenta come per un uragano, malgrado dal mattino non ci fosse, stata nuvola in cielo».

Ancora il giornalista che raccolse le testimonianze delle Ausiliatrici: «Gente che era rimasta miracolosamente illesa veniva assalita dalla diarrea e dal vomito, gran parte moriva entro ventiquattr’ore, parte – dopo tre giorni di diarrea e vomito- si ristabiliva completamente. Dopo dieci giorni, Saveria cominciò a perdere i capelli. Così le sue dieci compagne. Rimasero completamente calve, senza segno dei bulbi capillari: le loro teste erano simili alle loro guance».

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